Due donne che ballano

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Sembrerebbe l’effetto della crisi economica ad aver portato una giovane donna che di mestiere fa l’insegnante a lavorare come domestica nella casa di un’anziana e scorbutica signora, con la quale non fa che discutere, pungersi, battibeccare.  E invece sullo sfondo di «Due donne che ballano», storia in apparenza quotidiana e ordinaria, c’è quell’abisso di solitudine e di vuoto di senso che tanta gente affronta nella propria vita, senza eroismi ma senza nemmeno saper cedere alla rassegnazione. Le prima nasconde un lutto che la tiene lontana dal mondo, la seconda fa i conti con gli ultimi anni della sua vita in cui non è riuscita a mantenere salde relazioni umani.

Josep Maria Benet I Jornet – uno dei maestri del teatro catalano – disegna in questo testo una coppia magistrale del teatro odierno, due figure femminili che detestandosi in realtà si tengono in vita. Perché per quanto possiamo isolarci dal mondo abbiamo comunque bisogno di un punto di riferimento che non lasci in balia della sensazione di galleggiare nel vuoto. Meglio sputare fuori la propria rabbia, meglio confessarsi ad un quasi-sconosciuto le parti più oscure e detestabili di sé.

Il “ballo” delle due donne è proprio questo, non solo una passione che può sembrare perfino ridicola (come quella della donna anziana per i vecchi fumetti). Ma è un modo di aggrapparsi a qualcosa. Perché sarà pure faticoso fare i conti con le scorie che il tempo ha depositato su di noi, rendendoci spigolosi e pungenti, ma la relazione con l’altro rimane l’unico antidoto ai vicoli ciechi dell’esistenza.

Non pensate, però, a uno spettacolo cupo e opprimente, perché «Due donne che ballano» brilla di una luce particolare che a tratti vi farà anche ridere – anche grazie all’intensità delle due attrici, Arianna Scommegna e Maria Paiato (che si conferma tra le interpreti più coinvolgenti della nostra scena). La regista Veronica Cruciani le immerge in un ambiente hopperiano – le scene sono di Barbara Bessi – e reso livido, onirico eppure realissimo, dal prezioso lavoro sulla luce fatto da Gianni Staropoli. È in questo ambiente sospeso che veniamo a conoscenza delle vicende umane che hanno stratificato, l’una sull’altra, le spigolosità delle due protagoniste.

Apprendiamo il passato da femminista dell’anziana, oggi alle prese con una famiglia che vorrebbe scordarsi di lei murandola dentro un ospizio; e scopriamo le difficoltà con gli uomini della giovane, che arriva a diventare patologica, un respingere l’altro sesso che nasconde allo stesso tempo una condanna verso il genere maschile e un senso di colpa che non riesce a estinguersi, entrambi senza appello. È la morte del figlio, avvenuta a causa della atmosfera di violenza e litigi in cui era immerso il suo rapporto con il compagno, a scatenare tutto questo. Un lutto inestinguibile che mette la giovane a una distanza dal mondo pari a quello della donna più anziana, che però è frutto di un’esistenza giunta al termine.

C’è chi ha parlato di una valenza “femminista” di questa amicizia tra donne, ma la scrittura di Benet I Jornet è sufficientemente raffinata da non cadere negli schematismi in cui a volte incappa l’ideologia a teatro. La più giovane incappa in un rapporto con un collega che quando sfiora la sfera fisica si trasforma in un disastro, e consapevolmente non dà affatto la colpa a lui. Più che il femminismo all’autore catalano interessa la condizione umana di due personaggi messi all’angolo dalla vita. Ma nella nostra società, quando sei donna, la vita ha spesso dei modo maschili per metterti all’angolo.

Come Thelma & Louise, la categoria più adatta a maneggiare queste esistenze dolenti e divertenti a un tempo e quella degli “sconfitti”. E il finale dello spettacolo (dove il realismo di Benet I Jornet diventa forse un po’ troppo “letterario”) deve certamente molto al film del 1991.

Sarcastiche, spigolose, a tratti buffe e certamente commoventi, le due donne che ballano di Benet I Jornet sono una coppia teatrale memorabile, che senza sconti e soluzioni consolatorie riesce a capovolgere il dolore in ironia.

Il lavoro di Veronica Cruciani, che in più di un progetto si è concentrato su drammaturgie che interrogano la cifra odierna del realismo, ci fa vedere cosa il teatro di prosa può essere quando abbandona gli stereotipi da cui ancora troppo spesso è gravato e si mette a parlare di noi, dell’oggi, di quello che c’è qui. Quando, in una parola, si fa nostro contemporaneo.

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[da Minima&Moralia.it]

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