Ricordo di Claudio Remondi. Un’intervista

claudio remondiA febbraio è scomparso un grande protagonista del teatro italiano dell’area della cosiddetta ricerca: Claudio Remondi. Assieme a Riccardo Caporossi ha dato vita a una compagnia dal taglio particolarissimo, dalle atmofere pittoriche e rarefatte che ha animato per oltre quarant’anni la scena contemporanea. Rem&Cap sono stati uno degli ensemble artistici di punta della straordinaria stagione del teatro d’innovazione italiano della seconda metà del Novecento. Per ricordarlo abbiamo deciso di pubblicare un lungo stralcio di un’intervista rilasciata a “Carta” nel 2006, dove Claudio Remondi raccontava come fosse nata la sua passione per il teatro, coltivata con la forza dell’ostinazione. Rispetto al rapporto con il potere e le istituzioni, ad esempio, oltre a bacchettare la politica, ne aveva anche per gli artisti: «In tanti, appena girava il vento, si sono messi a fare i teatranti ‘di cassetta’ – osservava –. Per me, se uno prende una strada di ricerca dovrebbe portarla fino in fondo». Questo che vi riproponiamo è dunque un prezioso racconto delle proprie radici, condotto però con un occhio al presente e al futuro.

Al teatro come ci sei arrivato?

Recitavo in parrocchia. Mi ricordo di uno spettacolo che si chiamava “Sciuscià”. Ero già ragazzotto, facevo il soldato americano che si faceva pulire le scarpe. Abbiamo girato tutti gli oratori di Roma, perché all’epoca si faceva teatro anche negli oratori. Ma già da bambino, durante il sabato fascista, facevamo delle rappresentazioni davanti ai professori e ai parenti. Mettevamo in scena la guerra tra gli abissini e gli italiani. Facevo l’abissino, perché mia madre per farmi la camicia nera dovette tingerne una bianca, facendola cuocere nella tintura. Ma dopo qualche lavaggio diventò marrone. Non avevo l’uniforme in regola, perciò dovevo fare l’abissino. Si finiva sempre con noi abissini a terra, morti, e gli italiani che intonavano “Giovinezza”.

Già all’epoca dalla parte del torto?

Sì. Perché ero uno che si domandava delle cose. È stato in quel momento che ho cominciato a voler dire la mia. Facevo 25 chilometri a piedi tutti i giorni per arrivare a scuola, e pranzavo con un panino a piazza San Pietro. Visitavo la basilica mentre aspettavo di fare la parte dell’abissino. Restavo davanti la pietà di Michelangelo delle mezz’ore e non sapevo neanche cos’era. Poi si passava dal frate, che all’epoca dava dei leggeri colpi in testa con una verga, che ti facevano assolvere dai peccati più leggeri. Tutte queste cose contrastavano dentro di me, e hanno formato quello che sono adesso. Poi è arrivato il teatro.

Alla ricerca sei arrivato perché eri insoddisfatto?

Volevo fare il teatro “bello”, quello d’accademia. Mi sono accorto che era brutto strada facendo, non per partito preso. Ho sempre seguito i percorsi principali, ma battendo strade parallele. Anche perché trovavo le porte chiuse. Volevo fare l’accademia, ma facevo anche il tranviere e il muratore. Eravamo poveri. Mio padre non trovava lavoro, perché non era iscritto al partito fascista. Allora dovevamo lavorare noi, mia madre e io.

Com’è stato l’incontro con Caporossi?

È accaduto nel 1968. Lui era uno studente di architettura. Un autodidatta anche lui. Aveva venticinque anni meno di me. Io ero un attore fallito, ero stato al Teatro Stabile di Genova, ma sempre come comparsa. Avevo più di quarant’anni ed ero deciso a finirla. Poi c’è stato questo incontro, che fu molto strano. Abbiamo ricominciato tutto da capo. Nessuno di noi due aveva soldi, ma volevamo fare teatro: non abbiamo mezzi, non possiamo scritturare nessuno, ma vogliamo lavorare. Abbiamo cominciato col chiederci: cos’è il teatro? Non lo sappiamo, pagina bianca. Siamo partiti da lì. Proprio in quegli anni si cominciava a parlare di Beckett. Leggendo Beckett puoi girare la pagina e trovarla bianca, senza nulla scritto. Ci ha affascinato, siamo partiti da lì.

Abbiamo provato con alcuni esperimenti, e paradossalmente ci siamo accorti che impressionavamo il pubblico “non” facendo teatro. Cioè proponendo qualcosa che per l’epoca era un non senso. Arrivò il primo spettacolo, e Riccardo era in scena con un cerotto in bocca perché non voleva parlare. La scenografia non c’era, non potevamo permettercela. Eppure la gente veniva. Avevamo provato a chiamare del pubblico come testimone di quello che avveniva: la gente restava meravigliata. Oggi questo essere testimoni è più difficile. La gente vede cose tristissime o bellissime per la strada e passa oltre senza rendersene conto.

Voi siete forse gli unici, in Italia, che hanno letto Beckett in maniera dinamica.

Abbiamo fatto degli studi approfonditi, confrontandoci con lui da un punto di vista personale. Volevamo capire, salvo poi renderci conto che non c’era niente da capire, come diceva lo stesso Beckett. Che rilasciava delle dichiarazioni strepitose. Chi è Godot? Non lo so. Sono cose che vengono dal tuo inconscio – così io credo – che hai raccolto e assimilato senza renderti conto dove l’hai visto.

Beckett cercava di “non dire”. Che insegnamento lascia oggi, nella cosiddetta «era della cominicazione»?

Era della comunicazione? Sei sicuro che si possa definirla così? Secondo me non stiamo comunicando più niente. Anzi, stiamo mettendo sempre nuovi muri tra una persona e l’altra, spesso dei muri veri e propri, in senso fisico. Ho lavorato con mio padre fino ai venticinque anni, facendo il muratore. Poi mi sono staccato, anche se lui voleva che continuassi. Quando sono riuscito a vivere del mio mestiere di attore mi sono levato una grande soddisfazione, quella di costruire in scena un muro – a secco, senza calce – fatto di mille mattoni. Senza dire niente. Eravamo di spalle al pubblico e lavoravamo.

Il pubblico protestava o si divertiva, ma spesso tornava, e il teatro era sempre pieno. È nato lo spettacolo che ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, «Cottimisti». Noi non volevamo dire niente. Ma affascinavamo. Diventò la storia della civiltà attuale, oggi più di ieri. I muri tra nazioni, i muri tra razze, i muri in famiglia. È diventata una cosa tremenda.

Fare teatro di ricerca è una scelta estetica o una condizione esistenziale?

Considera una cosa: noi siamo un duo, ognuno con le sue sensibilità. Lavoriamo insieme da trentacinque anni in continua lotta, per poi trovare la discussione che ci mette d’accordo. Questo lavoro ci ha insegnato a saper limitare noi stessi e a tenere in pugno il confronto, senza farcelo sfuggire di mano.

Alle generazioni che si stanno formando adesso che diresti?

Io non so dare consigli nemmeno a me stesso, perciò non dico nulla. Però c’è un istinto da seguire. Perché anche nelle nuove generazioni c’è chi protesta contro questo stato di cose perché vuole ottenere, come è giusto, uno spazio, e chi lo fa perché punta al successo, cambia non appena ottiene un po’ di notorietà. Quelli che si guardano attorno e vedono come va il mondo, assimilano ciò che vedono e lo ripropongono come sogni, come rabbia, come preoccupazione, troveranno una strada da percorrere. Perché questo è il compito non solo dell’artista, ma di ogni essere umano.

.

[da Quaderni del Teatro di Roma n°12 – Marzo 2013 / e da Minimaetmoralia.it]

cover QTR 12

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...