«Il tenace soldatino di piombo» del Teatro delle Apparizioni

teatro delle apparizioni - soldatino di piomboUn senso di “cura”, l’attenzione per i dettagli e una spiccata passione per ciò che è piccolo, minuto, invisibile, per pochi. Queste sono alcune delle cifre caratteristiche del Teatro delle Apparizioni, che tornano di frequente nei lavori del gruppo romano. E una fiaba come «Il tenace soldatino di piombo», dall’ambientazione così magica e raccolta, è un contesto naturale dove questa propensione per ciò che è intimo può trovare la sua giusta espressione.

Perché la favola inventata dalla penna geniale di Andersen si svolge in una stanza dei giochi, che per il piccolo soldatino di piombo diventa una terra di avventure da attraversare per raggiungere la sua bella, la ballerina che vive nel castello di carta. L’idea dei giocattoli che si animano diventerà negli anni un topos del cinema per ragazzi, ed è proprio al cinema che il regista Fabrizio Pallara sembra ispirarsi. Ma attenzione: un cinema fatto coi mezzi artigianali del teatro. Le avventure del soldatino di piombo e di tutti gli altri giocattoli che incontrerà lungo il cammino – un buffo elefante che lo aiuta a scendere dal mobile, il bugiardo pinocchio che lo mette fuori strada, uno spaventoso ragno gigante e tanti altri ancora – sono riprese da una telecamera e proiettate su uno schermo che fa da fondale. L’illuminazione “cinematografica” è realizzata con una piccola torcia. I giocattoli sono giocattoli veri, a volte indistinguibili dalla platea dove invece si può cogliere il colpo d’occhio generale, ovvero l’intera stanza dei balocchi. A muoverli ci pensano lo stesso Pallara e Valerio Malorni, che abitano la scena movendo i giocattoli con le mani e dando loro la voce, proprio come fanno i bambini. Spesso le loro mani e i loro volti – giganteschi – entrano nelle riprese in “macro” della telecamera, che proiettano a tutto schermo minuscoli soldatini della seconda guerra mondiale e casette di pochi centimetri che di colpo sembrano in video grandi come case vere.

Si tratta dunque di immagini volutamente “sporche”. Ma questo “sporco”, questa cifra di artigianalità che abita lo spettacolo, è forse il suo tratto più convincente. Si è sempre dentro e fuori della storia, si gioca coi giochi ma i personaggi sullo schermo sembrano muoversi davvero per conto proprio. È il doppio del gioco, il doppio del teatro, che in questo spettacolo diventa anche il doppio del video. All’uscita dallo spettacolo, che era in scena al Teatro Mongiovino di Roma a fine novembre, alcune persone si sono chieste cosa possa arrivare ai bambini del 2013 di questa magia tutta immaginata, loro che sono immersi nella magia digitale dei computer e degli i-pad. E la risposta è proprio questa: lo sporco, l’artigianalità, la presenza sulla scena che tocca e muove i giochi dando loro una vita.

È una bella intuizione questa di Pallara e  Malorni – quest’ultimo non solo interprete ma anche autore in questo spettacolo, impreziosito dal suo incredibile trasformismo vocale. È un’intuizione infarcita di riferimenti cinematografici, soprattutto della magia dei film di Tim Burton (ricordate il plastico della sequenza iniziale di «Beetlejuice»?). Ma allo stesso tempo è un’intuizione che dal cinema si allontana: si allontana cioè dal luogo dove ogni immaginazione diviene immediatamente visibile – e ogni immagine reificata – per recuperare l’immaginazione del teatro, che è invece il regno della sostituzione e dell’invisibilità.

La storia dello scrittore danese, dove l’amore può rimuovere ogni ostacolo, sconfiggendo i pregiudizi (o la mancanza di immaginazione?) di chi vorrebbe il soldatino fermo al suo posto, congelato nei propri limiti, è una storia semplicissima ma universale. Lo sguardo del soldatino, non appena si anima, è lo sguardo vergine di chi non conosce ancora il mondo: per lui ogni cosa è nuova e piena di fascino, piena di stupore. È lo sguardo di chi è predisposto a innamorarsi, a farsi cioè coinvolgere fino in fondo da qualcuno o qualcosa. Lo sguardo di chi sa immaginare.

Con «Il soldatino di piombo» il Teatro delle Apparizioni segna un ulteriore tappa in quel percorso che tenacemente sta portando avanti da anni, e cioè lo sforzo di gettare un ponte tra la ricerca, il teatro d’arte e il teatro infanzia. Con l’obiettivo – encomiabile e davvero prezioso – di formare il pubblico di domani ai linguaggi del presente, anziché “intrattenere” bambini con stantii stilemi del passato.

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