ERT 3 – Notizie da un’emittente greca

ilaria scarpa_ERT01A Salonicco, davanti alla sede della ERT 3, il terzo canale della radio-televisione pubblica greca, c’è una sorta di presidio permanente in solidarietà con i lavoratori. Si è formato spontaneamente a partire dall’11 giugno, giorno in cui il governo ha deciso l’immediata chiusura dell’emittente, annunciandola in diretta tv alle cinque del pomeriggio. Il segnale, che secondo le parole del ministro avrebbe dovuto cessare alla mezzanotte di quello stesso giorno, è stato oscurato un’ora prima, alle undici, senza preavviso ulteriore. L’effetto, dal punto di vista simbolico, è stato dirompente. Soprattutto nelle zone più remote del paese, dai villaggi e dalle isole, hanno cominciato a chiamare. C’è chi pensava a una guerra, chi a un colpo di stato; fatto sta che per alcune ore l’oscuramento della televisione e della radio pubbliche ha gettato migliaia di greci nel panico. La parola più usata è “shock”. Poi si è diffusa la voce di quello che stava succedendo e molte persone si sono riversate in strada, radunandosi sotto le sedi della televisione ad Atene e Salonicco. I più anziani ripetono che nemmeno sotto la dittatura il servizio pubblico aveva mai sospeso il segnale. Quello che non è riuscito al regime dei colonnelli è stato realizzato dall’austerity greca, invocando come giustificazione le indicazioni della “Troika”. Settantacinque anni di servizio pubblico sono stati silenziati dall’oggi al domani, anzi, in una manciata di ore.

Una quota importante di lavoratori ha però scelto di continuare ad andare a lavoro, perché considerano la decisione del Governo illegale e anticostituzionale. Poiché un intervento della polizia non è da escludere, molti di loro restano anche di notte, dormendo negli uffici. “Però non vogliamo usare la parola occupazione”, mi spiega Panos, uno dei giornalisti di ERT 3. “Sarebbe un’occupazione se il provvedimento dei Governo avesse corso legale, ma non è così: loro non possono chiudere dall’oggi al domani la televisione. Per questo, assieme ai nostri legali, stiamo studiando il modo per restituire il Trattamento di Fine Rapporto che la direzione dell’ERT ha versato ai lavoratori, in previsione dello scioglimento. Il nostro rapporto di lavoro non è affatto finito, anche dal punto di vista legale, e noi abbiamo deciso di continuare a trasmettere”.

In effetti l’ERT prosegue con la programmazione. Giornalisti e tecnici hanno studiato il modo di continuare a trasmettere, nonostante il governo abbia mandato la polizia a prendere possesso delle antenne principali. La scelta più ovvia e immediata è stata trasmettere via web, un sistema che permette ai lavoratori di capire quante persone li stanno seguendo. “Sono più di quattro milioni di utenti che, nelle ultime settimane, ci seguono attraverso il web”. A spiegarlo è Alexandros Kanter Bax, direttore del palinsesto di ERT 3, che è rimasto al suo posto accanto ai lavoratori in agitazione. “L’importante è far capire al popolo greco che ci siamo, che possiamo continuare a trasmettere”, mi spiega, accogliendomi nel suo ufficio. “Quello che è successo è totalmente illegale. Quasi 2.600 persone licenziate di colpo, ma con l’indotto della televisione saranno quasi in diecimila ad avere pesanti ripercussioni sulla propria vita. Una cosa gravissima in un periodo così complicato per la Grecia. Anche perché si tratta di una decisione esclusivamente politica. Non sono certo gli stipendi dei lavoratori ad aver creato il grande buco economico della televisione. Il Governo vorrebbe farci credere che il problema è economico, ma la nostra risposta è che ogni cosa è politica. In Grecia si stanno formando un monopolio nel settore dell’informazione, in mano al settore privato. Pur con i suoi difetti, il servizio pubblico è essenziale per la tenuta democratica del paese. La verità è che non vogliono un’informazione libera”.

In molti, tuttavia, ricordano che il servizio pubblico è sempre stato molto acquiescente con le politiche governative e che la sua voce era fortemente influenzata dalla politica. Lo stesso Kanter Bax ammette che fino alla settimana prima della chiusura il suo telefono squillava in continuazione: erano ministri, parlamentari, politici che gli chiedevano di mandare avanti questa o quella persona, questo o quel contenuto. “È vero, il servizio pubblico non sempre era davvero libero, ma chiuderlo non è la soluzione. Perché non riformarlo, piuttosto?”. A chiederselo è Stavros, uno dei giornalisti di ERT 3 che stanno lavorando ai nuovi programmi, sperimentando contenuti più partecipati. “La prima reazione che ho avuto, quando ho appreso della chiusura dell’emittente, è stata di grande rabbia. Ma poi, pensandoci sopra, ho anche provato un senso di liberazione. Ora stiamo sperimentando un’informazione più libera, e possiamo criticare senza mezzi termini le scelte del governo. È come se fosse saltato un tappo. Spero che il nostro lavoro possa servire a immaginare un servizio pubblico più aperto. E che possa convincere il pubblico che giustamente ci criticava di essere troppo soft con le scelte governative che è possibile prendere un’altra direzione”.

Alla sede dell’ERT 3, per certi versi, si registra un grande entusiasmo. Ci sono persone che discuto in assemblea, altri che mangiano assieme sulle scrivanie, e all’entrata ci sono molti disegni di bambini che ricoprono per intero la parete: su molti di essi svetta il simbolo della televisione pubblico. Sono il segno tangibile del sostegno che le famiglie dei lavoratori stanno dando ai loro cari. Ma di qui a poco tempo il problema economico si farà sentire. “Come faranno adesso le nostre famiglie?”, si domanda Dimitri, un giornalista radiofonico con venticinque anni di carriera alle spalle. Si accarezza la folta barba e mi guarda sospirando. “I più giovani di noi hanno ancora l’opportunità di emigrare, di tentare di andarsene. Io non posso, ho dei figli piccoli, devo restare qui. Mi toccherà cambiare mestiere, dopo tutti questi anni”. Nelle condizioni di Dimitri si trovano in molti. Anche questo spiega perché, all’inizio, la mobilitazione ha coinvolto i lavoratori nella loro totalità. Ma è stato un momento di coesione che è durato poco. Il Governo ha annunciato che a settembre verrà costituita una nuova società che gestirà il nuovo servizio pubblico.. questa società impiegherà meno di un quinto delle persone che impiegava ERT. I giornalisti televisivi più visibili, quelli che guadagnano molto di più dei loro colleghi, hanno cominciato una trattativa separata con il Governo e si sono ritirati dalla mobilitazione. Sono rimasti i giornalisti radiofonici, i tecnici e una parte dei giornalisti televisivi: per loro non c’è alcuna garanzia per il futuro. “Quando abbiamo chiesto se i lavoratori di ERT saranno riassorbiti in qualche modo ci hanno risposto: mandate il vostro curriculum e vediamo che succede”.

Pia è una giornalista radiofonica greco-italiana. Nella radio culturale, Radio 9.58, conduceva un programma musicale. “Per me era un piccolo paradiso, era il lavoro che sognavo. E lo facevo per passione, non certo per i soldi. Molti di noi, in radio ma anche in televisione, guadagnavamo appena mille euro al mese. C’era anche chi non lavorava tutti i mesi, e chi lavorava a singhiozzo. Insomma, le situazioni economiche erano molto diverse, e solo una piccola parte di giornalisti guadagnava cifre da capogiro. Oltre, ovviamente, alle consulenze, che erano spesso inutili e venivano imposte proprio dai politici. Per questo provo una grande rabbia quando i politici dicono che l’ERT era corrotta: la fonte della corruzione erano i politici stessi!”. Una fetta della popolazione, secondo Machi, una giornalista televisiva, ha creduto alla propaganda dei media e dei giornali privati, che dipingono il settore pubblico come un posto pieno di parassiti che non lavorano. “Si tratta di una strategia che mira a mettere un pezzo della società contro l’altro. Ma il problema è di tutto il popolo Greco. Dopo il settore dell’informazione ci aspettiamo un intervento del Governo sulla sanità pubblica e sull’istruzione. Licenzieranno medici, insegnanti, chiuderanno scuole e ospedali, e ovviamente si faranno schermo con le richieste della Germania, dell’Europa, della Banca Centrale. A quel punto il dado sarà tratto: non esisterà più uno stato sociale e la qualità della vita peggiorerà drasticamente. E assieme ad essa, peggiorerà la qualità della democrazia, che già oggi in Grecia non gode affatto di buona salute”.

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[da Minima&Moralia e da Opera Mundi]

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