Il paese dei rifiuti

garbage patch state - cartolinaIl Great pacific garbage patch, la gigantesca isola di rifiuti plastici che fluttua in mezzo all’oceano, ha da qualche tempo occupato un suo posto nelle cronache dei giornali: gli ecologisti lo hanno inserito nel decalogo dei disastri ambientali più devastanti del pianeta (al settimo posto, secondo il sito Treehugger.com).

Quello che invece la maggior parte dell’opinione pubblica non sa è che l’immensa isola di plastica ha dichiarato l’indipendenza e ha assunto il nome di Garbage patch state. E si tratta per giunta di uno stato federale, perché di vortici di plastica ne esistono ben cinque, sparsi tra l’oceano Pacifico, l’Atlantico e l’Indiano, e tutti insieme hanno una superficie globale di quasi sedici milioni di chilometri quadrati. Cioè un milione di chilometri in meno dell’estensione della Russia, anche se la superfice delle isole è variabile sia a causa delle maree sia dei nuovi rifiuti che si aggiungono man mano, captati dai vortici e dalle correnti marine.

La dichiarazione d’indipendenza del Garbage patch state è stata officiata solennemente a Parigi l’11 aprile 2013, nell’atrio della sede dell’Unesco, con l’avallo dell’agenzia delle Nazioni Unite. La nuova nazione, dunque, ha ottenuto fin dalla sua nascita un importante riconoscimento internazionale. Fatto straordinario tanto più se consideriamo che si tratta di uno stato che non ospita nessuna forma di vita biologica. Già, perché quella dell’isola dei rifiuti non è una superficie abitabile e nemmeno una superficie in senso stretto, visto che è composta da un agglomerato di frammenti plastici che fluttua nei vortici oceanici.

Un’idea italiana
L’idea di sfruttare la potente metafora dell’isola, facendone per giunta uno stato a sé, è di Cristina Finucci, architetta e artista italiana che vive a Madrid. Finucci ha ricevuto sostegno da diverse istituzioni universitarie europee, che hanno appoggiato la sua iniziativa indipendentista con l’obiettivo neanche troppo celato di sensibilizzare l’opinione pubblica. Ca’ Foscari, a Venezia, ospita dal 29 maggio una mostra sul Garbage patch state che ha il suo padiglione presso la Biennale d’arte. La mostra sarà visitabile fino all’autunno, quando il progetto farà tappa anche a Roma. Tra gli eventi previsti, la liberazione nel Canal Grande di una rete rossa che contiene centinaia di tappi delle bottiglie di plastica, simbolo dello stato e della dispersione dei rifiuti in mare.

Non bisogna pensare, tuttavia, che il Garbage patch state sia solo una trovata. Grazie al lavoro degli studenti di Ca’ Foscari la nuova nazione ha preso una vera e propria fisionomia, dotandosi di una bandiera, di una cultura e di tutto l’armamentario che fa di uno stato un vero stato. Il vessillo nazionale è un campo blu, come il mare, con cinque nuclei di frecce rosse che rappresentano le cinque isole che lo compongono. Le frecce sono una “scomposizione” del simbolo del riciclo, composto da tre frecce verdi posizionate in un circolo “virtuoso”: qui invece le frecce sono rosse, come il pericolo, e segnano ognuna un punto diverso. C’è anche una costituzione provvisoria, firmata il giorno dell’indipendenza, l’11 aprile 2013, presso Garbagia, la capitale dello stato.

Sulla costituzione, che sembra per altro molto avanzata in fatto di libertà individuali, si può leggere tra i princìpi fondamentali anche “la supremazia della spazzatura sul genere umano”. Già, perché i veri abitanti del Garbage patch state non sono altro che i rifiuti, la plastica dispersa in mare. “Avevamo pensato anche di concedere la cittadinanza dello stato – racconta Cristina Finucci – e sicuramente lo faremo, perché ci sono pervenute molte richieste. Però sia ben chiaro: gli umani non saranno cittadini a tutti gli effetti, al massimo potranno rappresentare i veri cittadini del Garbage patch state, che sono i rifiuti”.

Saluti dall’isola dei rifiuti
La prima iniziativa artistica, tuttavia, è una serie di cartoline piuttosto suggestive con la scritta “Greetings from the Garbage patch state”: tutte raffigurano persone che prendono il sole, come in qualunque altro posto di mare, ma sono sdraiate su una distesa di rifiuti. “All’inizio pensavo di realizzarle fotografando i veri rifiuti che si addensano nell’oceano – racconta Cristina Finucci – ma poi ho scoperto che la plastica, nel tempo, è soggetta a fotodegradazione e diventa invisibile”.

Come ogni nazione moderna, anche il Garbage patch state si è dotato di un sito internet. Da lì è possibile conoscere la struttura dello stato, organizzato in quattro ministeri: la giustizia, gli esteri, la guerra e la cultura. Questi ultimi due sembrano i più attivi, poiché dispongono anche di due accademie. Il dicastero culturale, neanche a dirlo, ha istituito un’accademia d’arte plastica. Mentre il ministero della guerra ha fondato un’accademia militare e dispone di un esercito piuttosto aggressivo, dotato di potenti armi di distruzione di massa come gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), che hanno proprietà altamente inquinanti per l’ambiente. D’altronde le mire espansionistiche del nuovo stato sono più che evidenti.

Il Garbage patch state viene comunemente chiamato anche “Away state”. Che vuol dire? Ce lo spiega Cristina Finucci: “Noi quando buttiamo qualcosa diciamo, in inglese,to throw away, gettare via. Già, ma dov’è questo ‘via’? Niente è veramente ‘via’ dal mondo, ed è per questo che è nato il Garbage patch state. Dovremmo ricordarci che ogni cosa di cui ci disfiamo finisce prima o poi da qualche parte”.

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[da Internazionale.it]

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3 pensieri riguardo “Il paese dei rifiuti”

  1. Anzitutto, caro Dott. Graziani, mi voglio congratulare con Lei per un ottimo sito, e un ottimo libro, che spero di comperare quanto prima possibile.

    La mia critica per l’articolo di sopra è mosso dalla seguente constatazione (e realtà): l’idea che tu definisci “italiana” non lo è affatto, come è vero pure che Alexander Bell non è il vero inventore del telefono. Solo gli italiani, e qualche persona ben informata, sa chi è stato il vero inventore, no?

    Allo stesso modo, un’artista italiana non solo non è stata davvero l’origine dell’idea di reclamare isole di rifiuti come terra firma, ma l’artista non ha neppure avuto la gentilezza di dare credito a chi era più dovuto: una persona meno artistica; una persona che non è nato in Italia, ma che parla l’italiano lo stesso, perché ha vissuto in Italia per molti anni; e una persona che non si considera né italiano, e neppure americano, pur essendo nato in quello che taluni definiscono “America”, ma le stesse persone che definiscono quella terra “America”, poi mandano i dollari dell’americano medio, decisamente più povero oggi di una volta, in tutti i posti al mondo tranne che gli Stati Uniti d’America…

    Sono “patriottici” questi? Sì, come un robot può essere patriottico, come il direttore immorale di una multinazionale!

    Quindi, caro Dott. Graziani, non solo l’idea non è italiana, ma non è neppure americana! E come potrebbe esserla, se uno pensa alla dittatura congenita del diritto romano, che è soltanto terrestre, non marino o cosmico, e dello strapotere di alcuni stati oggi, che adesso vorrebbe impadronirsi anche delle nostre idee o pensieri, visto che hanno rovinato tutto il resto?

    Solo gli italiani, e qualche persona ben informata, sa chi è stato il vero inventore del telefono, un tizio che era un povero genio emigrante italiano, che pure Garibaldi ha conosciuto, e con il quale, anzi, ha pure vissuto per un po’. Il vero inventore del telefono morì in tale miseria che lo Stato italiano dovette pagare per il funerale!

    Allo stesso modo, solo gli “amomugiani”, e qualche persona ben informata, sa chi è stato la vera origine dell’idea di reclamare isole di rifiuti come terra firma.

    Fatto sta che Il Trattato della Grande Chiazza di Immondizia del Pacifico venne lanciato nel gennaio 2011. Non solo il sito GPGPT.org esiste ancora, e può essere studiato anche da una persona il cui inglese è povero (e quindi l’idea si poteva pure copiare o modificare), ma l’idea ha effettivamente già generato una seconda fase del programma, nel giugno 2014, che sta andando dal reclamo legale (ovvero il Trattato della Grande Chiazza di Immondizia), ad esercitare giurisdizione sul reclamo legale (ovvero, la “Terapia” della Grande Chiazza di Immondizia Multioceanica), come si può vedere in inglese dal sito MOGPT.org, con la sua applicazione e intenzione nel mondo reale. Non solo la spazzatura era già stata reclamata da diverse micronazioni, ma adesso almeno una micronazione sta finanziando la possibile tecnologia (olandese) per ripulire i mari!

    Beh, nel aprile 2013 un’artista italiana ha semplicemente preso l’idea diplomatica molto micronazionale, espessa in modo molto bilingue, senza neanche un tantino di credito al Sottoscritto, e ha iniziato uno Stato-expo chiamato Garbage Patch State, al quale è stato dato almeno il riconoscimento simbolico dall’UNESCO.

    L’UNESCO non avrebbe mai riconosciuto l’AMOMU, o le idee dell’AMOMU, appoggiate poi da tante altre micronazioni almeno idealmente, perché l’UNESCO è figlia dell’ONU, e l’ONU è figlio del pensiero e diritto romano, che continua a rovinare il mondo non più attraverso l’Italia, ma attraverso gli Stati Uniti e simili all’Impero Romano (l’Unione Europea, ecc.). I soliti, insomma, che vogliono comandare il mondo come il divin Cesare, ma che non sono mai state divinità, come Giulio Cesare, che fu riconosciuto legalmente come dio dal Senato romano. Dovrebbero andare tutti a zappare, quelle teste di c&%$@!

    L’AMOMU è l’acronimo per Arcipelago Multioceanico delle Micronazioni Unite, noto più nel suo nome inglese di United Micronations Multi-Oceanic Archipelago (UMMOA), e l’acronimo UMMOA, oltre che da diverse organizzazioni, è riconosciuto anche come marchio dalla United States Patent and Trademark Office (USPTO), o l’Ufficio Statunitense dei Brevetti e dei Marchi di Fabbrica, unica agenzia del governo americano, e di qualsiasi altro governo, che riconosce il marchio dell’AMOMU o UMMOA come «indicante l’appartenenza ad un’organizzazione politica interessata agli affari internazionali». Insomma l’Ufficio Statunitense dei Brevetti e dei Marchi di Fabbrica riconosce l’AMOMU o UMMOA come un partito internazionale, un po’ come il Partito Radicale Transnazionale. Comunque, come spiega bene in inglese il sito UMMOA.info, l’AMOMU rappresenta un popolo, un popolo in questo caso variopinto e internazionale, perché globale (e multilingue).

    Posso dimostrare la verità di tutto quello accennato, e spero ti abbia almeno aperto un po’ la mente.

    1. Gentile Cesidio Tallini,
      innanzi tutto grazie per la sua attenzione. In realtà il titolo del paragrafo “un’idea italiana” non è stato scritto da me, ma da i titolisti di Internazionale.it, che è il sito dove originariamente è apparso il mio pezzo. Ad ogni modo ho raccontato la storia così come è stata presentata a Venezia e così come l’artista in questione l’ha ricostruita durante un’intervista. Sono molto curioso di conoscere meglio la realtà dell’AMOMU, di cui non metto in dubbio la sua ricostruzione in termini temporali precedenti al progetto del Garbage Patch State. Le sarei perciò grato se volesse contattarmi in forma privata per proseguire la conversazione e approfondire la storia dell’Arcipelago Multiocenico delle Micronazioni Unite. Un saluto!

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