Un Finale di partita ben inciso da Giancarlo Cauteruccio

Cauteruccio Finale-di-partitaIl fascino che sprigiona dall’allestimento che Giancarlo Cauteruccio ha immaginato e diretto nella sua nuova versione di Finale di partita  di Samuel Beckett risiede tutto nella caratterizzazione dei personaggi. E non è una cosa scontata, perché il testo del drammaturgo irlandese è allo stesso tempo ancora profondamente suggestivo e talmente frequentato dal teatro – nelle sue tematiche, nei suoi rovelli – da renderlo un materiale incandescente e difficilmente manipolabile. Cauteruccio ci restituisce, interpretandolo, un Hamm coriaceo e grottesco, stretto nella sua immobilità che è tanto corporale quanto morale, accanto al quale trotterella un Clov che sembra un soldatino a molla (Fulvio Cauteruccio), impossibilitato a stare fermo. Anche Francesca Ritrovato e Francesco Argirò, i due giovani interpreti di Nagg e Nell, danno corso a una straordinaria e intensa interpretazione: i decrepiti genitori di Hamm che vivono, senza gambe, in due secchi per la spazzatura, sono per altro l’invenzione più dirompente dal punto di vista visivo del testo beckettiano; sono loro a far irrompere sulla scena il riverbero post-apocalittico di Finale di partita. Come quindici anni fa, nel 1998 – quando Cauteruccio portò in scena la versione calabrese del capolavoro beckettiano, U juocu sta finisciennu – il dialetto gioca un ruolo importante, ma non totalizzante: presente solo a sprazzi, in questa versione è più una sorta di interferenza, una caduta della lingua che aiuta a disegnare i contorni dell’abisso umano immaginato da Beckett, proprio grazie al suo carico di “realtà”, di lingua primaria e non mediata.
I personaggi sono calati in una scena sbilenca, obliqua e tagliata dalla luce in modo netto e allucinato, dove le finestre verso il nulla sono due freddi e luminosi schermi al plasma senza segnale, dove emergerà come un fantasma il volto di Beckett nel finale di questa partita che – pur ormai fuori dal tempo della messa in scena – assume quasi un valore “cristologico”: il nume tutelare di un teatro estremo senza possibilità di ulteriore radicalizzazione. Beckett oggi rappresenta un paradosso proprio per questo, perché la sua totale tensione verso il non dire non è attualizzabile in nessun modo, va restituita così com’è (con la rigidità del meccanismo che anche il suo autore ossessivamente esigeva). Cauteruccio sceglie allora di puntare sui registri della recitazione e sull’impatto della visione. E poiché l’arte è una ruota che fagocita simboli ed estetiche, sono diversi i riferimenti post-beckettiani che sembrano collassare nella scena di Krypton (per giunta, tutti di estrazione cinematografica). Il primo è la scelta di una scena obliqua, che sembra trasportare l’universo geometrico della scrittura beckettiana in una distorsione delle leggi euclidee: di colpo la scacchiera su cui si muovono Hamm e Clov non fa più pensare a quella del gioco degli scacchi – riferimento principe di questo testo già a partire dal titolo – ma ai pavimenti sbilenchi del David Lynch di Twin Peaks. Allo stesso modo, il grottesco dei personaggi sembra entrare in risonanza con quei personaggi da cartoon, profondamente debitori dell’universo beckettiano, immaginati da Jeunet e Caro in Delicatessen. Cortocircuiti visivi che assorbono un’elaborazione collettiva della dimensione allucinata e postatomica immaginata dal Beckett nel 1957 e della sua ombra lunga sulla cultura occidentale.

Se l’affresco architettato da Cauteruccio possiede un sicuro impatto visivo e sembra innervato da una grande tensione scenica grazie al lavoro sui personaggi, è però il ritmo dello spettacolo a costituire un punto debole. La scelta di seguire la dilatazione del tempo suggerita dal testo è coerente con l’opera del drammaturgo irlandese, e il regista calabrese la porta fino in fondo, con affilata cattiveria, ma forse un po’ a discapito della fruibilità del testo, che si sfalda pian piano nell’atmosfera onirica e sospesa così ben disegnata da Cauteruccio. All’uscita di questo Finale di partita, tuttavia, resta ben attaccata alla pelle la scelta di innervare l’universo beckettiano – che come nella teoria astronomica del “big freeze” sembra tendere a una morte termica – con un grottesco sanguigno e corporale.

Visto al Teatro Studio di Scandicci 

[da MyWord.it e i Quaderni del Teatro di Roma]

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cover QTR 12

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