All’ombra della Fornace. La Festa della Poesia a Valle Cascia

Qualche sera fa con Roberto Paci Dalò, musicista straordinario e cospiratore poetico di lungo corso, riflettevamo sul senso dei festival, provando a mettere in fila delle idee che lui ha sintetizzato con una formula che potrebbe suonare persino ovvia, se non fosse spesso distante dalle esperienze che ultimamente si fanno nelle varie manifestazioni teatrali, musicali, poetiche: “in fondo un festival deve soltanto essere un aggregatore di persone e di ragionamenti”. Aggiungo io, nella maniera più rilassata e piacevole possibile, affinché ci sia modo di far respirare quegli incontri e quelle idee.

La ragione del nostro entusiasmo era la terza e ultima giornata della Festa della Poesia di Valle Cascia, “I fumi della fornace”, alla quale abbiamo partecipato entrambi, sperimentando un incrocio di mondi artistici piacevolissimo e fecondo: dalle performance di Cristina Rizzo in dialogo con le riflessioni antropologiche di Lucia Amara, ai dibattiti a trecentosessanta gradi su poesia, bestiari, esoterismi e mille altre questioni di Alessandro Mazzi e Adriano Ercolani (assente giustificata Francesca Matteoni), fino alle letture di Emanuele Franceschetti e al concerto della Macina, intitolato significativamente “Nel canto della memoria”.

Questo pezzo – partiamo da una nota di disambiguazione – non è una recensione, essendo io stesso in programma quella sera con una lettura; ma vuole essere una riflessione condivisa. Valle Cascia è una frazione di Montecassiano, in provincia di Macerata. Un incrocio di strade in mezzo alla campagna marchigiana, un insediamento a vocazione industriale, nato attorno alla “fornace” – una fabbrica di mattoni di inizi Novecento – a cui allude il nome della festa. Non un’arcadia, a prima vista, e invece proprio in questo incrocio di strade da qualche anno si sta verificando il piccolo miracolo di una festa artistica che è allo stesso tempo popolare e colta. Colta perché si parla con disinvoltura di Aby Warburg e di Giorgio Raimondo Cardona passando per Rubina Giorgi (a cui era dedicata una bella mostra nella casina utilizzata solitamente dagli anziani per giocare a carte e trasformata in uno dei luoghi della festa). Popolare perché tutto aveva l’energia e l’atmosfera di una festa di piazza, con cene condivise e decine di giovani volontari e volontarie del luogo (e non) che allestivano e disallestivano le varie situazioni della festa, per poi radunarsi la sera di fronte a una delle sculture effimere che facevano da centro festival, trasformato dopo la mezzanotte in una postazione per dj-set.

Non sono, com’è ovvio, i singoli elementi che compongono la manifestazione – poesia, musica, teatro, dj – a farne un’occasione particolare, quando il modo di tenere assieme tutto questo patrimonio di espressioni artistiche: uno spazio non convulso, raccolto, aperto e a suo modo intimo, non inzeppato di eventi da seguire che si sovrappongono, ma piuttosto un flusso di elementi che si tengono assieme perché pensati per dialogare tra loro. Si passava da una performance a un dibattito, da una lettura a un concerto senza fatica, ma con la voglia di restare a dialogare. E infatti artisti come Paci Dalò o Fabio Condemi, in programma le sere precedenti, erano lì anche l’ultima sera per continuare a vivere la festa (altri nomi interessantissimi come Ida Travi, Matteo Meschiari, Canio Loguecio c’erano stati le sere precedenti); così come Luigi Locascio, intervenuto con un progetto pensato appositamente per Valle Cascia, con il quale ci siamo fermati a ragionare sulla qualità del verso in dialetto rispetto all’italiano e, con Ercolani e Mazzi, sulla qualità della serata in generale.

Vivere un festival come un incontro, vederlo partecipato con naturalezza dalla gente del luogo senza abbassare di un millimetro la qualità del pensiero, osservare un incrocio di pluralità artistiche senza vincoli ideologici; insomma, quella capacità di essere popolare e colta, è la qualità principale de “I Fumi della Fornace”. Un’alchimia rara, che però apre delle possibilità luminose per gli interrogativi che ci agitano da qualche anno sul destino dei festival – una forma che si è affermata e diffusa sempre più, declinata in mille modi, ma che ha anche un po’ smarrito (sia detto al netto di qualunque tentazione nostalgica) il suo senso originario.

Come si ottiene questo tipo di alchimia? Difficile dirlo in modo esaustivo, e soprattutto dall’esterno. Ma sicuramente c’entra la vitalità e l’intelligenza dei ragazzi di Congerie – entusiasti, bellissimi, pieni di risorse e di invenzione, come ha rilevato Andriano Ercolani in un post così preciso che tanto vale affidare a lui il ritratto di questo gruppo di lavoro: “creature meravigliosamente anomale, di una bizzarria geniale e un fascino travolgente. Sono bellissimi, elegantissimi, coltissimi, irrealmente gentili, traboccano talento e fermento interiore”. Sono loro, tutti insieme, a creare un rito teatrale al tramonto dal gusto valdochiano, ma originalissimo e soprattuto pensato con forza per il luogo e per il presente, pur essendo una sorta di rito senza tempo, di canti, di corpi dipinti, di sculture arboree, di rituali eretici. Certo, per accendere il tutto serve anche una visione e una capacità connettiva, come quella di Giorgio Maria Cornelio, poeta venticinquenne di casa in vari mondi artistici, e una salda trasmissione di saperi, pratiche e relazioni, che una figura come quella di Giuditta Chiaraluce incarna alla perfezione. Si potrebbe – si dovrebbe – spendere un po’ di parole per tutti quanti, perché in fondo è proprio la dimensione collettiva a sostenere il tutto. Di certo Valle Cascia non è solo una bella festa della poesia per chi vive dalle parti di Macerata (città, per altro, di fantastiche librerie e case editrici), ma anche uno spunto di riflessione per capire dove andare, o dove tornare, nel ripensare la forma festival, quel fondamentale aggregatore di persone e di idee.

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