Della “gerontofilia” del sistema dei teatri stabili italiani

Poltrone-teatroAndrea Porcheddu, in un articolo comparso sull’interessante blog che cura per Linkiesta, L’Onesto Jago, presenta il conto della “gerontofilia” del sistema dei teatri stabili italiani, dove l’età media dei direttori è piuttosto alta, il loro insediamento in qualche caso tende a dilatarsi secondo logiche monarchiche più che democratiche e non c’è nemmeno una donna nell’elenco. Già, il ricambio di cui si fa un gran parlare in Italia, in tutti i settori, ma che non trova mai applicazione pratica.

Però forse la questione del teatro pubblico oggi va declinata in senso più ampio della semplice “presa del palazzo d’Inverno” da parte delle generazioni più giovani. Perché altrimenti rischieremmo di trovarci con dei giovani costretti a fare esattamente le stesse cose che fanno i più vecchi, e non è una bella prospettiva. Porcheddu, che è un analista attento, lo sa bene e a chiusura del suo pezzo osserva che il dato anagrafico in sé non conta nulla, perché “ci sono nonni giovanissimi e giovani vecchissimi”. Giusto. È chiaro che sono le persone e non i loro dati anagrafici a fare la differenza. Quello che si aspetta da un ricambio generazionale, infatti, è l’iniezione di logiche nuove appartenenti alle nuove generazioni dentro la gestione dei teatri. Ma è qualcosa di così automatico?

In un articolo apparso su Paese Sera, dove facevo il punto delle varie stabilità e circuiti pubblici a Roma, ho provato a porre la questione proprio dal punto di vista delle “logiche” che reggono l’intervento pubblico nel settore teatrale. Vorrei provare a riprendere e approfondire quel discorso partendo dal nostro territorio e dalle sue specificità. Nella nostra città abbiamo uno dei Teatri Stabili più importanti del Paese, che serve un bacino d’utenza molto ampio. È uno  stabili più dinamico della media dal punto di vista della programmazione, non conosce il problema delle direzioni “a vita” ed ha avuto nel recente passato un raro caso di direttrice donna, di professionalità e competenza per altro incontestabili: Giovanna Marinelli, che fu tra l’altro alla guida del defunto Ente Teatrale Italiano. La sua direzione tuttavia durò meno del previsto a causa delle sue dimissioni, perché gestire le strutture pubbliche a Roma non è mai cosa semplice: siamo sempre il centro del sistema politico e questo, nelle dinamiche gestionali, è un bene solo per metà.

Lo Stabile capitolino nell’ultimo triennio ha vissuto un’apertura (inaspettata, possiamo dirlo?) da parte di una gestione di settantenni: Gabriele Lavia alla direzione e Franco Scaglia alla presidenza. C’è stata una salutare collaborazione col principale festival internazionale del nostro territorio, Il Romaeuropa, che ha portato nomi prestigiosi sul palco dell’Argentina e ha dato il là a una sinergia tra soggetti in campo – cosa mai scontata in questa città. Col progetto Perdutamente il Teatro India si è aperto alle compagnie di teatro contemporaneo del territorio come molti auspicavano da anni – la criticità di questo progetto, come rilevavo nel precedente articolo, sta nell’entità della copertura finanziaria, che configura quello sul contemporaneo come un intervento di “serie b”, ma dal punto di vista artistico resta la principale innovazione dello Stabile degli ultimi anni. Infine da due stagioni il Teatro di Roma è l’unico stabile che edita una rivista che non serve a promuovere lo stabile stesso, ma è una vera fucina di pensiero dove scrivono critici, studiosi e artisti da tutta Italia (è bene specificare che chi scrive fa parte di questo progetto, per chiarezza; ma proprio perché il mio è uno sguardo interno, posso testimoniare che in due anni nessuno ha mai imposto contenuti).

Sono segnali importanti, certo, ma possono bastare a cambiare il corso delle cose nel teatro pubblico? Probabilmente no. E non per carenze gestionali, semplicemente perché non fanno sistema. Non possono farlo perché le logiche che animano le stabilità pubbliche hanno degli obiettivi (la grande prosa, il grande pubblico) e dei parametri da rispettare. E perché le eventuali innovazioni sono frutto di chi le fa, non di una logica permanente in grado di aprire al contemporaneo, ai nuovi pubblici, alle residenze interdisciplinari. In Italia è tutto un po’ soggetto a logiche rinascimentali (quando va bene) e quindi si aspetta il principe illuminato che detti la linea. L’interrogativo iniziale, dunque, può essere rovesciato: non può darsi che sia la stessa istituzione del Teatro Stabile ad essere “gerontofila” prima ancora di chi la gestisce? È un’istituzione del dopoguerra che riflette le esigenze di quella società, non della nostra dove il numero degli artisti in campo è nettamente superiore, le arti si sono da tempo ibridate e i saperi per essere fecondi necessitano di luoghi attraversabili facilmente (anche dalle altre arti) e non di roccaforti inespugnabili, sia pure pensate come tali per difendere il nostro patrimonio culturale.

Oggi, che ci troviamo in tempi di crisi economica e di conseguente contrazione della spesa, non è solo utile ma perfino strategico ripensare la funzione del denaro pubblico in ambito teatrale. Ad esempio immaginando le stabilità non più solo in chiave di cartelloni e produzioni d’eccellenza destinati a centri (borghesi) delle città, ma come luoghi propulsori di iniziative che ricadono sul tutto il territorio regionale, magari in stretta connessione con piccole e medie realtà indipendenti come artisti, festival, associazioni e con le altre stabilità pubbliche – innovazione, infanzia – del territorio. Insomma, un po’ come ambiva ad essere l’ETI dopo aver dismesso i teatri che programmava, solo entro un ambito territoriale più ristretto (che a Roma, visto il suo ruolo di Capitale, avrebbe comunque respiro nazionale).

È impensabile però ambire a un cambiamento del genere con una riforma “all’italiana”, cioè utilizzando surplus di finanziamenti per progetti specifici (che spesso muoiono con il cambiare di ruolo del “principe” che li ha promossi) per non intaccare la spesa corrente. Bisogna piuttosto ripensare le funzioni dei singoli attori in campo, ripensarne le logiche secondo una ripartizione di vocazioni e competenze che solo la partecipazione di esperti, artisti, operatori nei processi decisionali della politica può ridisegnare in modo sensato.

[da Paese Sera]

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