Tem – La moneta greca che batte l’Euro

ilaria scarpa_tem07I tagli di pensioni e stipendi, in Grecia, sono all’ordine del giorno. Nel solo periodo a cui fa riferimento questo reportage quasi 900 persone sono state licenziate da tre grandi aziende, che vanno ad aggiungersi ai 2600 dipendenti della televisione pubblica: 3500 famiglie in tre settimane che non hanno più un’entrata fissa su cui fare affidamento. E questi numeri sono solo quelli più visibili, ma ogni giorno in Grecia chiudono negozi e botteghe e vengono licenziate persone dalle piccole imprese private. Al mercato generale di Atene una pensionata che vive in periferia mi racconta che fa un lungo viaggio in autobus ogni volta per venire fin qui, perché carne e verdure costano meno. Un altro pensionato mi spiega che la sua pensione è stata decurtata dal 1.200 euro a 900 e non sa come vivere perché la figlia è stata licenziata e il genero fa solo lavoretti saltuari, così li deve mantenere lui. Di storie come queste se ne sentono a centinaia, basta fare un giro in qualunque mercato della Grecia.

Per questo alcune associazioni si sono mobilitate proprio a partire dalla spesa, creando mercati solidali dove è possibile risparmiare. Il primo di questi mercati è sorto a Volos, l’antica Argo, una città portuale che si trova a metà strada tra Atene e Salonicco. Qui Angelica e suo marito Panos hanno dato il via a un esperimento che è stato copiato anche dalle municipalità vicine: un mercato agricolo che bypassa la grande distribuzione. Tutto è nato con la cosiddetta “rivolta delle patate” del 2012: i produttori avevano grandi quantitativi di patate che rischiavano di marcire nei magazzini perché i distributori offrivano prezzi ridicoli, per poi rivendere quelle stesse patate a cifre esorbitanti sui banchi di verdura dei mercati. Cittadini e agricoltori si sono organizzati e il prezzo è sceso a meno di un terzo, con un buon margine di guadagno per tutti. Oggi a Volos e nei dintorni della penisola del Pilio, si tiene un mercato mobile organizzato dagli stessi agricoltori due volte al mese. Via internet le persone posso ordinare ortaggi e altri prodotti agli agricoltori e poi passarli a ritirare il giorno di vendita, quando scendono con il camion in città. Anche chi non ha prenotato ha la possibilità di comprare, ammesso che restino dei prodotti, cosa che non avviene molto spesso da quel che racconta la gente.

Ma oltre a bypassare la grande distribuzione qui a Volos si è fatto di più: è stato inventato un mercato alternativo dove si compra senza soldi, o meglio, attraverso una valuta immateriale alternativa: il TEM. L’acronimo sta per “unità alternativa locale”, in greco, ed è equiparato a un euro. Nel mercato del TEM, che si svolge il mercoledì e il sabato, si compra esclusivamente con questa valuta, accreditata o addebitata su un libretto virtuale. Una delle organizzatrici, anche lei di nome Angelica, mi spiega il funzionamento: “Ognuno di noi ha un nickname a cui corrisponde un libretto virtuale, che è come un conto corrente. Se vendo qualcosa – io ad esempio vendo libri usati – mi vengo accreditati dei TEM. Con quei TEM che ho ottenuto posso a mia volta comprare qualcosa, non solo oggetti, che sono il fulcro del mercato, ma anche servizi che posso acquistare in giorni e posti diversi. Se c’è un parrucchiere che aderisce al TEM posso tagliarmi i capelli e pagarlo con la moneta virtuale. Lo stesso vale per il medico: ce ne sono diversi che si fanno pagare in TEM, ed è un bel risparmio”.

Giovanni è un italiano che vive a Volos da trent’anni ed è uno dei medici di cui parla Angelica. Anche lui è tra i fondatori del TEM e mi spiega come funziona il risparmio. “Chiaramente il nostro sistema non può risolvere tutti i problemi, ma abbiamo calcolato che può incidere sulla spesa mensile anche del 20-25%, che di questi tempi on è poco. Soprattutto per quanto riguarda i servizi, come il medico, il meccanico, l’idraulico, il fisioterapista. Tutte cose che con la crisi diventano secondarie, perché tasse, bollette e generi di prima necessità si mangiano tutto lo stipendio mensile e volte nemmeno è sufficiente. Il risparmio sta nel fatto che il TEM non è una vera moneta, ma solo un sistema virtuale che regola i nostri scambi. Di conseguenza non è tassabile. La finanza ha già fatto diversi controlli, ma non ha rilevato irregolarità. D’altronde che cosa possono dire se un mio paziente mi paga con delle uova e io le accetto? Niente. Il TEM è pressappoco così, ma permette di andare oltre il baratto, perché quel valore che produco facendo un servizio o vendendo un oggetto non mi viene compensato subito con qualcos’altro che magari non mi serve: posso capitalizzarlo e spenderlo in un altro momento, con una terza persona, per qualcosa che davvero mi occorre”.

Ovviamente non tutto è rosa e fiori e anche nel TEM, come in qualunque altra economia, c’è chi ha tentato di approfittarsi degli altri. Giovanni mi racconta che c’è stato chi ha portato oggetti di scarto, alimenti deteriorate, insomma cose che non si sarebbero potute vendere e hanno cercati di piazzarle col TEM. “Quando individuiamo persone che si comportano in questo modo ci parliamo e se continuano le isoliamo, facendole uscire dal nostro sistema di scambio”. Un altro problema è stato quando alcune persone non hanno restituito il fido iniziale. Per fare in modo che chi aderiva si sentisse immediatamente parte della comunità di scambio, veniva accreditato un fido di 300 TEM che si potevano cominciare a spendere subito. Il fido andava poi restituito attraverso la vendita di beni o servizi valutati in altrettanti TEM. “Oggi lo abbiamo ridotto a 150 TEM, per tutelarci”, spiega Giovanni. Il sistema del mercato senza moneta è dunque qualcosa che va migliorato nel tempo. Tuttavia già adesso svolge una funzione abbastanza utile. A raccontarmelo è Angelica: “All’inizio nel mercato si trovavano quasi solo prodotti di seconda mano, oppure cose fatte in casa, dalle torte ai maglioni. Ora invece stanno aderendo al TEM diversi negozianti che hanno chiuso la loro attività. Chi chiude, spesso ha molta merce invenduta e non sa che farsene. Sono prodotti nuovi, ancora imballati, che qui possono essere acquistati coi TEM. Non è una soluzione, ma almeno evitiamo lo spreco e queste persone trovano momentaneamente una nuova piccola entrata”.

L’idea dei mercati alternativi si è diffusa rapidamente, in Grecia. Di realtà strutturate come quella di Volos se ne contano sei, tra cui un sistema di baratto a Patrasso e un’altra moneta virtuale alternativa a Kalamarià, a sud di Salonicco. Si chiama Kinò, che vuol dire “comune”. Me lo spiega uno dei suoi ideatori, Yannis, un signore corpulento dal sorriso gioviale che mi fa fare un giro per il mercato che viene allestito sul lungomare ogni settimana. Anche in questo caso le persone scambiano sia beni che servizi attraverso un conto corrente virtuale e anche in questo caso un Kinò è equiparato a un euro. “Stiamo parlando con quelli di Volos e con gli altri mercati della Grecia”, mi racconta Militsa, una signora che registra gli acquisti della comunità di scambio. “Ci scambiamo pratiche e suggerimenti, qualche volta alcuni di noi sono anche riusciti a incontrarci. C’è l’idea di equiparare le nostre ‘unità alternative’, che sono tutte a loro volta equiparate all’euro. Sarebbe un grande passo in avanti. Vorrebbe dire che con i Kinò di Kalamarià potrei acquistare beni e servizi anche a Volos e nelle altre città della Grecia e viceversa. Ma non è così semplice, perché ogni comunità ha i suoi sistemi e le sue logiche e non sempre tutto coincide”. C’è forse anche l’aspetto della fiducia, che anche in un mercato di piccole dimensioni come questo resta un nodo importante dell’economia, come ci spiegano gli esperti di questa scienza. Al momento si tratta di comunità che si autoregolano, ma lo fanno perché si conoscono, possono guardarsi in faccia. Non è detto che un domani, se il sistema screscesse, si potrebbe fare allo stesso modo. C’è poi il problema del rapporto con le autorità: c’è chi pensa che se le valute virtuali si federassero, cessando di essere una realtà locale e diventano nazionale, allora non verrebbero lasciate in pace come adesso.

C’è anche però chi è critico con queste forme di commercio alternativo. I partiti di sinistra radicale affermano che non si può andare oltre il sistema capitalistico coi suoi stessi mezzi. Ma anche chi è vicino a Syriza, il primo partito di opposizione i cui militanti pure organizzano mercati alternativi, spiegano che queste attività non sono del tutto risolutive. “Il vero problema è che hanno bisogno di energie continue, non sono sistemi che possono funzionare in automatico: se le persone smettono di impegnarsi, cessano di esistere”. A parlare così è Arghirs Panagopoulos, un giornalista di Avgi, quotidiano che sostiene Syriza. Anche lui è attivo in alcuni comitati di scambio di Atene: nella capitale, che conta oltre quattro milioni di abitanti ed è divisa in decine di municipalità, ne sono sorti moltissimi. “Quello che è veramente cambiato, come atteggiamento, è la mentalità dello spreco. Prima si buttava molto di più, oggi trovi immigrati – ma anche tanti greci – che rovistano nei cassonetti per raccogliere materiali da rivendere, soprattutto ferro. Anche nei mercati ci si scambia cose che vengono conservate perché possono essere utili agli altri: farmaci, cibo, vestiti. È sicuramente utile ma non può essere la soluzione della crisi”.

Una cosa interessante, rilevata da Arghirs Panagopoulos, è che queste esperienze funzionano soltanto se sono veramente espressione del territorio. “Io stesso ho partecipato ad alcune iniziative di Syriza di questo tipo, ma sono morte quasi subito. Il fatto è che oggi, in Grecia, se la gente sente che ci sono di mezzo i partiti non si fida più. In altre situazioni, dove i militanti di Syriza hanno aiutato e sostenuto iniziative nate direttamente nei territorio, le cose sono andate decisamente meglio”. Si tratta, secondo Panagopoulos, di un segnale dello scollamento che le persone hanno rispetto alla classe politica. Ma è anche il segnale del fatto che oggi in Grecia le organizzazioni politiche, se vogliono davvero essere popolari, devono tornare a stare in mezzo alla gente che mai come ora si sente truffata da chi l’ha rappresentata in patria e all’estero.

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[da Il Reportage n° 16 – ottobre-dicembre 2013 / da Il Manifesto / e da Opera Mundi]

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Il Reportage - 16 (copertina)

 

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