DDB 39 – Giorno 15: “Bluemotion Petrolio Safari” e “Zombitudine 2 e 3”

testata DDB India 39

29. Bluemotion Petrolio Safari

Una commistione tra letteratura e teatro, tra audiovisivo e musica, tra la scena e la platea. L’allestimento di linguaggi diversi in un grande recital che attraversa il romanzo in compiuto di Pasolini, «Petrolio» – è questo il segno che di Bluemotion, compagnia residente all’Angelo Mai, invitata a trasportare il suo dispositivo scenico all’interno di Perdutamente. Già, perché Bluemotion Safari è esattamente questo: un meccanismo spettacolare, un recital-concerto che cerca di far cortocircuitare i tanti linguaggi utilizzati dagli artisti in un unico flusso comunicativo. Durante il mese di dicembre l’ensamble di artisti ha scelto di confrontarsi con il romanzo che forse, prima ancora che i letterati, ha influenzato profondamente il mondo dei teatranti, con la sua struttura non strutture, il suo flusso fiume di appunti e la sua non completezza, il suo essere fatto di crepe e non detti (non finti) che lasciano inevitabilmente spazio all’immaginazione e alla creazione. Da Mario Martone in poi, «Petrolio» sembra essere diventato un feticcio del teatro, l’oggetto pasoliniano per eccellenza, l’universo esploso dove è possibile guardare come attraverso un prisma. (Solo restando a Roma anche altre due compagnie, come CK Teatro e OlivieriRavelli, hanno sentito proprio in questi stessi anni l’esigenza di confrontarsi con il rebus di questo testo).

«Bluemotion Petrolio Safari» è un ambiente immersivo, il pubblico è invitato a sedersi sul palco in modo sparso, come a un concerto rock. Le pareti della scena, quelle laterali più il fondale, sono usate interamente come schermi, dove si alternano immagini che hanno a che vedere con il percorso artistico e biografico di Pasolini (ad esempio, la zoommata di google earth dal globo, all’Italia, a Ostia, all’Idroscalo dove è stato ritrovato il corpo del poeta il 2 novembre del 1975). Ma dagli schermi appaiono anche i volti degli attori, che recitano dal vivo fuori scena, ripresi da una telecamera, per poi apparire in scena successivamente a recitare i loro monologhi (spesso frammenti di «Petrolio») con un microfono con asta, quasi fossero dei cantanti. Di fianco, in fondo, la band continua a suonare senza sosta, creando il collante tra le parole e le immagini, immerse in un flusso di luce e suono che ricorda la stagione dei reading newyorkesi. Lo spettacolo si chiude simbolicamente su una fotografia di Pasolini, che lo ritrae a petto nudo, scattante, in una posa energica che lo allontana dalla figura di puro intellettuale con cui spesso viene ricordato. A commentare il contrasto le stesse parole del poeta, che suonano profetiche, rilasciate durante un’intervista in Francia: «Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Dove mi porterà tutto questo?»

Alla fine è proprio la dimensione del concerto a prendere il sopravvento: a chiusura dello spettacolo la serata continua con una lunga sessione di musica.

ilariascarpa - bluemotion petrolio safari

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30. Zombitudine 2 e 3

Dopo che gli zombi hanno attraversato ripetutamente gli spazi di India, alla fine l’orda ha rotto gli argini ed è entrata fin dentro il cuore del teatro: il palcoscenico. O meglio, nel secondo episodio della trilogia zombistica sperimentata dalla coppia Frosini-Timpano a Perdutamente quello che vediamo è piuttosto l’attesa: l’attesa dei vivi che barricati in un ipotetico “dentro” (la sala teatrale) aspettano che l’orda degli zombie, che si accalca “fuori”, faccia irruzione. E gli atteggiamenti sono i più disparati, da chi è eccitato dall’eccezionalità dell’evento a chi ne approfitta per dare sfogo al proprio istinto più bieco e trasformarsi in una specie di Rambo. E grazie a questa “schizofrenia” di comportamenti la coppia Frosini-Timpano ha gioco facile nell’infarcire questa dialettica dentro-fuori con una serie di riferimenti che rimandano al nostro presente, all’inclusione e l’esclusione che caratterizza le nostri vite in relazione ad un contesto o a un altro consesso umano. “Sono brutti e puzzano”, “Sono tantissimi”, “Se arrivano qui è la fine”, gridano alcuni – lasciano pensare che forse gli zombi sono la metafora dei migranti e noi, il pubblico comodamente seduto, siamo l’occidente privilegiato, senza bisogno di metafora alcuna. Qualcuno però si esta di questa diversità: “Hanno uno stile di vita ecologico, vanno sempre a piedi”… e finisce per identificarli con la massa dei diseredati che avanzano per redimere il mondo, come nel quadro Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (“Uno guida il branco con la giacca sulla spalla”). Da lì al fanatismo il passo è breve: per altri ancora gli zombi sono “glamour”, “trendy” e hanno persino le mutande Kalvin Klein. Delirio a profusione? O piuttosto abbiamo saltato lo steccato della metafora e la massa indistinta di zombi siamo di nuovo noi, popolo di consumatori massificati e omologati? Un po’ entrambe le cose. Perché il finale sul pedale del demenziale ci calca eccome – con uno straordinario Valerio Malorni in versione predicatore, che un po’ ricorda il prete di colore del folgorante incipit di «Zombi» di Geaorge Romero e un po’ richiama i modi di quei pastori evangelici delle tivvù statunitensi. “Per 2000 anni avete mangiato il mio corpo e bevuto il mio sangue. Ora avete rotto il cazzo, bastardi cannibali!”, urla quando, colto da un raptus, uccide tutti con una pistola prima ancora che giungano gli zombi. Ma è solo teatro, “il gioco realtà-finzione, la coscienza contemporanea… bravi, bravi!”, dice un’altra performer giunta sulla scena, che in men che non si dica fa sgomberare la scena per lo spettacolo successivo.

ilariascarpa - zombitudine 2

E se fosse questa un’ennesima metafora possibile? Se il dentro fossimo noi, il pubblico del teatro contemporaneo sempre troppo compromesso coi teatranti stessi, che non fanno che ammiccare volontariamente o meno per sottolineare questa asfittica complicità? Se il fuori fosse il resto del mondo, che del teatro non gliene importa nulla, mentre noi ci barrichiamo nel fortino del Teatro India sentendoci asserragliati come i sopravvissuti di Romero nel centro commerciale? «Zombitudine 3» il noi-loro non solo lo ammicca, ma lo porta al centro dell’unico vero e proprio testo elaborato dalla coppia Frosini-Timpano nella loro poliedrica ricerca sui non-morti. Stavolta la parola passa agli stessi zombi, ovvero Elvira Frosini e Daniele Timpano, ormai arrivati sulla scena, che si scambiano tra loro pensieri confusi che forse sentiamo solo nell’ambito della finzione teatrale (i zombi non parlano, o sì?). Tra istinto aggressivo e voglia di mangiarsi a vicenda, gli zombi arrivano di fronte al pubblico, che suscita loro schifo e repulsione almeno quanta si suppone un cadavere ambulante debba farne a un vivo (cioè noi, il pubblico). Il “loro” e il “noi” presto si rivela una divisione fittizia quanto autoassolutoria. Chi dice che non ci sia conformismo anche in ciò che si chiama fuori dal conformismo? Chi ci assicura che la lotta per mangiare e per farsi mangiare non sia solo una sofisticata forma di “assimilazione”? Chi dice che quello che sembra “disordine” non fa invece parte dell’“ordine”? La metafora dell’omologazione e della massificazione, proposta da Romero con i suoi film, qui si squaderna e chiama in causa anche chi da sempre se ne chiama fuori, il mondo dell’arte e della cultura. Che, almeno secondo Frosini-Timpano, ha ormai davvero poche frecce nel suo arco per distinguersi dalla massa senza finire, direttamente e senza passare dal via, in un altro segmento di mercato, magari più piccolo ma altrettanto omologante.

ilariascarpa - zombitudine 3

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