Oltre i cancelli. I cinquecento anni del ghetto di Venezia [pt. 1]

TRE SOLDI – RAI RADIO 3

Ghetto Venezia 1

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Puntata n°1

Nel 1516 un accordo tra la Serenissima e gli ebrei di varia nazionalità che commerciavano a Venezia stabilì che questi potevano insediarsi in città, in una zona delimitata e chiusa di notte da guardiani cristiani. Nasceva così il ghetto ebraico più antico della storia. Oggi, nel 2016, una serie di iniziative culturali ricordano quell’evento.

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SINOSSI:

29 marzo 1516: una condotta ufficiale sancisce l’accordo tra la Serenissima Repubblica di Venezia e la comunità degli ebrei, alla quale veniva concesso di risiedere in città a patto di concentrarsi in un’unica zona che sarebbe stata chiusa di notte e sorvegliata da guardiani cristiani, pagati dalla stessa comunità. Nasceva così il primo ghetto della storia.

Cinquecento anni dopo, attraverso una passeggiata radiofonica, abbiamo provato a ricostruire la storia del ghetto di Venezia, che per tutto il 2016 verrà ricordata attraverso una serie di iniziative culturali.

Una storia di segregazione ma anche di contaminazione culturale, che ha profondamente influenzato Venezia e ha lasciato nella storia tracce profonde che durano fino a noi. A cominciare dal nome. Il Campo di Gheto Novo, scelto dai Dogi perché periferico e privo di chiese e luoghi di culto cristiani, sembra debba il suo nome al “getto” della fonderia che, proprio in quel punto della città, sfornava in cannoni per la Serenissima. Oggi la parola “ghetto”, nata a Venezia, è utilizzata in tutto il mondo – dall’inglese al francese, dal polacco all’italiano – con il significato che conosciamo.

Ad accompagnarci in questa passeggiata ci sono storici, architetti, semplici cittadini, membri della comunità che ancora trova nel ghetto – oggi divenuto meta di turismo e di pellegrinaggio – il suo luogo di incontro per la vita religiosa. Shaul Bassi e Barbara Del Mercato, che lavorano al calendario di eventi che ricorderà la storia cinquecentenaria del ghetto. Scrittori e storici come Riccardo Calimani e Simon Levis Sullam, che ripercorrono la galleria di personaggi ed eventi che hanno animato il ghetto lungo cinque secoli. Michela Ansaldi e Michela Zanon, che animano il museo ebraico di Venezia e si interrogano sulle opportunità e i rischi di musealizzare la storia.

Lungo i tanti percorsi che intrecciano una storia lunga mezzo millennio si incrociano altri due anniversari che danno modo di guardare il ghetto di Venezia da altre angolature. Nel 1516 usciva l’“Utopia” di Thomas Moore, e per quanto possa sembra un concetto agli antipodi del “ghetto”, urbanisti e storici dell’architettura come Donatella Calabi ed Enrico Fontanari ne colgono i punti di contatto e rovesciamento. Come il fatto che la progettazione di una realtà urbana e sociale può cambiare di segno a seconda del punto di vista di chi la impone e di chi la subisce.

L’altro anniversario ci proietta avanti di cento anni, nel 1616. Il 23 aprile di quell’anno moriva William Shakespeare, che proprio a Venezia aveva ambientato due delle sue opere più celebri: “Otello” e “Il Mercante di Venezia”. Due testi che riflettono sul rapporto di una società con lo straniero e sul senso e le ambiguità della giustizia. Il secondo dei quali ha plasmato la figura di ebreo veneziano più conosciuta al mondo, per quanto si tratti di una finzione: l’ebreo Shylock.

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