Per un nuovo corso della cultura a Roma. Lettera a sindaco e governatore

Teatro Roma (littlepoints)Cari Sindaco Marino e Presidente Zingaretti,

scrivo a voi e ai vostri assessori alla Cultura (la signora Ravera e chi occuperà quel posto al Comune) perché Roma e il Lazio si trovano oggi in una situazione straordinaria, con due giunte di centro-sinistra che partono praticamente insieme e hanno davanti cinque anni per cambiare davvero le cose. Questo è vero in molti settori, ma io vi scrivo per uno in particolare: il teatro. Che sarà anche un “piccolo mondo”, come lo definiva Ingmar Bergman, soprattutto oggi che tendiamo a credere importante solo quello che passa nei mass media. Il teatro invece non è un media di massa e non lo sarà mai, ma proprio per questo costituisce non solo un patrimonio artistico e culturale immenso ma anche un’occasione di socialità e confronto del tutto diversa da quelle che le logiche di mercato ci impongono oggi.

Tuttavia, non mi rivolgo a voi per difendere genericamente un settore in crisi o una categoria. Dire che il teatro ha bisogno urgente di risorse per sopravvivere è scontato, per quanto drammaticamente vero. Vi scrivo perché oggi Roma esprime una delle scene teatrali più importanti a livello nazionale e in qualche caso anche internazionale, e questo patrimonio del nostro territorio rischia di venire desertificato. Oggi invece, forse anche grazie alla crisi che sta mettendo in discussione equilibri e rendite di posizione che hanno purtroppo infettato anche il mondo della cultura, le vostre due giunte insieme hanno l’opportunità di cambiare le cose.

Fin qui, tuttavia, siamo all’enunciazione dei principi generali su cui si è sempre tutti d’accordo. Per capirci davvero, al di là delle retoriche, occorre scendere dal generale al particolare. E fare qualche esempio. Sapevate, ad esempio, che la Regione Lazio è l’unica regione a grande popolazione che non ha risposto al bando del Ministero per promuovere il teatro e la danza contemporanea e ciò è avvenuto per la sistematica inerzia delle nostre istituzioni? Sapevate che nella nostra regione non esistono seri meccanismi di residenza artistica, che è il modello che manda avanti il teatro e la danza nelle regioni europee più avanzate? Sapevate che Roma è oggi una “periferia” del teatro a causa dell’assenza di politiche culturali lungimiranti e di istituzioni sclerotizzate in vecchie logiche? Sapevate, inoltre, che alcuni dei nomi più importanti della nuova scena sono romani ma che sono costretti a produrre i propri spettacoli altrove, principalmente in Toscana e in Romagna? E che alcuni dei registi di punta della nostra nazione, che vantano anche coproduzioni internazionali, sono dovuti andare fuori Roma per essere presi sul serio come operatori culturali, in città come Torino (Fabrizio Arcuri), Genova (Massimiliano Civica) e Bologna (Roberto Latini)?

Tutto questo non avviene per caso, ma è conseguenza di carenze ben precise. Il Lazio, ad esempio, ha un circuito teatrale regionale che storicamente non funziona, che vanta la programmazione di una novantina di comuni in cui in realtà molte volte non esistono teatri attrezzati, e che in larga parte manda avanti i nomi polverosi di un teatro di prosa ormai decrepito o qualche volto televisivo, perché non è in grado di formare un pubblico sul territorio come accade ad esempio in Toscana o in Emilia. Ma anche Roma non è da meno, con uno spazio meraviglioso come il Teatro India, che doveva diventare il tempio del teatro contemporaneo, una struttura di respiro europeo, che per troppo tempo ha svolto il ruolo di “seconda sala” dello Stabile capitolino (e oggi è chiuso, in attesa di lavori di ristrutturazione). Mentre, in piccolo ma neanche tanto, potrebbe mirare a funzionare secondo il modello “Auditorium”, spostando però l’attenzione sul teatro. A Roma c’è un numero enorme di sale teatrali private, ma tuttavia, salvo qualche luminosa eccezione che si contano sulle dita di una mano, si tratta in realtà di “affittacamere” travestiti da operatori culturali, perché passa la vulgata – simile a quella dell’editoria a pagamento – per cui fare teatro nella capitale sia un investimento: ma quale investimento se non ci sono operatori disposti a comprare? A Roma abbiamo uno Stabile d’innovazione la cui programmazione ha poco a che vedere con l’innovazione, e anche se nell’ultimo periodo la qualità dei suoi cartelloni è via di in miglioramento – dopo un periodo sconsolante – offre comunque condizioni di lavoro così svantaggiose da non poterlo considerare un posto dove si crea, produce e si inventa il nuovo teatro. Il teatro stabile di innovazione per l’infanzia, invece, opera in maniera così sotterranea che molti operatori e critici ne ignorano persino l’esistenza, ed è ben lontano da un modello come quello delle Briciole di Parma, che produce spettacoli in grado non solo di circolare in tutta Italia, ma di penetrare anche le piazze del teatro “per adulti”. A Roma la situazione degli spazi è così disperata che la scena contemporanea si è trovata a operare per un intero decennio negli spazi occupati, per poter provare gli spettacoli e a volte anche per farli vedere senza pagare un affitto. E tutto questo accade nonostante su Roma si disperdano mille rivoli di finanziamenti senza alcuna logica.

Ecco, il punto sta proprio qui. La logica. Anche se in molti dei casi che ho citato la Regione e il Comune non sono gli unici soggetti in campo nel sostegno a questi soggetti, è proprio dalle istituzioni locali che deve partire la “logica” che tiene in piedi il sistema. Ad esempio ripensando il sistema dei finanziamenti, sempre pochi e sempre a pioggia, che potrebbero essere invece armonizzati e razionalizzati puntando sulle “vocazioni” dei singoli teatri, festival e compagnie, dando loro – e solo a loro – un compito specifico su uno specifico territorio, così da farli diventare un ingranaggio di un meccanismo più grande. Un meccanismo che comprenda innanzitutto la formazione del pubblico, in primo luogo quello più giovane, e una specifica attenzione al contemporaneo, di modo da far rientrare la nostra regione dentro il dibattito culturale europeo dal quale è stata scacciata dallo strenuo provincialismo degli attori culturali in campo (alimentato dalla scelta di sostenere gli artisti secondo logiche di appartenenza politica invece che secondo logiche di qualità artistica e di intervento sul territorio).

C’è molto che si può fare. Ad esempio mettendo mano al pasticciaccio brutto della Casa dei Teatri fatto dall’ex assessore Gasperini, che ha messo a bando gli spazi dell’ex Cintura senza garantire loro le risorse necessarie e ha partorito un sistema ombelicale che, salvo la valida esperienza del Quarticciolo diretto da Veronica Cruciani, sta già producendo i suoi mostri in fatto di programmazione. Un sistema che ha per ipotetico centro un sedicente Centro nazionale di drammaturgia che non rappresenta nessuno, che mette insieme i rimasugli di una stagione già morta dà decenni, semplicemente perché tra una conoscenza politica e qualche nome famoso che non disdegna di firmare “a sostegno della drammaturgia italiana” (ma quale?) un riconoscimento non lo si disdegna a nessuno. Magari colpevolmente ignorando che è proprio a Roma che è nato un pezzo importante della nuova drammaturgia (i tre premi Ubu a Lucia Calamaro, o il riconoscimento a Daniele Timpano) di cui oggi si parla non nei salotti, ma sui giornali e nelle piazze artistiche più feconde del Paese.

Si può continuare, poi, dalle strutture dove Comune e Regione siedono in consiglio di amministrazione, come il Teatro di Roma, la cui direzione è in scadenza a dicembre. Lo Stabile, nell’ultimo periodo, ha avuto il merito di connettersi all’unico festival internazionale di rilievo, il Romaeuropa, e aprirsi alla scena contemporanea con un progetto come “Perdutamente”; ma lo ha fatto con pochissime risorse, dando l’idea che più che puntando su quel settore si era rassegnato al fatto che era l’unica cosa che poteva permettersi. Come a dire: non ci sono più i soldi per il teatro dei grandi maestri, allora lasciamo le briciole ai giovani. Non si può, però, criticare per questo esclusivamente e genericamente la struttura: lo Stabile ha anche altre vocazioni, come la prosa, e lotta costantemente contro la progressiva erosione del FUS e contro un personale tecnico in perenne agitazione, secondo logiche di “spremitura” delle strutture pubbliche da Prima Repubblica; tutti elementi che rischiano di condannare alla paralisi le nostre stabilità.

Per cambiare le cose, tuttavia, non occorre semplicemente insistere su un direttore piuttosto che su un altro, come ama fare la politica (anche se è vero che, dopo Mario Martone avere un direttore quarantenne a Roma, che non sia figlio, nipote e pronipote d’arte, sembra debba rimanere un’utopia). Si tratta piuttosto di iniettare dentro questi luoghi logiche nuove. Altrimenti la nostra città non sarà mai all’altezza di capitali non solo politiche, ma anche culturali, come ad esempio Berlino, dove la guida del teatro Schaubühne dopo il “maestro” Peter Stein è stata affidata all’allora ventinovenne Thomas Ostermeier, oggi uno dei nomi più importanti della scena europea.

Le logiche – ovvero il disegno di un sistema culturale che funzioni al di là delle clientele e delle rendite di posizione – sono persino più importanti dei finanziamenti. Molte delle istituzioni citate, ad esempio, potrebbero ribattere a questa analisi dicendo “non abbiamo soldi a sufficienza”, e bisognerebbe per onestà prestare fede a ciò che direbbero. I soldi sono pochi, non c’è dubbio. Ma allora bisogna chiedersi: ha senso mantenere in piedi così come sono delle “istituzioni” che non sono in grado di svolgere la loro funzione di servizio e devono accontentarsi di tenere in piedi la baracca, ovvero il guscio vuoto senza la polpa? Ovviamente non sto parlando di “chiuderle” – in Italia, chiuso un rubinetto non lo si riapre più – ma di ragionare su una possibile razionalizzazione finalizzata a un duplice scopo: qualità degli spettacoli e formazione del pubblico. Che è l’esatto opposto di quello che si ottiene con la politica degli eventi e coni finanziamenti a pioggia. La crisi che stiamo vivendo può diventare un momento di rilancio, e non di depressione, solo se ne approfittiamo per ripensare le cose globalmente: perché, con una coperta finanziaria così corta, personalismi e malfunzionamenti hanno perso qualunque possibile alibi.

Tutto questo, caro Sindaco e caro Presidente, non ha dunque a che vedere con la semplice richiesta di invertire la rotta dei tagli e tornare a investire in cultura. Ha a che vedere piuttosto con il coraggio di pensare un corso veramente nuovo per la cultura nella nostra città. Dove pure, sia chiaro, l’offerta artistica non manca, ma è schiacciata nella logica del “consumo culturale di massa”, la logica dei grandi nomi e dei grandi eventi. È stato questo il peccato originale della politica culturale delle precedenti amministrazione di centrosinistra: puntando tutto sugli eventi, anziché sul consolidamento di spazi e situazioni indipendenti dalla politica, ha aperto la strada alla desertificazione culturale perpetrata negli ultimi cinque anni dalla Giunta Alemanno. Roma non può permettersi di tornare indietro di vent’anni ogni volta che cambia il colore della giunta che la amministra. E per evitare questo occorre puntare su spazi, festival, associazioni di assoluta qualità, quelli che portano avanti la vera vita culturale di questa città a prescindere dalle farraginosità delle istituzioni e dai finanziamenti pubblici che arrivano in ritardo. Occorre puntare su quei soggetti e trasformarli in attori permanenti della vita cittadina, in grado di programmare almeno un triennio se non un quinquennio, anziché non sapere se l’anno prossimo saranno in grado di sopravvivere. Occorre, in altre parole, che la politica abbia il coraggio di fare un passo indietro rispetto alla gestione dei “contenuti della cultura”, consolidando spazi e operatori che questo mestiere sanno farlo meglio di loro, e allo stesso tempo faccia un passo in avanti nella progettazione di una seria politica culturale. Non possiamo più permetterci degli assessori e sindaci con la vocazione dei direttori artistici, che per dare sfogo a quella pulsione tutta personalistica si scordano il compito primario di ogni buon amministratore: pensare e progettare il futuro.

Cari Sindaco Marino e Presidente Zingaretti, cari assessori delle rispettive giunte: i nomi, i talenti, i cervelli a Roma non mancano. Ma a chi altri, se non alla politica, spetta di creare i presupposti perché questi nomi possano trovare spazio, operare e far crescere non solo se stessi, ma anche il territorio di cui sono espressione?

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[da Paese Sera]

 

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