L’Estate del nostro scontento. Riflessioni attorno alla polemica sull’Estate Romana

lungo-il-tevere-roma-640x420L’Estate romana è cominciata nel segno della polemica. Quella che si è scatenata attorno ai risultati del bando pubblico indetto dal Comune di Roma per l’omonima e tradizionale manifestazione capitolina. Che disegnano, nel bene e nel male, una geografia rivoluzionata della storica kermesse. Sono scomparse alcune manifestazioni storiche come All’Ombra del Colosseo e la rassegna di teatro Garofano Verde, sui temi dell’omosessualità. Sono invece risultate  tra i primi posti in graduatoria alcune iniziative legare alla sperimentazione artistica come Short Theatre, Attraversamenti Multipli, Teatri di Vetro. Ne è nato un putiferio, con accuse a dir poco esplicite: sono passati gli “amici degli amici”, sono state fatte fuori le esperienze storiche per far passare illustri sconosciuti, manifestazioni alle prime edizioni e senza presenza sul territorio… Questo il tenore di articoli a dir poco imprecisi (come quello apparso l’11 giugno su Repubblica, sul quale è intervenuta con sguardo attento Teatro e Critica) o di più garbate prese di posizione pubbliche degli esclusi (come ad esempio la comunicazione di Fed.It.Art).

Nella confusione che ne è seguita in molti hanno approfittato per tirare bordate a quello che ritengono il nemico più prossimo: il Valle, chiamato in causa erroneamente, o l’Angelo Mai, che si è visto attaccare in modo bipartisan dal consigliere Pd Pierpaolo Pedetti e da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia, che hanno chiesto la revoca di un finanziamento mai stanziato (il progetto «Tropici» del centro culturale di Caracalla è infatti risultato finanziabile, ma è fuori dalla classifica coperta dagli stanziamenti e otterrà qualcosa solo se questi verranno ampliati – e per di più si tratta di una manifestazione ideata dal Leone d’Argento della Biennale Danza, Michele Di Stefano).

In questo gioco del tutti-contro-tutti ciò che colpisce è la Babele terminologica e di riferimenti culturali che sta caratterizzando questo dibattito. Ciò che è un valore incontrovertibile per un settore della città è frutto di amicizie politiche per un’altra. Ciò che per qualcuno è una manifestazione storica, per altri è il segno di una città inamovibile che non è in grado di rinnovarsi.

Proviamo allora a dare una lettura di quello che è successo sollevando alcuni interrogativi.

1. L’assessorato presieduto da Flavia Barca, ora dimissionata, ha impresso al bando un indirizzo che tendenzialmente premia la sperimentazione e la vocazione artistica, a discapito dell’intrattenimento puro. Questo aspetto, unito alla scelta di commissioni valutatrici con una matrice prevalentemente culturale sembra aver spostato l’asse della kermesse capitolina.

2. Per chi, come me, ha a cuore lo sviluppo artistico e culturale di Roma, si tratta tutto sommato di un buon segnale. Ritengo che i soldi pubblici in ambito culturale debbano in primo luogo sostenere operatori e artisti espressione di una cultura non necessariamente “alta”, ma di alto livello sì. Ovvero tutto quello che sperimenta linguaggi, partecipazione e contenuti senza necessariamente chiudersi in una torre d’avorio; così come tutto ciò che esprime un valore culturale riconosciuto ma che non è in grado di confrontarsi con le logiche di mercato (teatro, letteratura, cinema di qualità tanto per fare degli esempi). Intrattenimento e iniziative di socialità a vocazione commerciale dovrebbero venire dopo, soprattutto in tempi di crisi.

3. Questo vuol dire che manifestazioni come All’Ombra del Colosseo non debbano più avere cittadinanza? Non necessariamente. Più che altro penso che l’interrogativo andrebbe ribaltato. Ovvero: è giusto che un solo bando con un unico capitolo di spesa debba sostenere manifestazioni di comici e teatro di ricerca, arene cinematografiche e fiere letterarie, più una serie infinita di progetti che vanno dall’amatorialità alla cultura passando per l’intrattenimento? È davvero lo strumento più adatto per gestire le politiche culturali di una Capitale europea?

4. Spostare l’asse del bando non significa però automaticamente disegnare una politica culturale che tenga conto delle complesse esigenze di una città grande come Roma. Ci sono state ad esempio delle vittime illustri, come la rassegna Garofano Verde (che è un progetto di grande valore culturale di cui, se non cambiano le carte in tavola, sentiremo la mancanza). Mentre alcune manifestazioni in corso da vent’anni – come il Fontanone Estate – si sono viste togliere il sostegno. La polemica, in casi come quest’ultimo, sta nel fatto che la città perderebbe una manifestazione “storica”. Ma è davvero il bando lo strumento più adatto a garantire la continuità di un progetto culturale? Se la storicità deve essere un criterio, cosa lo si fa a fare il bando pubblico? Un bando, anzi, non dovrebbe servire a intercettare e sostenere la spinta del nuovo, i cambiamenti generazionali, ciò che non ha ancora avuto cittadinanza e non si conosce?

La verità è che ci troviamo di fronte a un’arma spuntata e a una coperta troppo corta. Lo stanziamento complessivo per l’Estate Romana ammonta a 1.300.000 euro. Quanto, altrove, si spende per un solo festival. 1.300.000 euro di stanziamento per una città che conta circa 2.800.000 abitanti significa una spesa lorda di circa 0,46 euro per abitante. Se consideriamo però che l’offerta culturale di Roma interessa la sua area metropolitana – che sarà la nuova dimensione amministrativa della Capitale tra non molto – arriviamo a circa quattro milioni di persone, per una spesa pro capite lorda di circa 0,32 euro. E non si tratta di una sempliceboutade, perché quest’anno l’Estate Romana è in pratica il solo capitolo di finanziamento a cui possono accedere gli operatori culturali non istituzionali.

Ma anche se il Comune avesse stanziato il triplo, o cinque volte tanto, resta da capire se lo strumento del bando sia quello più adeguato a disegnare una politica culturale in grado di incidere davvero sul territorio. La domanda è retorica, e per più questioni, che si possono sintetizzare in altrettante domande:

1. Non sarebbe il caso di immaginare un sistema di sostegno diverso dal bando per quegli interventi considerati strategici e che hanno dunque diritto non solo alla continuità, ma alla possibilità di progettare almeno di triennio in triennio?

2. Il bando – tanto più quello dell’Estate Romana – sposta per forza di cose tutti gli interventi culturali proposti all’interno della “gabbia” dell’evento. Siamo certi che questa sia ancora la forma più adatta a una politica culturale seria e non si allinei piuttosto a un’idea di consumo culturale che poco lascia dietro di sé? Ovviamente non vuol dire che bisogna smettere di fare festival e rassegne; ma non si potrebbe pensare dispositivi nuovi – con nuove tipologie di finanziamento – per quelle progettualità che intervengono a lungo termine sul territorio cittadino?

3. Non è possibile pensare a una differenziazione dei bandi? Intrattenimento colto, intrattenimento a vocazione commerciale e sperimentazione artistica sono tre ambiti molto diversi, con logiche diverse e diverso rilievo sociale. Non è possibile immaginare una maniera differente di supportarli, piuttosto che costringerli in un unico calderone che costringe gli operatori (e i giornalisti culturali) a disquisire su di un concetto di cultura che – dal punto di vista burocratico-amministrativo – assomiglia sempre di più al sesso degli angeli?

Va da sé che, in un’epoca di crisi e di scarse risorse, il bando resta lo strumento più democratico e quindi, probabilmente, l’unico di cui si poteva dotare l’amministrazione capitolina in un frangente come questo. Tuttavia queste sono questioni che è essenziale cominciare a porci collettivamente, ed anche in fretta, per tentare di uscire dal pantano culturale – ricco di spunti e povero di mezzi – in cui Roma sembra essersi arenata.

Altrimenti continueremo a restare schiacciati nelle logiche di quella che un antropologo come Piergiorgio Giacché chiama “Cultura istituzionalizzata come funzione politica”. La cultura cioè intesa come “servizio culturale”, che come tale è ridisegnabile ogni volta a seconda dell’impostazione politica, delle convenienze e delle logiche del settore a noi ideologicamente più prossimo. Questo modello di Cultura – che torna a fregarsi della “c” maiuscola – sembra posizionarsi all’opposto di ciò che tradizionalmente per cultura si intende, poiché in quanto “funzione” è in grado di inserirsi all’intero dell’economia di mercato. In uno scenario simile la cultura torna ad essere una disputa identitaria – secondo quanto scrive lucidamente Giacché in un saggio sul «Teatro della cultura» – giocata cioè sull’opposizione noi-loro, alto-basso e via dicendo, in una lotta all’accaparramento di fette di mercato, di finanziamento e di consenso. «Davanti questa funzione e dentro questo quadro – scrive fatalmente Giacché – l’aggettivo ‘culturale’ diventa insieme generico e specifico, ma non più generale e specialistico». Forse è proprio in opposizione a questa deriva – che rappresenta in modo così drammatico l’habitat culturale romano – che ha senso, oggi, immaginare percorsi artistici e culturali che valga la pena di alimentare e sostenere.

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[da www.minimaetmoralia.it]

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