«Nos solitudes» di Julie Nioche

Julie Nioche - Nos Solitudes (foto Ilaria Scarpa)La danza di Julie Nioche è allo stesso tempo fatta di pesantezza e leggerezza. Anzi, il suo è forse un tentativo di ricordarci quanto le ragioni dell’una siano in fondo intimamente legate alle verità dell’altra. Lo spettacolo si apre con il corpo della danzatrice francese sospeso a un palmo da terra, grazie a un sistema di contrappesi che si stagliano sopra di lei come un’istallazione d’arte. Inclinata su un lato, Julie si direbbe stesa su un letto se noi, il pubblico, invece che seduti di fronte a lei la stessimo osservando dal soffitto. Ed è proprio la metafora del sogno che guida la performance di Nioche, che con gesti prima dolci poi secchi – a far scattare i meccanismi dei contrappesi – comincia una danza con cui scala letteralmente il cielo sopra di lei. Il sogno del volo, ma anche la realtà della gravità del corpo, costruiscono passo dopo passo una coreografia affascinante, luminosamente leggibile nella sua semplicità. Grave è il corpo così come lo è la solitudine alla quale accenna il titolo, che tuttavia è anche l’unica dimensione possibile dove si dipana il sogno. E quando la danza tocca il suo apice – nella scena in cui Julie affannosamente scala l’aria, salendo a grandi bracciate verso l’alto, per poi precipita- re chiamata giù dal peso della realtà, e quindi risalire verso il cielo con più veemenza di prima – si fa evidente come peso e leggerezza, volo e caduta, sogno e realtà non siano opposizioni che si escludono a vicenda, una da inseguire e l’altra da fuggire; bensì congegni complementari di un unico sistema di contrappesi.

:: visto a Short Theatre 8 ::

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[da Quaderni del Teatro di Roma n°16 – ottobre 2013]

cover QTR 16

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