L’essere vivente più vicino a Dio. «Laika» di Celestini è uno spettacolo che parla coi fantasmi: i nostri

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C’è chi lo conosce come volto della tv e chi come uno tra i massimi esponenti della narrazione a teatro, chi ha letto i suoi libri e chi lo ha seguito nel suo cinema poco ortodosso. Ma Ascanio Celestini è molto di più di un artista eclettico. Quando è comparso sulla scena teatrale, oltre quindici anni fa, ha fatto piazza pulita delle vecchie forme di racconto teatrale, tanto è che perfino improprio accostarlo a quel genere lì. Ascanio è un affabulatore, un tessitore di storie che come nessun altro riesce a tenere assieme la critica sociale e il fantastico, l’ambizione di riscatto e l’iperbole comica, animando con la nuda parola un teatro che in realtà è densamente popolato di voci e personaggi.

“In fondo quello che faccio è mettere a libro paga i miei fantasmi”, ha detto una volta in conversazione pubblica che abbiamo fatto al Teatro Quarticciolo di Roma, ed è proprio quella la forza del suo teatro: dare voce a quei fantasmi che la voce non ce l’hanno più. O la cui voce non sappiamo più ascoltare.

Come quelle di tanta gente che vive nelle nostre periferie, storie di marginalità a cui non riusciamo più a dare una collocazione. Celestini, che è nato a Morena, alle porte di Roma, quelle storie le conosce bene. Le ritroviamo nel suo ultimo lavoro, «Laika», dove sbuca perfino un Gesù tornato sulla terra per capire cosa è diventata oggi l’umanità. E per farlo si apposta davanti a un parcheggio di un supermercato di periferia, uno di quei posti dove trovi facchini e lavoratori che si ammazzano di lavoro, gente arrivata in Italia dall’Africa centrale e che cerca di costruirsi un futuro migliore.

Ma il Gesù di Ascanio è un Gesù cieco, un Gesù che forse non è nemmeno tanto sicuro di essere davvero il messia e ha bisogno di qualcuno che gli racconti cosa succede. Quel qualcuno è Pietro, l’apostolo più “inconsapevole” – così lo definisce Celestini – quello più semplice, che nello spettacolo ha la voce bambina di Alba Rohrwacher (registrata). E se l’affresco che Pietro disegna è quello di un’umanità tutt’altro che redenta, un’umanità dolente che ancora oggi non trova una forma di riscatto, quale potrà essere la reazione di Gesù? Forse immolarsi ancora una volta, magari per un barbone africano, l’ultimo degli ultimi, a cui non è riuscito nemmeno quel piccolo riscatto di un lavoro prossimo alla schiavitù.

Ma cosa c’entra, in tutta questa storia, la cagnetta Laika che i sovietici spedirono nello spazio nel ’57 e che, in quel freddo mattino di novembre, fu per poche ore “l’essere vivente più vicino a dio”? Cosa c’entra Stephen Hawking che cerca di dimostrare l’inesistenza di Dio (e Dio lo punisce mettendolo sulla sedia a rotelle, scherza cinico Celestini) con un Cristo che torna sulla terra scegliendo come punto di osservazione la periferia di una città? Ascanio ce lo racconta in uno spettacolo in grado di tenere assieme opposti lontanissimi e inconciliabili, così come le contraddizioni irrisolte della nostra contemporaneità.

Ed è un accostamento felice. Perché la galleria dolente e umanissima di «Laika» – dalla donna “con la testa impicciata” alla prostituta, fino al bevitore di sambuca che tanto ci ricorda il suo ultimo film «Viva la sposa» – si materializza sulla scena con una grande forza poetica. La sola presenza di Celestini e del suo racconto, accompagnato dalle fisarmonica di Gianluca Casadei, basta e avanza ad evocare sulla scena tutti questi fantasmi. Che sono il rimosso di una società impaurita, non più in grado di dare a sé stessa una narrazione che la rassicuri sulle incertezze del futuro, e che per questo i miserabili e i reietti preferisce occultarli, non parlarne. Dimenticandoli.

Laika è una delle migliori prove teatrali del Celestini degli ultimi anni: denso, poetico, allucinato, sa essere politico senza cedere alla tentazione del moralismo. E soprattutto non fa sconti: perché se è vero che il finale sembra invocare la fine dell’indifferenza ed evocare un embrione di rivolta (con i “reietti” che si immolano per difendere l’ultimo di loro, uno di quei “negri” che, non essendo affogati in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, vengono a morire sui marciapiedi delle nostre città dopo essere stati sfruttati per pochi euro l’ora) è anche vero che ciò che ci raggiunge di questa immagine è la sua carica poetica. Se redenzione c’è, essa è solo letteraria: è una redenzione che non consola, perché l’assenza di un Dio – leggi, di un senso, di una giustizia, di un’etica – continua ad aleggiare sulla vicenda senza possibilità di autoassoluzione.

La “ricomposizione dell’infranto” (cara a Walter Benjamin nelle sue tesi di filosofia della storia) può essere forse ancora invocata da un rito laico come è il teatro – e Celestini, che snocciola le storie dei suoi personaggi di fronte a un piccolo e molto posticcio sipario rosso, ne cita espressamente la funzione. Ma bisogna guardarsi dal cedere alla tentazione di pensare che quel rito basti a collocarci d’ufficio, solo perché vi abbiamo preso parte, dalla “parte giusta”. Anche perché l’Angelo della Storia di Benjamin era spinto in avanti dall’inarrestabile vento del progresso; oggi il vento sarà forse tuttora inarrestabile, ma che ci spinga verso “magnifiche sorti e progressive” non sembra davvero più così scontato.

Per levità e intensità «Laika» ricorda “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth. D’altronde Andreas Kartak, come i personaggi di Celestini, non ha altra redenzione che il miracolo. E il miracolo, si sa, non è certo il segno morale di questo mondo.

“Oggi l’umanità non vuole cambiare il mondo, se lo vive e basta”, afferma Celestini. E proprio per questo l’artista romano sceglie raccontare l’invisibile delle periferie, dove i fantasmi sono tali non perché non abbiano un corpo, ma perché non hanno più una voce. D’altronde il teatro, si sa, è il luogo privilegiato per dialogare con i fantasmi e con le rimozioni, e Celestini lo fa tendendo assieme il comico col tragico, come nella migliore tradizione del teatro, dove la poesia è l’anticamera della speranza pur essendo allo stesso tempo l’unico paio di occhiali con cui riusciamo a sostenere lo sguardo sull’abisso.

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[da Minima&Moralia.it]

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