Racconto di un mito e della sua caduta. «Pantani» del Teatro delle Albe

Pantani - Teatro delle AlbeInchiesta, racconto, elementi della tragedia classica. C’è tutto questo e altro ancora in Pantani, lo spettacolo che il Teatro delle Albe ha dedicato al grande ciclista scomparso. Marco Pantani era di Cesenatico e la sua vicenda umana e sportiva – conosciuta a livello mondiale – qui, in terra di Romagna, dove lo spettacolo ha debuttato, assume una sfumatura particolare e particolarmente sentita. Ci si accorge di questo anche solo dando un’occhiata rapida al pubblico del Teatro Rasi di Ravenna, affollato di gente di ogni tipo, persone che magari a teatro non ci vanno tanto spesso (come un gruppi di ciclisti appassionati di Pantani). E Marco Martinelli, autore del testo oltre che della regia, non si lascia sfuggire questa potenzialità, che anzi accarezza nel corso dello spettacolo con affondi dialettali – soprattutto da parte di una splendida Ermanna Montanari, nel ruolo della madre/narratrice di Pantani – e anzi questo aspetto è presumibilmente uno dei motori che hanno innescato in Martinelli l’idea di un’operazione Pantani. Ovvero di uno spettacolo autenticamente popolare su una vicenda che è allo stesso tempo arcinota e legata in maniera profondissima alla Romagna. 

Obiettivo centrato con maestri e leggerezza: nonostante i temi e la quantità di informazioni sulla complicata vicenda della squalifica, le due ore e mezzo di spettacolo scorrono piacevolmente e senza intoppo alcuno. Le informazioni servono per tratteggiare una storia che ha ancora molti punti oscuri, che ha visto uno dei più grandi ciclisti italiani del Novecento venire squalificato a un passo dalla vittoria per un esame poco indicativo, che dopo soli sei mesi venne ritenuto inattendibile e dunque non più utilizzato dalla giustizia sportiva. Eppure, nonostante ciò, la fama di “tossico” rimase attaccata alla sua figura – a causa forse delle ultime vicende umane di Pantani, che ormai deluso e non più in gara finì per abusare di sostanze. Martinelli sintetizza la persistenza di questo (pre)giudizio attraverso un breve siparietto, in cui l’allora ministro delle comunicazioni Gasparri (interpretato da un impettito Alessandro Argnani), all’indomani della morte del ciclista, lo apostrofa come “tossico”. È solo uno degli inserti tra il comico e il grottesco che il regista ha scelto di incastonare lungo la narrazione – il più divertente dei quali è forse quello di Laura Redaelli che interpreta la siringa sporca di insulina ritrovata nella camera d’albergo di Pantani al Giro d’Italia, che prende direttamente la parola come in un incubo surreale e diavolesco alla Bulgakov, a sottolineare l’assurdità della situazione. Non c’era infatti prova che la siringa fosse di Pantani o anche solo del fatto che fosse stata o meno usata, eppure contribuì ad alimentare la macchina del fango che portò Pantani alla rovina.

Ma oltre alla ricostruzione della “caduta”, lo spettacolo affresca con toni quasi epici quella che fu l’ascesa del campione e la sua vicenda umana: quella di un giovane di una famiglia non agiata che divenne tra i fuoriclasse del ciclismo mondiale del secolo scorso. Un senso di riscossa, quasi di epica attraversa il racconto, e non è un caso, perché lo sport – e soprattutto uno sport faticoso e popolare come il ciclismo – riesce ad incarnare alla perfezione le tappe del racconto epico: la fatica dell’eroe, le prove da superare, la sua condizione umile o difficoltosa, la sua ascesa inarrestabile, il trionfo e infine la caduta. Una struttura in cui Martinelli si destreggia con sapienza, dosando a dovere le emozioni di una storia che anche a lui, romagnolo, appartiene e parla profondamente.

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[da Quaderni del Teatro di Roma n°11 – Febbraio 2013 / e da MyWord.it]

cover QTR 11

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