Il tempo della creazione. Residenze e «diritto allo spreco»

attrezziLe residenze creative possono essere osservate secondo due logiche in antitesi tra loro: quella “economicista” e quella “anti-economicista”. Seguiamo per prima la logica economicista. Il teatro è un universo plurimo, di cui fanno parte molti sottoinsiemi. Le residenze fanno riferimento al sottoinsieme della Ricerca. È un sottoinsieme atipico, perché comprende sia delle linee estetiche (il contemporaneo, il teatro popolare d’arte) sia delle linee di sperimentazione e di innovazione dei linguaggi. Gli altri due principali sottoinsiemi, la Prosa e il Teatro Commerciale, seguono dinamiche produttive standard perché devono realizzare prodotti standard, la prima seguendo i parametri ministeriali, la seconda le logiche del botteghino. In entrambi i casi, i processi produttivi hanno delle proporzioni “matematiche” che all’incirca sono già date. La Ricerca, invece, si basa su dei processi produttivi che vanno inventati di volta in volta. Qui il “tempo per la creazione” diventa un momento strategico: esso è composto di studio e di sperimentazioni non immediatamente finalizzati alla realizzazione di un oggetto scenico.
 Secondo le logiche produttive degli altri due sottoinsiemi, a prima vista si tratta di “tempo perso”. Ma se consideriamo che è dalla ricerca che scaturiscono i linguaggi che poi influenzano anche le estetiche del teatro d’arte, ché è a quel comparto che fanno riferimento le nuove generazioni e a cui spesso è connessa la formazione del pubblico (verso cui la scena di ricerca è in costante dialogo), ci si rende conto di come questo “tempo perso” sia di estrema importanza. Anche nel settore industriale, per altro, succede la stessa cosa: non c’è sviluppo senza investimento e non c’è investimento senza ricerca. I milioni di dollari che le grandi aziende statunitensi puntano sulle decine di start-up che nascono ogni giorno ne sono l’espressione più evidente. Molti di quegli investimenti non tornano indietro, eppure il bilancio complessivo è positivo.

Ma anche senza scomodare le logiche del guadagno e del ricavo, le residenze continuano ad apparire uno strumento essenziale per la qualità artistica degli spettacoli, dunque per l’arte in sé. Non solo perché mettono a disposizione risorse produttive (questo è ancora un parametro economico); ma perché sono in grado di sciogliere un nodo pratico tipico del nostro Paese: il “tempo delle prove”. Questa dimensione, senza la quale gli spettacoli non vedrebbero la luce, rappresenta un costo costantemente eluso dai meccanismi produttivi italiani, sempre scaricato sulle spalle degli artisti e dunque risolto, in un certo senso, con l’autofinanziamento.

Le residenze, quando funzionano senza imporre scambi o debutti, non solo sono in
grado di garantire quel tempo, ma hanno anche un potere detonante: liberano un
determinato tempo e un determinato spazio dalle logiche economiche e lo fornisco-
no all’artista perché ne disponga. Perché, cioè, possa creare al di là e a dispetto di
quelle logiche. Quello che un tempo si chiamava “diritto allo spreco”. Una locuzione che, in tempi di crisi, trova scarso favore presso giornalisti e politici. Eppure, se
ci pensiamo bene, agire al di fuori dell’immediata monetizzazione del proprio
tempo-lavoro è tutt’oggi una precondizione per qualunque attività creativa.

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[da Quaderni del Teatro di Roma n°16 – Ottobre 2013]

cover QTR 16

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