Il Teatro di Roma è ancora in attesa di nomine

teatro argentina - ilaria scarpa
foto Ilaria Scarpa

Nemmeno le vacanze hanno portato buone nuove sul fronte della nomine al Teatro di Roma. Né Babbo Natale né la Befana hanno regalato alla capitale una direzione per l’istituzione teatrale principale della città. Può sembrare un fatto marginale, ma non lo è affatto. Perché nel frattempo il Ministero dei beni culturali ha avviato una rimodulazione nel sistema dei teatri pubblici che Roma, proprio Roma, rischia di perdere. Dei 17 teatri stabili pubblici ne resteranno solo quattro: quattro Teatri Nazionali, tra i quali di sicuro ci sarà il Piccolo di Milano. Gli altri spazi saranno articolati in una decina di teatri d’interesse pubblico, più una serie di altre rimodulazioni volte a stimolare una circuitazione più sana rispetto ai compartimenti stagni delle politiche dello scambio che hanno afflitto il teatro per decenni. Insomma, potrebbe essere una piccola rivoluzione.

IL RUOLO DI ROMA – Roma, va da sé, potrebbe giocare un ruolo importantissimo. Perché è la capitale, ovviamente, ma anche perché dispone di un panorama artistico di primo piano, per troppo tempo lasciato incolto, abbandonato a se stesso. Paradossalmente è proprio dallo Stabile capitolino che negli ultimi anni sono venuti segnali di apertura e valorizzazione di questa scena, congiuntamente a quelli del Romaeuropa festival, soprattutto per quanto riguarda la sua gestione del Palladium. Oggi la stagione del teatro di Garbatella è stata annullata perché i fondi non vengono confermati e l’Argentina è bloccato in attesa di nomine, mentre l’India è fermo per ristrutturazione. Insomma, il 2014 che poteva lanciare la Capitale in un ruolo di primo piano a livello nazionale rischia di diventare l’annus horribilis del teatro.

I NOMI – Il che è paradossale. Perché tra i nomi più accreditati per la direzione del teatro pubblico c’è Ninni Cutaia, ex direttore dell’Ente Teatrale – una delle gestioni più attente all’innovazione – e attualmente in forze al ministero. Un nome di sicuro spessore, caldeggiato da ampi strati della Roma artistica e in modo trasversale, dall’off all’ufficialità, eccetto forse solo per quanto il sindaco Marino e per sue imperscrutabili ragioni. Un nome che, per altro, soddisfa quel requisito di incompatibilità tra l’esercizio della regia e l’istituto della direzione artistica, che per anni ha tenuto in scacco il teatro pubblico italiano con direttori che autoproducono se stessi. Una scelta, questa del ministro Bray, che è quasi una vittoria morale del Valle Occupato, essendo stato una delle sue prime battaglie.

COSA MANCA – Eppure la politica sembra ibernata, incapace di cavalcare (e governare) questo momento che, come tutte le crisi, può essere di rinascita o di definitiva distruzione. Cosa manca? La nomina del Cda, il cui presidente ha la responsabilità civile e penale del bilancio. Solo che queste cariche sono cariche onorifiche, non retribuite. Chi si prende, gratuitamente, la responsabilità di firmare il bilancio di un teatro già in difficoltà? Sapendo per giunta che un ruolo nel Cda mette chi lo accetta in una posizione di conflitto di interessi rispetto ad altre attività, dalla regia al giornalismo all’organizzazione (magari quelle con cui si trae il proprio sostentamento). Gianni Borgna, l’ex assessore alla cultura di epoca veltroniana, ha ritirato la sua disponibilità. Franco Scaglia, il presidente uscente, se n’è andato sbattendo la porta con un’intervista a Repubblica dove attaccava pesantemente l’immobilismo del Comune.

LA SCADENZA E’ DIETRO L’ANGOLO – E mentre le tessere del puzzle attendono di venire ricomposte da una politica sempre più impantanata, il rischio di perdere il treno giusto è alto: la scadenza per presentare domanda come Teatro Nazionale con il progetto per la relativa triennalità è dietro l’angolo. L’esposizione bancaria delle istituzioni culturali cittadine, dovute ai ritardi nelle erogazioni dei finanziamenti, quella invece è dietro alla porta.

[da Paese Sera]

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