I marziani del teatro. Rezza-Mastrella in scena con «Anelante»

antonio rezza - anelante

Funambolico, spericolato, maturamente infantile e bambinescamente adulto, comico e tragico. Il teatro di Rezza e Mastrella non si può sintetizzare se non, forse, solo attraverso le due figure che lo producono e lo incarnano: appunto Antonio Rezza, comico surreale dalla plasticità impossibile e dall’incredibile versatilità vocale, e la sua complice dietro le quinte Flavia Mastrella, creatrice di scene lunari e impossibili, fatte di astrazione e materia. E forse è tutto qui il segreto di un’arte teatrale trascinante e personalissima, che ha saputo anno dopo anno, centimetro dopo centimetro, conquistarsi il proprio pubblico: l’attitudine del marziano.

Rezza cala come un alieno nel panorama soporifero dell’arte ufficiale e impone un linguaggio tutto suo, che solo in parte pesca le sue maschere dall’umanità più marginale e nascosta, o da quella più corrotta e triviale ma altrettanto quotidiana e fuori dagli schermi tv. Giusto quel tanto che serve a farci sentire la sua follia come qualcosa di famigliare. Il resto è guizzo, imprevisto, immaginazione o ancora puro e semplice “terrorismo teatrale” perché, come sa chi ama Antonio Rezza e il suo teatro, non è possibile uscire indenne da uno dei suoi spettacoli.

“Anelante” segna un nuovo capitolo nella teatrografia dell’autore laziale e arriva, com’è stato per altri suoi lavori, a ridosso del Natale, come un regalo surreale e bizzarro, a tre anni dal suo ultimo lavoro di grande successo, “Fratto X”.

Stavolta Antonio Rezza, che già da qualche tempo ha rotto gli argini dell’assolo per dedicarsi a spericolate interazioni teatrali, va in scena con altri quattro performer. E visto che il suo teatro è spesso fatto di geometrie sghembe, a volte persino acrobatiche, che interagiscono con gli “habitat” altrettanto sghembi di Flavia Mastrella, di certo questa moltiplicazione dei corpi si traduce in qualcosa di inedito e spiazzante.

“Anelante” è una coreografia che cerca di diventare pittura vivente, ma se questa definizione vi suona astratta, accademica e pure un po’ noiosa, sappiate che ad abitare e vivere questa versione sghemba di un quadro suprematista c’è Antionio Rezza con il suo teatro: anarchico, fisico e allergico all’irreggimentazione come solo lui sa essere.

Uscendo dalla prova aperta di Torino, al Teatro Astra (coproduttore assieme al Teatro Vascello di Roma) c’era chi è rimasto piacevolmente sbigottito. “È pieno di culi”, ha commentato una persona che era presente. Verissimo. Culi parlanti che fanno il verso alle faccie-da-culo, potremmo dire. Perché come sempre, anche se fuori da una logica conseguenziale, il bersaglio costante del teatro di Rezza-Mastrella sono le retoriche che non riusciamo a scalfire, le piccole menzogne che abitiamo mentendo a noi stessi.

Ecco allora un Rezza saltellante al ritmo di una suoneria in loop. Ecco un Rezza crocifisso che parlando del mondo che ci troviamo a vivere dice a Dio che, se non esiste, ci fa una figura migliore. Ecco i grandi della terra che si radunano al G8, al G20, al G12, schizzando su e giù per le finestre quadrate disegnate da Flavia Mastrella senza mai raggiungere l’agognato “numero legale”. Ed ecco il Rezza più corrosivo fare comicamente i conti con le nostre angosce, dubbi e dissociazioni come fossero espressioni e incognite di un’equazione matematica che non torna (“Mica so’ dissociato che diventa ‘mica so’ dissociato’ elevato a potenza, anche se qualche dubbio giustamente ce l’ho: giustamente ce l’ho, che diventa ‘giustamente qualche dubbio ce l’ho’ sotto radice!”).

Ma c’è anche qualcosa di inedito in “Anelante”, affidato alla bravura dei quattro performer che lo accompagnano: Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia. Corpi perturbanti come quello di Rezza, che si muovono con lui a ritmo convulso, rendendo ancora più delirante il suo teatro. Un delirio che giunge, nel quadro finale, a toccare corde “lunari” con questi esseri spersi nel buio, che indossano scafandri verdi che li fanno simili a bruchi (le sculture da indossare di Mastrella) o forse a dei buffi alieni. Eccolo qui, il marziano del teatro in felice e delirante compagnia.

Un’ultima considerazione sugli autori. Spaziando tra corti cinematografici diventati con il tempo mitologici, film surreali e operazioni di scrittura al limite del classificabile, Rezza e Mastrella hanno attraversato con allucinata lucidità moltissime forme di espressione, ma è nel teatro che plasmano in modo compiuto quelle che definiscono le loro “opere”.

Difficile però dire che cos’è il teatro di Antonio Rezza, più facile dire ciò che non è: è lontano da ogni forma consueta, aborrisce l’idea di dare al pubblico ciò che il pubblico sa già, fare informazione, storia, celebrazione laica. O forse, come ha detto un volta Flavia Mastrella, “il teatro deve essere un affronto alla realtà”. Un affronto corrosivo e spietato, perché se l’artista è colui che affronta una forma Rezza e Mastrella sono piuttosto affascinati da “tutto ciò che tende a deformarsi”. E l’amore per il difforme, l’implacabile guerra alla retorica e al già visto, fanno di questa inclassificabile coppia di artisti di casa nostra i più clowneschi e radicali figli di Antonin Artaud.

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[da Minima&Moralia.it]

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