Enoch Marella e la filologia petroliniana

La maschera per eccellenza del teatro romano è un’inventore di maschere come Ettore Petroli, al quale Enoch Marrella ha dedicato un progetto molto bello andato in scena in questi giorni al Teatro Trastevere, intitolato “Petrolini & friends” che ne recupera il lato più inquieto e sperimentale da punto di vista fisico, mimico, recitativo. Un lavoro filologico impressionante, con punte di virtuosismo, che attraversa nonsense e comicità popolare, vertigini di giochi di parole e abissi di “imbecillità” invocata come massima vetta della poesia estemporanea. Amato da Aldous Huxley e Gordon Craig, Petrolini è stato davvero quella supermarionetta di cui parlava il regista inglese e per di più in un contesto – l’italietta fascista – dove il teatro non si poteva affrancare dalle necessità dello “spettacolo” e dell’intrattenimento.

Vedere Gastone, Fortunello e Nerone presentati in questo modo, con incursioni di altri attori (questa sera un Daniele Parisi in grande spolvero) e con altri elementi in grado di rileggerne la parabola in chiave storica (un testo di Mario Tobino – letto da Elena D’Angelo – che in Petrolini vedeva “una mescolanza di sublime imbecillità e strane profondità, come un termometro del proprio tempo”) toglie all’attore romano la polvere macchiettistica che una certa vulgata gli ha depositato addosso. Pur con tutte le ambiguità del suo rapporto col fascismo, in cui era perfettamente integrato pur finendo per criticarlo – col il personaggio di Nerone – forse persino suo malgrado, grazie a quella capacità di assorbire il presente e di restituirlo che hanno gli attori di quello spessore.

Il lavoro di Marella ci fa cogliere queste sfumature e ci ricorda quanto Petrolini abbia, in modo tutto suo, anticipato la ricerca sulla phoné beniana e sulla afasia del teatro beckettiano, ma pure i codici di molta comicità a venire, firmando – invero – la prima supercazzola del teatro italiano ben prima del capolavoro di Germi e Monicelli: “se l’ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della mia subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, allora io rappresenterei l’autofrasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca”.

In scena con Enoch Marella: Laura Marcucci, Francesca Romagnoli, Nilo Brugnano e Paolo Panfilo al pianoforte

[visto al Teatro Trastevere]

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