Perché quello che succede al Teatro Eliseo di Roma ci riguarda tutti

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Ogni volta che il teatro attraversa una crisi, chissà perché si invoca un “uomo della provvidenza” che rimetta la cose a posto. Capitò quando chiuse l’Ente teatrale italiano e capitò per il teatro Valle di Roma, che poi fu invece coinvolto in un esperimento di gestione collettiva. Nel caso dello sfratto del teatro Eliseo di Roma – una vicenda che, prima ancora che drammatica, andrebbe definita avvilente e squalificante per l’intera città – ad autocandidarsi è lo stesso Luca Barbareschi, che si trova a capo della cordata che ha buttato fuori – è il caso di dirlo – la gestione Monaci dallo storico teatro di via Nazionale.

Salverò il teatro Eliseo”, ha dichiarato l’ex parlamentare e uomo di spettacolo. Come? Con una compagnia stabile. Impossibile – e sarebbe anche scorretto farlo – giudicare a priori un progetto artistico non ancora definito. Ma se il buon giorno si vede dal mattino queste prime dichiarazioni certo non rassicurano, perché sembrano ignorare completamente di cosa sia composto il tessuto artistico romano, di cosa abbia bisogno la capitale d’Italia per diventare finalmente una città connessa con capitali europee come Berlino e Parigi.

Oggi Roma esprime uno dei territori teatrali più ricchi e vivaci, tanto dal punto di vista numerico che qualitativo, e sarebbe tempo che le progettualità dei teatri che utilizzano risorse pubbliche ne tenessero conto. Magari immaginando progetti aperti e connettivi del vario e vasto panorama del contemporaneo romano. Nulla di più lontano da una compagnia stabile, che ci riporta indietro a una logica vetusta (fatta di teatri che diventano piccoli potentati) in gran parte responsabile dell’odierno panorama ingessato con cui ci ritroviamo a fare i conti.

Ma c’è un ma. L’Eliseo è un teatro privato e chi lo possiede ne può fare legittimamente quello che vuole. Compreso sfrattare la precedente gestione e interrompere le repliche dello spettacolo di Emma Dante, una delle registe più importanti di questi anni. Compreso bloccare un festival internazionale come Romaeuropa, che è uno dei pochi progetti di alto livello che abbiamo a Roma. Eppure, quando si entra nel campo dello scontro giudiziario, delle ingiunzioni di sfratto e delle azioni legali, è sempre il momento in cui il teatro muore e a rimetterci è la città.

C’è quindi chi ha invocato un intervento della politica affinché la transizione fosse più morbida, magari garantendo lo svolgimento dello spettacolo di Emma Dante; sarebbe stato un intervento indebito, visto che parliamo di un contenzioso tra privati? E c’è chi ricorda che l’Eliseo è uno “stabile privato d’interesse pubblico”, come tale finanziato dal ministero, e quindi gli amministratori della la città potevano forse e giustamente pretendere un esito differente.

Ma – si ribatterà – cosa si poteva mai ottenere? Una volta che il contenzioso diventa di tipo legale, la legge e il diritto fanno il loro corso a prescindere. Già… tuttavia è proprio dall’incapacità di mediazione della politica di questi anni, sui teatri come sugli spazi sociali, e dalla sua incapacità di produrre una visione culturale, che scaturisce il senso di continuo disfacimento che sta soffocando Roma.

Questo ragionamento non assolve la gestione precedente, ma rileva come lo sfratto dell’Eliseo e le modalità con cui è avvenuto gettano la loro ombra lugubre sull’intero sistema teatrale capitolino. Un sistema composto da centinaia di teatri, dove però i luoghi di eccellenza si contano sulle dita di una mano, e dove purtroppo innescare un processo di confronto tra chi lavora nel settore sembra restare quasi sempre pura utopia.

Staremo a vedere cosa succederà. La nuova gestione andrà avanti con il suo di progetto, che ci auguriamo meno “privatistico” di quanto appare dalle parole del suo promotore. (E magari sarà l’occasione per ragionare su quali dovrebbero essere le priorità del finanziamento pubblico, se sostenere progetti simili o progetti di apertura al territorio). Ma restiamo convinti che ci sia poco di cui rallegrarsi del fatto che sia “tornata la legalità”, come ha detto Barbareschi. Non tanto perché la legalità non sia qualcosa con cui tutti si debba fare i conti, per carità. Piuttosto perché crediamo che lo spirito di un’arte di relazione come il teatro risieda altrove, nel dialogo per esempio, o nella soluzione dei problemi che guardi all’interesse dell’intera comunità, accanto e oltre le ragioni delle singole parti. Cosa è legale e cosa no: è una questione antica ed è proprio il teatro – con un dramma bellissimo come Antigone – a ricordarcelo, e a ricordarci da che parte è più corretto stare.

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[da Internazionale.it]

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