Nollywood a Dro: uno spettacolo mai visto!

Artefatti - NollywoodL’arte di “ritrattare” non è necessariamente quella di cambiare versione dei fatti. Ma può avere anche a che fare con il tentativo di tracciare un’identità – identità plurali, magari, stratificate come lo sono tutte, ma forse ancor più complesse se, come in questo caso, si tratta di identità d’artista. Una distorsione del termine “ritrarre”. Così sembra averla intesa l’Accademia degli Artefatti con il progetto Nollywood, che per diversi giorni all’interno del festival Drodesera ha proposto una performance di durata variabile che “ritratta” di volta in volta un artista di Fies Factory.

Fabrizio Arcuri e Matteo Angius hanno elaborato un dispositivo complesso, proponendo ai loro colleghi di diventare i protagonisti delle loro performance, intervistandoli e chiedendogli di regalare una parola importante per loro, una canzone e un’urgenza. Tutti materiali attorno ai quali sono stati costruiti gli episodi di Nollywood. Gli ignari protagonisti, catapultati nel mezzo di una scena che non conoscono, non sanno nulla di quello che accadrà. Sembrerebbe un meccanismo autoreferenziale, se non fosse che Arcuri e Angius, nel trattare i materiali accumulati, li inseriscono in un dispositivo che ne fa oggetti a sé, leggibili anche da chi non conosca da vicino le compagnie o gli artisti ospiti.

Ma cosa ci vogliono comunicare gli Artefatti con questo cortocircuito tra la realtà e lo spettacolo? Cosa vogliono far emergere da un dispositivo che rende liquidi i confini tra il reale e l’immaginato, che gioca alla mitizzazione – pur in modo divertito e invertito, scardinandone così gli effetti meramente seduttivi che alimentano la narrazione (e le casse) dello showbusiness, della politica spettacolo, in una parola del mainstream comunicativo in cui tutti siamo immersi senza più la possibilità di un fuori? Di certo c’è tutto questo, ma – come è spesso nei lavori di questa compagnia e più in generale nella temperie della scena di oggi – è un aspetto che entra in scena, sì, ma in modo laterale e non frontale. Come se la “naiveté”, e più in generale la leggerezza, con cui si affrontano questi ritratti, fosse non soltanto un dispositivo comico, ma più in generale un dispositivo ermeneutico grazie al quale riusciamo a cogliere quanto di noi c’è in quello che critichiamo. Quanto del nostro stesso sguardo e dei nostri desideri più reconditi c’è dentro quei meccanismi del consenso che crediamo essere rivolti contro di noi, contro la nostra libertà di pensiero, e che diciamo quotidianamente (e sono soprattutto gli artisti a farlo!) di criticare. Bypassando le armi ormai spuntate della critica frontale, propria di un teatro che cercava anche sinceramente e con passione di affermare un discorso politico diretto, ma dimenticava tuttavia il pubblico reale che si trovava di fronte – già persuaso dalle tesi propugnate dall’artista – scambiandolo volentieri per la platea televisiva che invece francamente se infischia del teatro (per dirla con Clark Gable oppure, a seconda dei gusti e delle inclinazioni, con Antonio Latella), l’Accademia degli Artefatti centra invece l’obiettivo di restituire la scena alla sua funzione di agorà, di luogo dove è possibile la trasformazione dell’individuo. Un teatro cioè da dove non si esce identici a come si era entrati, perché ciò che accade sulla scena ci riguarda veramente – in special modo se siamo noi i soggetti ritrattati da Angius e Arcuri. E anche qualora non lo fossimo, il dispositivo «Nollywood» ha comunque centrato il suo obiettivo, poiché è evidente che chiunque abbia assistito a uno qualunque degli episodi di questa iperbolica saga teatrale, sia esso spettatore o artista, è poi uscito dalla sala scandendo nella sua mente con convinzione la frase “mantra” che gli Artefatti hanno posto come sottotitolo di questo loro insolito lavoro: “Io non sono così”!

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