La vertigine di Alcesti. Civica firma un lavoro di grande intensità

Alcesti-Daria-Deflorian-Monica-Piseddu-Monica-Demuru-7-ph-Duccio-Burberi-okL’Alcesti pone lo spettatore davanti a una vertigine. Il fulcro della tragedia di Euripide mette lo spettatore di fronte a un interrogativo che, al di fuori dell’espediente narrativo, riguarda profondamente ognuno di noi: per cosa si vive e, soprattutto, per “chi” si vive. Admeto, amato da Apollo, riceve da questi il dono più prezioso e anelato dall’uomo, la possibilità di scampare dalla morte. Ma questo dono innaturale ha un prezzo: qualcuno dovrà morire al posto suo per pareggiare i conti con la Morte. Non lo faranno i suoi genitori, i candidati più ovvi, che hanno vissuto una vita lunga e piena e potrebbero sacrificarsi per la vita del figlio uscendone anche con tutti gli onori. Lo farà la sua sposa Alcesti, che sacrifica la sua vita giovane e la possibilità di veder crescere i propri figli perché senza il suo sposo e Re tale vita non avrebbe più senso.
Massimiliano Civica, con la sua messa in scena della tragedia euripidea, di cui ha curato anche una traduzione ad hoc per il progetto, insiste con sguardo limpido e radicale su questa vertigine. E lo fa inserendo il suo spettacolo in un luogo altrettanto vertiginoso, il semiottagono dell’ex-carcere delle Murate, antica prigione del centro di Firenze oggi riqualificata con la realizzazione di bar, ristoranti e appartamenti di edilizia popolare. Nascosto in questo contesto moderno e gradevole si apre, proprio come una vertigine, il panopticon del semiottagono, testimonianza di un passato di dolore che pure appartiene a questo spazio. Non è una scelta neutra. Civica è un regista di grande sapienza, che nella sottrazione che caratterizza i suoi spettacoli riesce ad evocare con estrema precisione atmosfere di grande potenza. La vertigine del luogo prepara all’ascolto della vertigine del dramma. Così come la scelta di ammettere solo venti spettatori per replica, e di tenere lo spettacolo in scena per un mese senza prevedere ulteriori tappe, è una scelta radicale che il regista romano propone allo spettatore per poter entrare in contatto con il suo lavoro.

Il risultato è uno spettacolo che non si può che definire straordinario. Straordinario per l’intensità che le tre attrici Daria DeflorianMonica Demuru e Monica Piseddu riescono a trasporre sulla scena abitando la forma minimale e apparentemente compassata che Civica disegna attorno al mito. Straordinario perché la misura estrema del gesto e la cura del particolare, in una scena abitata soltanto da due candelabri e dalle maschere delle attrici, che vestono e svestono i panni dei personaggi con una ritualità ipnotica, producono una sospensione del tempo che accentua ed esalta l’intensità del dramma. Straordinario, infine, perché restituisce con lucidità e chiarezza la parola euripidea, il senso del testo, in una dimensione di “servizio” che solo una regia di grande forza e sapienza può permettersi senza cedere alla propria autoralità, e che è ormai la cifra più caratteristica e il valore del teatro di Massimiliano Civica.
Dall’Alcesti si esce senza aver chiaro se siano trascorse due ore o una manciata di minuti (la verità, per la cronaca, sta nel mezzo). E già questo è indicativo della potenza di uno spettacolo fatto anche di momenti di silenzio. Ma non c’è solo rigore espositivo e intensità espressiva a reggere la struttura semplice e solida della regia di Civica: a interpolare la ritualità del gesto ci sono momenti di comicità “ribalda” – come l’ha definita Massimo Marino – come il verso ai cartoni giapponesi che per un secondo compare nella scena dello scontro tra Apollo e Thanatos, e che è forse il frutto di un gusto profondamente goliardico con cui Massimiliano Civica gioca con i molti immaginari che una scena scarna come la sua è magicamente in grado di moltiplicare. C’è la musica, il canto, anch’esso ironico – come quando di spalle Monica Piseddu intona l’“Uselin de la comare” – oppure di straordinaria e sommessa intensità, come il finale affidato alla voce limpida eppure a tratti in sordina di Monica Demuru, che interpreta “Henna” di Lucio Dalla, canzone poco nota del cantautore bolognese eppure tra le più amate da lui stesso, che dal “basta sangue” dell’incipit a “l’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare” dell’apice sembra sintetizzare mirabilmente l’arco della tragedia.

Massimiliano Civica gioca senza sbavature con la tradizione, a partire dalla scelta delle tre attrici (tre erano anche gli attori del teatro classico, rigorosamente uomini), alle quali si affianca nel finale l’attrice “muta” Silvia Franco, nel ruolo della sposa che torna dagli inferi, liberata da Ercole e impossibilitata a parlare per tre giorni a causa del suo ritorno soprannaturale. Allo stesso modo l’utilizzo della maschera, filologico come l’approccio al testo, sembra dischiudere una serie di simbologie di natura altra, tanto che in certi momenti la grazia del gesto e l’approccio antiretorico della recitazione danno l’impressione di trovarsi di fronte a uno spettacolo di Teatro No, l’antico teatro giapponese.
Ma è di certo superfluo cercare, anche a forza, riferimenti e ossessioni. La regia di Civica è potente proprio perché libera gli immaginari anziché imporli. Una scelta che paga, perché permette in uno schema pur rigoroso di esaltare la presenza di tre attrici straordinarie quali sono Monica Piseddu, Monica Demuru e Daria Deflorian. Una scelta che scardina le retoriche espressive e paradossalmente, vista l’apparente freddezza, lascia defluire proprio il sentimento. Che ci ricorda come alla morte e al carico di insensatezza che essa getta sulla vita si può rispondere solo con l’amore, ovvero con la relazione, con il farsi carico di qualcuno o qualcosa. Il messaggio eterno di Alcesti è nello “scandalo” del suo sacrificio, scandalo per la ragione che vuole sopravvivere e potenza del cuore che riesce, in questo modo, a dare senso all’intera esistenza. Per quanto possa suonare assurdo in una società atomizzata ed edonista come la nostra, la vita ha davvero senso solo quando si è disposti a perderla per qualcuno o qualcosa. Solo, cioè, quando poniamo il senso supremo della nostra esistenza fuori da noi stessi. Di questo “scandalo” Massimiliano Civica ha sapientemente permeato la sua Alcesti, che nella radicalità delle sue scelte – espressiva, ma anche orientata a una politica della visione, riservata alla vicinanza di soli venti spettatori – è certamente uno dei più bei lavori degli ultimi anni.

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[da www.teatroecritica.net]

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