Cose finte, attenti, non false. «Le braci» di Roberto Corradino

le braci - corradinoL’arte da sempre interroga il male. Ma il grande paradosso della società dello spettacolo – che ha visto un progressivo appiattirsi delle pratiche artistiche nell’indistinto fondale trompe l’oil dell’intrattenimento – è che spesso l’arte ha finito per compiacersene, del male che interroga. Oppure, colta alla sprovvista dal fatto che la realtà mediatizzata sa oramai stimolare l’immaginario meglio dell’arte stessa e pratica con disinvoltura il linguaggio dell’intrattenimento (il termine “infotainment” ha già qualche decennio di storia), è spesso tornata a predicate l’irruzione della realtà stessa nei territori dell’arte. Con risultati spesso deludenti, quando non apertamente patetici. Ma come si fa, allora a interrogare l’orrore? Ad esempio, il cortocircuito impazzito di politica, violenza e ragioni contrapposte che si mescolano ai torti che ci propone il terrorismo nel XXI secolo. Come lo si porta in scena? La compagnia catalana La Fura dels Baus ci provò nel 2008 con una delle azioni più tremende e stupefacenti dell’inizio del secolo: l’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002, che finì con la morte di circa 250 civili e una quarantina di guerriglieri ceceni a causa dell’intervento delle teste di cuoio russe. La Fura dels Baus ripropose la stessa identica scena, con attori travestiti da terroristi che agitavano i fucili e gridavano ordini in tono minaccioso. Ma, come ha rilevato Attilio Scarpellini nel suo saggio «L’angelo rovesciato» (Edizioni Idea, 2009), l’operazione lasciò piuttosto freddo il pubblico, che osservava tranquillo sulla sua poltrona la messa in scena, e nonostante l’attentato fosse recente e quindi vivo e presente nella mente di tutti noi. L’arte soccombeva miseramente davanti alla forza espressiva della realtà. E l’operazione fallì.

Ci riesce invece Roberto Corradino con lo spettacolo «Braci», sette anni più tardi – il debutto è del 2012 – e con mezzi decisamente più modesti. In tono sommesso, si potrebbe dire, eppure straordinariamente “a fuoco”. Perché è il senso dell’operazione ad essere diverso. In scena troviamo, assieme allo stesso Corradino, Michele Cipriani: una coppia di terroristi che si presenta sul palco in mimetica, armati di mitra immaginari (in realtà, delle semplici assi di legno). Apostrofano il pubblico che prendono in ostaggio, si sforzano di usare il “lei”, senza riuscirci, per chiedere – come si fa in questi frangenti – se ci sono persone con problemi cardiaci, epilettici, bambini, donne incinte. E se ci sono medici. Un classico rituale di chi usa la forza pensando di farlo per un fine più alto. Ma la sequenza di domande prosegue oltre il plausibile e si rivela un potente meccanismo che affresca di colpo la realtà che viviamo, il mondo in cui siamo immersi e di cui anche i “terroristi” sono espressione (e da cui traggono i loro torti e le loro ragioni). Ci sono medici? Ci sono ingegneri? Ci sono operai? Studenti? Contadini? Ci sono banchieri? Esperti di marketing? Più vanno avanti le domande e più la pièce si smarca dalla stretta nicchia del “realismo scioccante” che sembrava voler evocare, per diventare finalmente qualcosa di più. E nel lungo elenco che traccia la parabola del crollo delle classi sociali e delle ideologie dell’Occidente, che nella loro caduta rovinosa travolgono anche i punti di riferimento con cui una volta si tentava di comprendere il mondo, fanno di colpo capolino anche gli artisti, i danzatori, i poeti. Sono in sala? chiede maliziosamente Corradino. Maliziosamente perché uno dei tarli del teatro contemporaneo è il suo dubbio di essere una comunità chiusa, ma anche perché è proprio da lì che parte il cambio di passo dello spettacolo. Perché anche i due terroristi non solo altro che attori. E non solo al di fuori della finzione scenica, ma anche all’interno: “Noi siamo attori e lavoriamo con cose finte”. Il meccanismo si smonta, la scatola nera si squaderna: il gioco si palesa allo spettatore, che è chiamato a evocare assieme ai due attori-terroristi il senso dello stare lì, seduti in teatro, a ragionare dell’“orrore” e dell’incapacità di riuscirci davvero. Perché Corradino prosegue con un distinguo importante: “cose finte, attenti, non false”.

È lì che si colloca lo scarto: il teatro, con le sue “cose finte”, è ancora in grado di parlare della realtà. Perché il “finto” non è il “falso”, la messa in arte non è la mistificazione mediatica. Sono anzi due campi contrapposti. Se persino il realismo, in letteratura, non deve essere la copia fedele della realtà – come rileva giustamente Walter Siti in recente saggio edito da Nottetempo – ma deve essere qualcosa che interroga la realtà, e a volte persino “forzandola”, perché questo non dovrebbe essere vero in teatro, che della realtà ha sempre ambito ad essere non la copia ma il doppio, un luogo dove rielaborare collettivamente – così come singolarmente facciamo in sogno – gli elementi caotici della nostra realtà?

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[da Quaderni del Teatro di Roma n°14 – Maggio 2013 / e da MyWord.it]

cover QTR 14

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