Vivere in Grecia, nella crisi. Intervista a Petros Markaris

foto di Ilaria Scarpa
foto di Ilaria Scarpa

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

Le tre vittime del killer del suo romanzo, con le loro biografie, disegnano questa situazione in modo esemplare. Sono rispettivamente un imprenditore edile che fa affari con la politica, un barone universitario e un sindacalista spregiudicato. Tutti e tre hanno partecipato all’occupazione del Politecnico e sono diventati uomini di potere. Se questa generazione, che incarnava lo spirito rivoluzionario della Grecia, si è rivelata corrotta, esiste però una parte sana della Grecia? Qual è?

Esiste. Sono quelli che hanno perso. È la classe media, i piccolo borghesi che hanno veramente pagato la crisi, e la generazione dei giovani che la sta pagando in modo ancor più pesante. Questa è la parte sana. Se questa parte della Grecia non si riprende, la Grecia non può riprendersi.

Lei immagina che nel 2014 la Grecia, assieme alla Spagna, all’Italia e al Portogallo, lascino l’euro per tornare alla valuta precedente. È uno scenario possibile?

È uno scenario su cui occorre lavorare. Prendiamo tre paesi come Grecia, Spagna e Portogallo. Sono tre paesi usciti dalle dittature più di recente. Cosa hanno detto all’epoca questi Paesi? Entriamo in Europa per stare in una famiglia più grande e dare corpo in questo modo al nostro futuro. La stessa cosa l’hanno detta i paesi del blocco sovietico quando l’Unione Sovietica è caduta. Se chiediamo a un greco, a un italiano o a un portoghese “Perché non torniamo alle nostre monete precedenti?”, riceveremo quasi sicuramente una risposta del tipo “Ma se matto? Andrebbe ancora peggio!”. Probabilmente avrebbero ragione. Il problema però è che questo ragionamento non ha a che vedere con una prospettiva, ma con la scelta del male minore. Non si può tenere assieme 17 paesi attraverso la politica del male minore.

Qual è oggi il sentimento dei greci rispetto all’Europa?

La gente non crede più nell’Europa. La colpa è dei politici: il modo in cui si comportano ha creato una frattura e oggi la gente non crede più in loro. Questo a portato a un grave contraddizione: la gente oggi non crede nell’Europa ma allo stesso tempo ha paura di cosa potrebbe accadere se la Grecia uscisse dall’Euro. Il male di questa contraddizione è l’odio che si sta spargendo in Europa. Ci odiamo gli uni gli altri. Quest’odio, anche se usciremo dalla crisi, probabilmente resterà. Questo è il pericolo maggiore.

In passato dalle crisi di queste dimensioni si usciva con le guerre. Oggi la guerra sembra non essere più un’opzione, almeno sul suolo europeo. E allora che cosa accadrà? Ad esempio, nel suo romanzo, si immagina un’Atene afflitta da continui scontri di piazza.

Dovremmo sempre ricordarci che il progresso che abbiamo avuto dopo la seconda guerra mondiale poggia sopra i 50 milioni di morti di quella guerra. Lo ha detto Umberto Eco ed ha assolutamente ragione. Io non penso che avremo una guerra, dove la gente muore di morte violenta; penso, però, che per uscire da questa crisi avremo tantissimi “morti economici”, ovvero decessi dovuti alla crisi stessa, all’abbassarsi della qualità della vita. La domanda che dobbiamo porci, dunque, non è come evitare un risvolto violento della crisi, ma come evitare queste morti dovute all’economia.

Pensa alla qualità del cibo? All’accesso alla sanità pubblica che sta diventando sempre meno universale?

Guardi, in questo stesso momento in Spagna – come per altro anche in Grecia – ci sono bambini nelle scuole che soffrono di malnutrizione. L’altro giorno parlavo con un un’insegnate di scuola elementare, che ha dovuto allertare i genitori di alcuni bambini perché questi svenivano dalla fame. E le famiglie non sapevano come far fronte alla cosa, perché non hanno soldi. Questa situazione porterà a breve tempo a dei “morti economici” che peseranno sulla società ma anche sul futuro di questi bambini. È un fenomeno greco, spagnolo, portoghese e non va sottovalutato.

Se oggi si riuscisse a bandire la corruzione dalle istituzioni pubbliche le cose in Grecia cambierebbero, oppure siamo di fronte a una situazione così compromessa che un’inversione di rotta, da sola, non è più sufficiente?

Se le istituzioni funzionassero la crisi ci sarebbe stata comunque, ma i suoi effetti non sarebbero stati così disastrosi, come sono oggi. Uno dei più grandi errori della generazione del Politecnico sta nel fatto che ha creato un “mostro pubblico” perché gli era comodo politicamente. Non scherziamo: la Grecia ha fatto dei grossi errori, i tedeschi non hanno completamente torto. Molti greci oggi pensano che la crisi sia solo l’effetto delle misure di austerità imposte dalla Germania. Fa molto comodo pensarlo, ma non è così.

Nel 2013, secondo lei, la crisi è migliorata o peggiorata?

Oggi la crisi è nel suo momento peggiore. Il problema della crisi, ed è un problema storico in Grecia, è che la politica propone dei falsi immaginari al popolo. In questo caso ogni anno viene detto alla gente: quest’anno va così, ma l’anno prossimo migliorerà. Cosa c’è di male in questa logica? Che la gente non fa nulla per adeguarsi. I greci non erano preparati a una crisi di questo tipo. Ogni volta veniva detto loro che la situazione sarebbe migliorata e ogni volta, puntualmente, si verificava l’opposto: nuove tasse, nuovi tagli, nuova crisi. Il popolo era senza difese e questo è stato un doppio male: da una parte a ogni nuovo avvenimento i greci hanno subito la crisi violentemente, dall’altra parte la gente ha perso completamente la fiducia nel sistema politico. È questo è un effetto disastroso, perché la democrazia senza sistema politico non può esistere.

Quali sono gli aspetti più visibili e quelli meno visibili della crisi?

Deve andare a fare un giro a viale Patission, qui ad Atene. Era la strada commerciale della classe media e piccolo borghese, dove la gente faceva acquisti. Vedrà solo negozi chiusi e nient’altro. Ne sono rimasti pochissimi aperti, il resto è in decadenza. Io vivo molto vicino a quel viale e quando mi capita di passarci cammino con lo sguardo basso, cercando di non guardarmi né a destra né a sinistra, perché mi fa male vede quel disastro. Mi fa male vedere la persona che fanno la conta dei soldi per capire quali beni di prima necessità comprare. L’altro giorno, in un supermercato, c’era una signora in fila alla cassa prima di me. Prima che la cassiera cominci a battere la merce, la signora le chiede: “Per favore, può farmi il conto di quando spenderei per vedere se ho soldi a sufficienza?”. La cassiera glielo fa e lei comincia a togliere articoli dalla spesa perché non le bastava il denaro. Erano tutti beni di prima necessità. Siamo arrivati a un punto in cui la gente non è in grado di provvedere alle proprie esigenze primarie.

Ovviamente ci sono zone di Atene dove tutto questo non si vede. Per due motivi. Da un lato perché la classe dei ricchi non è stata toccata dalla crisi, e dall’altra parte perché questo incredibile sistema pubblico greco ha creato un para-stato, che si alimenta di clientele ma anche di denaro nero, di capitali che sfuggono al fisco. Voi in Italia avete uno scrittore esperto di questi meccanismi che è Roberto Saviano: se venisse a fare qualche indagine in Grecia uscirebbe fuori di testa!

A partire dagli anni Ottanta, in Grecia come in Italia, c’è stato un grande accumulo di soldi che ha prodotto anche un forte cambio di mentalità, spostando l’asse dei valori verso l’individualismo e l’edonismo. Così facendo, però, è andata perduta quella rete di solidarietà che caratterizzava le società più povere e che oggi, in tempo di crisi, sarebbe utile. È possibile recuperare questo aspetto?

La Grecia, fino agli Ottanta, era un paese poverissimo ma aveva un livello molto elevato di cultura. Questa cosa l’ho chiamata “cultura delle povertà”. C’è chi mi ha detto: ma i grandi poeti greci, Giorgos Seferis, Odysseus Elytis, non erano affatto poveri. E io rispondo: andate ad ascoltare il Rebetiko e vedrete che versi meravigliosi ci sono nelle canzoni. Sono state scritte da persone che non avevano finito nemmeno le scuole elementari. Questo era possibile perché l’alto livello di cultura che c’era in Grecia prima degli anni Ottanta permeava anche loro. Questa “civilizzazione della cultura” aveva dei valori molto forti, tra cui la solidarietà. Quando sono arrivati gli anni Ottanta e la Grecia ha visto una quantità di soldi che non aveva mai visto prima, cos’è successo? Ci siamo disfatti della povertà ma anche dei suoi valori. Oggi, invece, ci troviamo al punto in cui stiamo tornando indietro nella povertà ma senza disporre più dei suoi valori. Questo è il nostro grande problema.

E che effetti produce?

In primo luogo la perdita della solidarietà nei grandi centri urbani. Nelle società più piccole ancora esistono reti di solidarietà. Il dominio dell’individualismo, nella crisi, si sta traducendo in un atteggiamento da “mors tua, vita mea”. Quello che la gente non ha capito è che, invece, o ci salveremo tutti o moriremo tutti insieme.

Lei ha scritto che i compromessi politici non sono adatti a gestire la crisi, perché si prendono le decisioni in ritardo. Ma senza compromessi tra i paesi Europei, l’Europa è in grado di sopravvivere come progetto politico?

L’Europa politica è stata fondata sui compromessi, che hanno prodotto anche degli arretramenti su alcuni principi importanti. Non si poteva fare diversamente, perché non puoi mettere insieme 27 paesi, oggi 28, senza operare qualche compromesso. La crisi, però, non può essere gestita senza prendere decisioni immediate e radicali. Questo è un problema. Perché l’Europa non può prendere queste decisioni a causa della sua stessa natura. Che succede, allora? Che si agisce poco e lentamente.

È l’ennesima contraddizione che stiamo vivendo: oggi un singolo paese può prendere delle decisioni rapide ma poi a livello europeo non avviene altrettanto. È un problema di tenuta democratica, tanto più che in Europa le decisioni non sono prese da organi democraticamente eletti ma da rappresentati dei singoli paesi. Jean Monet, prima di morire, ha ammesso di aver sbagliato: “Se potessi ricominciare a lavorare sulla fondazione dell’Europa, partirei dalle strutture politiche e dalla cultura, non dal mercato comune”. Fondare l’Europa a partire dal mercato è un errore intrinseco, genetico dell’Europa. Oggi continuiamo con questo stesso errore: guardiamo ai numeri e stiamo perdendo di vista gli uomini.

Se ne può uscire?

L’Europa deve sviluppare delle proprie istituzioni democratiche, che non ha. Ma soprattutto ha bisogno di capire che la cultura, la civilizzazione, è un processo dinamico che crea diverse modalità di pensiero. Non possiamo convivere se non teniamo in conto la diversità di pensiero degli altri. Questa è una questione di cultura e non di economia.

Due settimane fa ha chiuso il servizio pubblico radiotelevisivo greco, l’ERT. Cosa ne pensa?

L’ERT è l’esempio perfetto dell’ipocrisia politica che regna in Grecia. I politico dicono che chiudono l’ERT perché è un’azienda corrotta che spreca molti soldi, ma sono i politici stessi gli artefici della corruzione e dello spreco. Ora vogliono apparire come i moralizzatori, ma conta ad esempio che la persona che ha annunciato la chiusura della tv pubblica è stato per anni il direttore dei telegiornali della ERT ed è stato uno di quelli che, all’epoca, ha combattuto con ogni mezzo contro qualunque riforma della ERT stessa. Questo governo non è in grado di produrre un vero cambiamento e così ha preso la decisione più sbrigativa, la chiusura, per far vedere che è un governo decisionista. Per altro il presidente del consiglio ha già fatto una parziale marcia indietro, dichiarando che delle 2600 persone licenziate dal servizio pubblico ne saranno riassunte duemila per la nuova società. E allora perché l’anno chiusa?

Che effetto le ha fatto la chiusura del segnale?

Ne ho sentito parlare dai giornali e ho preferito non accendere la tv. Non voglio vedere il segnale oscurato, non voglio vedere il nero. Quello che però mi ha fatto letteralmente uscire fuori di testa a causa dell’ipocrisia del nostro stato. Anche oggi, che la gente non sa più come vivere, le uniche risposte che hanno sono improntate all’ipocrisia. E poi si domandano perché la gente non crede più alla politica. Tutti sono ipocriti. Mi spiace dirlo: sono un uomo che è uscito dalla sinistra e quando vedo la sinistra di oggi mi viene da strapparmi i capelli. Che cosa c’entro io con questa sinistra?

Nel suo romanzo sembra che le parole della politica, soprattutto della sinistra, siano completamente vuote, senza significato.

Purtroppo è così.

Ma è possibile fondare un nuovo lessico politico?

Ci vorrà del tempo. Tempo fa parlavo con un funzionario dell’Ambasciata Tedesca. che mi chiedeva se secondo me le imposizioni dell’Europa avrebbero aiutato la Grecia a uscire dalla crisi. Gli ho risposto che la vita di un uomo può cambiare in una sola notte, ma la mentalità ha bisogno di decine di anni per cambiare. Non è facile, non si cambia mentalità facilmente. Per trent’anni ha dominato una certa politica che ha anche forgiato questa mentalità che abbiamo oggi: è impossibile sradicarla da un giorno all’altro.

Quindi, i cambiamenti più urgenti sono economici o culturali?

Le due cose si influenzano. La situazione economica è quella che è, non può essere negata, anche se noi siamo in disaccordo con l’Europa. Però abbiamo bisogno soprattutto di cultura e di educazione per continuare a lottare e per cambiare davvero questa situazione. Solo la cultura e l’eduzione potranno modificare questa cultura politica che abbiamo oggi. Il problema è che la cultura è un primo piatto che i politici servono all’ultimo, come se fosse un dolce. Nei periodi di ricchezza, quando ci si abbuffa, il dolce diventa superfluo; nei periodi di povertà, quando non puoi permetterti un pasto completo, viene sacrificato per le altre pietanze. La cultura però non è affatto un dolce, ma una “fasolada” (piatto nazionale greco, Ndr.).

[da Lo Straniero n°160 – ottobre 2013 / e da Opera Mundi]

Lo straniero - 160

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