DDB 42 – Giorno 18: “La perdita del benessere”

testata DDB India 42

35. La perdita del benessere

La terza e ultima conferenza organizzata da Veronica Cruciani e Christian Raimo, nel tentativo di far dialogare letteratura e teatro sui temi del presente, ha come focus la “Perdita del benessere” e si apre con una breve introduzione di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, che ricalca nell’esposizioni gli stilemi dei loro spettacoli “post-drammatici”, dove non c’è un personaggio e apparentemente nemmeno una drammaturgia preesistente. Per parlare della perdita del benessere il duo Deflorian-Tagliarini sceglie di partire da un saggio di Byung-Chul Han, «La società della stanchezza» (Nottetempo), dove il filosofo tedesco di origine coreana analizza gli effetti della vita in accelerazione e multitasking che caratterizza le società odierne. Deflorian-Tagliarini si concentrano sull’idea di “potenza”, che secondo Byung-Chul Han può avere due declinazioni: la potenza positiva (il fare qualcosa) e la potenza negativa (il non fare qualcosa). La potenza negativa è diversa dall’impotenza, perché mentre quest’ultima è caratterizzata dall’impotenza ad agire, la prima ha invece a che vedere con al “scelta di non fare”. Il sottrarsi volontario alla logica del fare. Quello che, nella società iper-produttivista, sta assumendo i contorni di un’ancora di salvezza: per Byung-Chul Han se noi possedessimo solo la potenza positiva il nostro destino sarebbe quello di morire per la troppa attività. Tracciato questo contesto, la coppia di attorti recita un pezzo dello spettacolo che hanno cominciato ad abbozzare qui a Perdutamente, «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», che parte dall’immagine di un romanzo dove quattro anziane signore greche si tolgono la vita in modo discreto perché non sono più in grado di far quadrare i magri bilanci delle proprie esistenze.

A “sfidarsi” attorno alla perdita del benessere ci sono, questa volta, Alessandro Leogrande e Francesco Pacifico. Entrambi seguono linee di pensiero piuttosto strutturate, che scorrono parallele anche se la struttura, che vuole che la parola venga ceduta a intervalli regolari, prevedrebbe un ipotetico scambio di opinioni. Il primo a parlare è Leogrande, che inizia con un’analisi del neo-capitalismo, contraddistinto da un ritorno alla schiavitù delle masse operaie dell’Oriente, che subiscono condizioni di lavoro non accettabili. Tuttavia, questa moderna schiavitù, non sta producendo una coscienza di classe come accadde per la classe operaia europea nell’Otto-Novecento. Quello che ha sostituti la lotta di classe, anche in Occidente, è una generica percezione di abbandono, del fatto che la società se ne frega del destino delle popolazioni meno abbienti e che le oligarchie economiche si stanno impadronendo di tutto. Questa percezione richiama il concetto di “Crisi economica”, centrale in questi anni. Ma noi siamo abituati a pensare alla crisi come a un fenomeno iniziato nel 2007 con l’esplosione della bolla speculativa dei mutui sub-prime in America. Invece è qualcosa di più profondo e complesso. L’immagine più adatta è, per Leogrande, quella proposta da Marco Revelli: un ghiacciaio che si scioglie. La superfice di cui disponiamo è oggettivamente sempre di meno ogni giorno che passa.

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Francesco Pacifico si concentra invece sulla presunta appartenenza alla borghesia dell’intero ceto intellettuale odierno. Giornalisti culturali, artisti, saggisti, riescono comunque a vivere anche se i giornali, gli editori, i teatri non pagano o pagano in ritardo, perché hanno l’ammortizzatore economico delle loro origini borghesi (ma dal pubblico qualcuno mormora obiezioni). Questo aspetto non viene sollevato, perché abbiamo pudore a confessarlo: gli scrittori sono di norma più propensi a confessare pubblicamente la loro propensione a una perversione sessuale che ad ammettere di potersi permettere il lavoro che fanno perché provengono dalla classe borghese. Questa “disonestà” di fondo è il motivo per cui gli intellettuali faticano a leggere e criticare il presente. Pur lanciandosi in analisi fortemente contrarie allo stato delle cose, i comportamenti che poi assumono gli intellettuali sono spesso collocati sul versante opposti: ad esempio, chi possiede una casa di proprietà si può permettere di accettare lavori sottopagati, chi invece non la possiede deve fare altri lavori o cambiare del tutto mestiere. Questa “compromissione”, unita alla “disonestà”, crea una sostanziale opacità nel discorso degli intellettuali odierni, che dimostrano un grande interesse  all’autorappresentazione, ma poiché non sanno davvero “vedersi” tale auto-racconto, anziché divenire una forma di critica del presente, assume i contorni della velleità e del narcisimo.

La seconda metà della conferenza è portata avanti a suon di citazioni. Leogrande cita Marx: “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri  reciproci rapporti. È il «Manifesto del Partito Comunista», ma la citazione contiene un “bug”: questa frase, che utilizzata in una critica al capitalismo odierno può apparire “vetero”, è in realtà una delle frasi più citate dai manager d’azienda. Pacifico, invece, in assonanza alla conclusione del suo intervento, cita la canzone dei Cani “Le velleità”, in cui si affresca un mondo di artisti velleitari di tutte le generazioni che usano l’arte e la cultura per darsi un’identità, avere un piccolo ed esangue successo sociale, ma senza davvero ricoprire professionalmente il ruolo che pretenderebbero di ricoprire.

Veronica Cruciani legge due brani scelti dagli scrittori invitati. Si comincia con un frammento di Pasolini, in cui l’autore degli “Scritti corsari” mette in guarda sugli imprevisti delle libertà spacciate dalla società dei consumi, come la libertà sessuale, che anziché dare felicità ai ragazzi li ha resi stupidamente aggressivi (la scelta è di Leogrande, che ammette che l’eccesso di citazione di cui è fatto oggetto Pasolini rende alcune sue cose inutilizzabili senza al contempo ammantarsi di una certa retorica; tuttavia, afferma, ci sono frammenti nascosti che possono ancora regalarci squarci radicali utilissimi). La seconda lettura è tratta da “Le Cose” di George Perec, dove una minuziosa descrizione di interni che consente un parallelismo tra il periodo descritto – il 1968 – e oggi (la scelta è di Pacifico, che spiega: i due protagonisti sono venticinquenni e fanno i pubblicitari, scelgono un lavoro nel campo artistico come facciamo noi e orientano le scelte della loro vita secondo un “gusto raffinato”; ma il “gusto” – che sembra appartenere al campo dell’arte – oggi è in realtà l’anticamera del consumo).

La chiusura è affidata all’Accademia degli Artefatti, che con i ragazzi del laboratorio porta sul palco una scena tratta da «One Day», lo spettacolo di 24 ore che gli Artefatti dovevano allestire nel 2008 e che è “fallito” e “mai nato” a causa della crisi. Un gruppo di persone sta navigano verso l’Italia, presumibilmente per trovare lavoro: forse sono clandestini, sicuramente sono migranti, e cercano nella nostra terra un destino migliore, finché incontrano un’imbarcazione della guardia costiera che apre deliberatamente il fuoco sui migranti. Alla fine riusciranno ad approdare in Italia, ma tutto ciò che troveranno – e che troviamo noi a epilogo di questa lunga discussione sulla perdita del benessere – è la parodia della scena della Fontana di Trevi ne «La Dolce Vita» di Fellini.

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