Comici, tragici, rock. I Sette contro Tebe de I Sacchi di Sabbia

Spesso, per raccontare l’effetto comico, si ricorre alla metafora del ritmo: un ritmo serrato, un tempo incalzante, un orgasmo (leggi: risata) da climax musicale. Ma, se dovessimo provare a raccontare attraverso questa metafora cosa avviene sulla scena de “I Sette contro Tebe” realizzato dalla compagnia pisana I Sacchi di Sabbia (con la complicità di Massimiliano Civica) non basterebbero Woodstock, il Freddy Mercury tribute di Londra e il Monsters of Rock di Mosca del 1991 messi assieme: qualcosa che supera le capacità di descrizione. Ok, d’accordo, è un’iperbole, e pure piuttosto azzardata: ma come raccontare la precisione dei tempi, l’accordo recitativo e il tornado di risate che si sprigiona guardando “I Sette contro Tebe”? Certo, c’è anche l’effetto comico di vedere Enzo Iliano e Gabriele Carli vestiti da “giovani tebane” perché interpretano il coro – pur sembrando, di fatto, delle anziane prefiche piuttosto maschili; c’è il contrappunto iperserioso di Giulia Gallo, voce narrante, anch’ella vestita di nero, che anziché raffreddare l’interpretazione crassa e grottesca dei due attori la amplifica a dismisura, senza bisogno di calcare sui toni, anzi, lavorando pazzescamente in sottrazione; e poi c’è il guerriero Giovanni Guerrieri (di nome e di fatto), autentico Brancaleone dei tempi arcaici, che incalza gli eroi, i sette campioni, e il pubblico di combattimento in combattimento. E poi si può raccontare la cornice, conosciuta ai più, ma che è bene rimarcare – perché la tragedia di Eschilo è tra le più antiche e luttuose tra quelle giunte fino a noi. Si innesta nel ciclo tebano e narra la lotta senza quartiere di due fratelli, Eteocle e Polinice, gemelli e figli di Edipo, che dovrebbero regnare a turno sulla città ma finiscono per scontrarsi perché il primo, Eteocle, decide di non lasciare il posto al fratello e questi (Polinice), preferisce allearsi coi nemici della città piuttosto che darla vinta a quelli che, dal suo punto di vista, sono traditori. L’opera di rovesciamento comico dei miti antichi è oramai un marchio di fabbrica della collaborazione tra I Sacchi di Sabbia e Massimiliano Civica (da i “Dialoghi degli dei” ad “Andromaca”), ma in questo lavoro giunge a una forma perfetta, un meccanismo a orologeria che non solo è in grado di avvicinare il pubblico dei più giovani al dramma antico – già di per sé sarebbe cosa meritoria – ma è anche uno spettacolo compiutamente comico, godibilissimo, autenticamente teatrale. Dentro c’è un po’ tutta la sapienza ironica di questa compagnia che attraversa in modo personalissimo il paradosso e il gioco di parole, il rumorismo e la mimica facciale, omaggiando la propria terra – terra di comici, terra di poeti – con il ricorso all’ottava rima, altro elemento musicale che qui diventa dispositivo ritmico e comico allo stesso tempo. Ecco, tutto questo lo si può raccontare. Il resto, il tornado di risate che avvolge lo spettatore scontro dopo scontro, morte dopo morte, facendoci sorridere della tragedia e ricordandoci che sempre e comunque, per quanto ci si sforzi, finirà per travolgerci e trasformarsi in farsa; beh, tutto questo, per capirlo davvero, occorre vederlo, esserci, esserne travolti.

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