Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano

Frosini-Timpano - zombitudine

Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta?

Da questi interrogativi parte la critica caustica, stralunata e crepuscolare che il duo Frosini-Timpano rivolge alla società, all’Italia e al suo ammaccato mondo culturale – che poi sono cerchi concentrici, maglie di una spirale che si stringe attorno allo spettatore, chiamato in causa pure lui. Perché chi è che davvero può chiamarsi fuori da quella condizione odierna che, secondo i due artisti, è la “zombitudine”? Ovvero: chi è davvero il mostro?

Fin dal mitico racconto di Fredric Brown, La sentinella, quello del rovesciamento è il meccanismo più “politico” con cui la fantascienza e l’horror hanno sondato gli abissi oscuri dell’animo umano. Lo zombi, poi, è il mostro politico per eccellenza: è la massa rabbiosa che preme alle porte, è la fame cieca del consumismo, è il disfacimento in atto. La scena simbolo del genere non a caso è quella in cui un’orda di non morti assedia un centro commerciale, dove quattro umani asserragliati godono dell’opulenza delle merci nel terrore dell’apocalisse che si svolge attorno a loro. George Romero, papà del moderno zombi e regista di Dawn of the Dead da cui quella scena è tratta, non ha mai nascosto la sua sprezzante critica alla società.

Ma se in tanti si sono cimentati con la potenza di questa metafora sullo schermo, in pochi lo hanno fatto sulle assi del palcoscenico. A provarci non poteva essere che Daniele Timpano, come naturale proseguimento della sua Storia cadaverica d’Italia, che attraverso il corpo morto dei politici (Moro, Mazzini, Mussolini) ha sviscerato – è il caso di dirlo – le retoriche politiche italiane. E non poteva che farlo assieme ad Elvira Frosini, con cui ha già sondato un altro tipo di retoriche, quelle amorose, affondando così lo sguardo nelle ossessioni della quotidianità.

Il rovesciamento, d’altronde, è anche la cifra più caratteristica del duo romano, in grado come pochi altri di tenere assieme pop e critica sociale, una miscela che in teatro risulta spesso esplosiva per chi la maneggia. Perché è facile varcare il confine, aderire a ciò che si dice di voler criticare, ingabbiarsi nella retorica che si vorrebbe scardinare.

Lo zombi è dunque il reietto. È l’immigrato che bussa alle porte dell’Europa, il precario che aspira al posto fisso, il consumatore che anela alla merce mentre tutto attorno va in rovina. Ma è anche l’essenza di un mondo già morto che non vuole morire, paradigma eloquente nell’Italia delle gerontocrazie e del pantano politico e culturale. O il paradosso di un mondo artistico e intellettuale che si pensa “altro” e che, con le sue miserie economiche e morali, altro davvero non riesce ad essere.

La decadenza ci appartiene e il pop ci divora. Ad entrambe le cose, sembrano dire Frosini e Timpano, non riusciamo ad opporre resistenza. Tanto vale, allora, ammetterlo che i divoratori di noi stessi siamo anche un po’ noi.

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[da www.minimaetmoralia.it]

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