«Il Guaritore» di Santeramo con uno straordinario Sinisi

Michele Sinisi – Il Guaritore (santeramo)Al Teatro Valle occupato si è tenuta la prima romana di uno spettacolo molto atteso, «Il guaritore», testo vincitore del Premio Riccione 2011 e messo in scena da Teatro Minimo con la regia di Leo Muscato (in scena fino al 19 gennaio). Il personaggio inventato dalla penna di Michele Santeramo non è un “santone”, un truffatore. È anzi un uomo stanco, malato a sua volta, che nonostante sia attaccato a una flebo continua a scolarsi una grappa di cui no riesce nemmeno a sentire il sapore. Con l’aiuto di suo fratello (Gianluca delle Fontane), mette in scena il momento della “guarigione”, dove attraverso una particolarissima formula cerca di “curare” le vite malate della gente. Come? Incrociando le loro storie. Come dicevamo, il guaritore (Michele Santeramo) non è un mago né un medico, ma sa ascoltare le storie, coglierne le storture e – evocando lo spirito della guarigione, che sembra essere più uno “spirito della parola” – finalmente scioglierle. Già il coraggio di pronunciare la propria malattia, che è sempre una malattia esistenziale, è un passo verso la guarigione. Che si scioglie, nel caso raccontato sulla scena, nel modo più semplice possibile: mettendo in relazione due dolori opposti. Sono i dolori di due donne (Simonetta Damato e Paola Fresa), una incinta che non vuole quel bambino che le cresce in pancia e che “la mangia dall’interno”, e un’altra che non può avere figli. Non sa che non può averli per via di un infortunio, tenutole nascosto, del marito boxer – un divertente e bravissimo Vittorio Continelli, che saltando come un grillo da una parte all’altra della panca dà vita al personaggio più surreale e “un po’ suonato dello spettacolo. La soluzione è semplice: il bambino passi dall’una all’altra.

La guarigione proposta è fin troppo banale, e allora dov’è la vera cura? Nella parola stessa. Nella capacità di pronunciare le nostre paure, i nostri traumi, di superare la diffidenza del privato che è sempre intima vergogna di se stessi, quel “i fatti miei non li dico davanti agli estranei” che agita le due donne all’inizio della piéce. Ma attenzione: “pronunciare” non significa esibire, come la società televisiva ci ha insegnato a fare per aumentare audience e profitti; significa portare all’esterno, “mettere in scena”, come fa il teatro. E quello del guaritore è, di fatto, un vero e proprio teatro – così come il testo di Santeramo è un omaggio all’arte della scena. La cura è illusione e finzione che coesistono, ma senza infingimento. Proprio come il teatro. E il guaritore è malato come se non più di noi. E così Santeramo, tracciando dialoghi precisi attorno a questa semplicissima costatazione, in grado di sondare l’animo umano, dà vita a un testo maturo e affascinante, e anche di grande ritmo grazie ai frequenti scivolamenti nel comico e nel grottesco.

Il guaritore è un personaggio vero e proprio, non solo con una funzione ma con un proprio carisma letterari, come ormai non se ne vedono pochissimi nella scrittura drammaturgica odierna. La sua parabola potrebbe facilmente dipanarsi ben oltre l’ora di spettacolo, che è la durata effettiva (e sembra che la versione originale del testo fosse più lunga, asciugata anche per questioni produttive). Lo spettacolo scorre veloce e forse si vorrebbe stare nella stanza del guaritore un po’ di più. E la carica della piéce, va sottolineato, è principalmente nella bravura di Michele Sinisi, che pure interpreta il personaggio più fermo, quasi paralizzato, attorno a cui schizzano tutti gli altri. L’attore pugliese è qui in splendida forma e veste i panni di una vecchiaia ringhiante e beffarda, ma anche stanca e a volte bonaria, davvero con grande maestria.

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