Tracce, macerie, sedie. Il cortocircuito di Ionesco col presente

ph Luigi De Palma

È come guardare nell’abisso. Puntare oggi lo sguardo, mentre una guerra avvampa l’Europa, sulla scena post-apocalittica de “Le Sedie” è un po’ come guardare nell’abisso che si sta pian piano aprendo nella percezione del cosiddetto occidente, come una crepa in un quadro patinato che pretendeva di affrescare un presente perfetto e immobile, la fine della storia e dei suoi crimini, per lo meno sul suolo europeo. Ionesco, provando a raccontare la genesi di quest’opera che è tra le sue più famose – che debuttò esattamente settant’anni fa, nel 1952 al Theatre Lancry di Parigi – disse “si tratta dell’assenza, della vacuità, del nulla”. Il vero fulcro dell’immagine da cui era partito erano le sedie vuote, gli ospiti immaginari, il fatto che nel mondo non ci sia più nessuno. Eppure la distruzione, la catastrofe, è l’innesco di questa riflessione sul vuoto. La guerra, d’altronde, era finita da neppure sette anni e la distruzione che aveva generato innervava l’immaginario di tutti.

E così oggi, settant’anni dopo, quella riflessione sul vuoto diventa di colpo uno sguardo che è rivolto allo stesso tempo sul presente e dentro di noi. Perché se è vero che raccontandoci di un mondo dove le città sono estinte da secoli, dove si aspetta un discorso sul senso dei tempi che non arriva mai, dove due anziani che sono vecchi di secoli si aggirano scimmiottando una realtà da interno borghese totalmente deflagrata quello che vediamo è la materia putrescente su cui poggia la nostra pretesa tranquillità, dall’altro la rovina – meravigliosamente affrescata da una scena sbilenca e spalancata che invade lo spazio teatrale pur rappresentando una sorta di interno bombardato – finisce per fornirci una materializzazione dell’incubo che si affaccia dai nostri smartphone e dalle nostre televisioni, la distruzione bellica che opera in Ucraina e che potrebbe contagiare ben presto altre aree d’Europa. Quella guerra che ci impressiona perché è così vicina, che forse scuote le coscienze perché di fronte ad altre guerre non abbiamo avuto la stessa pronta reazione. D’altronde la paura, si sa, è una questione epidermica, e scoprirsi fragili è necessariamente anche un po’ scoprisi ipocriti.

C’è questo fastidio, questo cortocircuito che accompagna la visione de “Le Sedie” diretta da Valerio Binasco e interpretata da Federica Fracassi e Michele Di Mauro. E sicuramente si tratta di un cortocircuito non progettato, perché lo spettacolo gira già da tempo e ha avuto modo di impattare ferocemente (e meravigliosamente) sull’immaginario degli spettatori a causa di un’altro abisso inaspettato, di un’altra crepa che si era aperta nel quadro felice del nostro presente, quella crepa aperta dalla pandemia da Covid 19. Ma d’altronde il teatro, quando è ben fatto, diventa automaticamente un prisma in grado di afferrare il nodo irrisolto delle nostre inquietudini e di scioglierle in un fascio più ordinato, distinto, in grado se non di lenire il dolore quantomeno di nominarlo, di dargli forma, di rendere il buio un poco più chiaro e di consentirci, in questo modo, di avere un po’ meno paura. Qualcuno lo definisce una forma di esorcismo e se così è non è grazie a qualche formula magica, ma grazie al fatto che è un’esperienza che si fa insieme, pubblico e attori, riconoscendosi comunità.

Ma forse, a dirla tutta, un pizzico di magia serve, perché un testo come “Le sedie”, per quanto geniale, non è in grado di parlare da solo. Alcune messe in scena di questa “farsa tragica”, dove due vegliardi aspettano un auditorio che è forse solo immaginario, hanno puntato sull’aspetto più borghese del ricevere qualcuno in casa proprio, del conseguente presupposto dell’essersi isolarti, della decrepitezza delle pretese del vecchio di attendere un discorso che dia senso a una vita intera passata nel vuoto, col risultato di rendere l’assurdo del testo un gioco metafisico. La lettura che ne da Binasco, invece, grazie scena bellissima e allucinata di Nicolas Bovey (premiata con un Ubu), richiama da subito la catastrofe, è materica e sporca, e la catasta di sedie incombe sulle due figure umane come un presagio nefasto, come una torre di Babele pronta a sfasciarsi schiantando al suolo.

Ma soprattutto, se un testo è in grado di risuonare nel presente, è quasi sempre merito degli attori. Due attori impareggiabili e straordinari, Di Mauro e Fracassi, che riescono mirabilmente a portare su di loro il misto di farsa e tragedia che aleggia sul testo. Le figure che vediamo muoversi in scena, spesse, imbolsite, eppure cariche dello sconforto di chi ha tentato, fallendo, di trovare un posto nella vita e nel modo (“avresti potuto essere qualcuno, molto più che un maresciallo d’alloggio” ammonisce più volte la vecchia Semiramide), vibrano quella nota impossibile di speranza e disperazione grazie a un’interpretazione mirabile, che allestisce corpi rattrappiti, dolenti e voci chiocce, che finiscono per giganteggiare sulla scena distrutta come un’altalenante ode al disastro. Ionesco ha disseminato il testo di immagini poetiche, che fanno deflagrare l’immaginario, dalla Parigi distrutta – la ville lumière le cui luci sono spente da quattrocentomila anni, che forse è esistita o forse no – fino al desiderio di Semiramide, che è probabilmente più una constatazione, del “marcire insieme”. Ma la poesia a teatro, per vibrare davvero, ha bisogno di un dicitore attento, di un corpo in grado di far esplodere il suo senso e il suo nonsenso e proiettarlo sulla superficie del tempo presente, dell’oggi in cui siamo convocati in sala. “Noi lasceremo delle tracce, poiché siamo delle persone e non delle città” dice il vecchio sul finale, in uno cortocircuito tra la storia dei popoli e quella delle nazioni. Gli eventi ci hanno insegnato che solitamente la seconda calpesta la prima e che gli eserciti spingono nell’angolo dell’oblio e della morte intere schiere di persone. Eppure oggi è più chiaro di ieri che proprio le persone, le loro traiettorie esistenziali minime, il racconto delle loro storie – come avviene anche in questi giorni – è l’elemento che fa inceppare l’ingranaggio della narrazione dei governi. Quella frase sorprendentemente ottimista di Ionesco alla fine del testo sembra regalare, di colpo, una temperatura diversa a una scena apocalittica che si conclude comunque con un salto nel vuoto (anzi, nell’acqua, elemento scuro e perverso nell’immaginario del drammaturgo rumeno). Non si può che oscillare tra realismo e speranza. D’altronde anche il teatro, l’arte effimera per eccellenza, non lascia tracce che sull’anima. Quando questo avviene è sempre merito degli attori. L’altra sera, nell’oscurità della sala teatrale e del mondo spettrale che evocava, la traccia era di un’iridescenza commovente.

[visto al Teatro Vascello]

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