Il teatro italiano trova il suo capolavoro. Tre Premi Ubu a Lucia Calamaro

Calamaro – Origine del mondo 1I presupposti c’erano tutti. Ritorno alla parola, artigianalità della scenografia, perfino la scelta di toccare un argomento che sui palchi contemporanei è più che tabù: la psicologia e addirittura la psicanalisi. Insomma, il teatro di Lucia Calamaro ce le aveva tutte, ma proprio tutte per essere considerato un oggetto fuori tempo massimo. E invece si è attestato, e giustamente, come una delle realtà più interessanti della scena teatrale contemporanea. Sancito qualche giorno fa con l’assegnazione di ben tre Premi Ubu, il riconoscimento più prestigioso del teatro italiano: miglior novità drammaturgica alla stessa Calamaro per la quadrilogia «L’Origine del mondo. Ritratto di un interno»; miglior attrice protagonista a Daria Deflorian (anche per lo spettacolo «Reality») e miglior attrice non protagonista a Federica Santoro. Un en plein, quindi, e per nulla scontato: perché Lucia Calamaro proviene da quel circuito di compagnie indipendenti romane che per anni hanno provato in sale occupate, senza altro sostegno se non quello della rete di artisti che ruota attorno al mondo del cosiddetto teatro di innovazione.

Un caso? Non proprio. È da quel contesto che nell’ultimo decennio sono uscite le cose più interessanti – anche se in Italia il teatro è sempre un fatto marginale e si fatica, nelle grandi piazze culturali, a capire cosa di nuovo bolle in pentola. E il teatro di Lucia Calamaro è qualcosa di “nuovo”, ma attenzione: non per “innovazione”, ma per “difformità”. Proprio quando il concetto di “nuovo” mostrava la corda – che altri schemi e codici rompere, dopo che tutto il Novecento non è stato altro che un susseguirsi di pretese rotture e innovazioni? – è proprio dall’area della cosiddetta “ricerca” che è uscita l’istanza di raccogliere tutti i frammenti delle tante “rotture”, per riassemblarli in una lingua che torni ad essere in grado di parlare.

E la lingua, nel caso di Lucia Calamaro, è un aspetto basilare. Una lingua che nasce in prova, sulle assi del palcoscenico per così dire, cucita addosso agli attori; ma che, allo stesso tempo, non è la lingua scarna delle sceneggiature. È una lingua autoriale, fluviale a tratti, che ricuce finalmente lo strappo che si era creato in Italia tra letteratura e teatro. Non a caso alla sua scrittura è stato dedicato un volume in lavorazione, che uscirà all’inizio del 2013, curato dal critico del Sole 24 Ore Renato Palazzi. «Il ritorno della madre». Lo sta pubblicando Editoria&Spettacolo (nella collana curata da Paolo Ruffini, Spaesamenti) e raccoglie, oltre alla quadrilogia, i due testi precedenti: «Tumore. Uno spettacolo desolato» e «Autobiografia della vergogna. Magick». Visti tutti i fila, i tre lavoro si strutturano come una lunga digressione autobiografica – altro tabù della scena – anche se c’è uno scarto sostanziale tra il lavoro di Lucia Calamaro e l’auto-fiction che è invece ormai un genere assodato in letteratura. Perché le vicende biografiche sono solo l’ambientazione, il pozzo dove l’autrice romana pesca per portare a galla il borbottio dei pensieri, il loro vagare fluido e contraddittorio, che è il vero centro della sua scrittura. E che è sì personale, ma non necessariamente biografico. Un flusso di coscienza che innesta dubbi ancestrali su preoccupazioni pratiche, tentativi di speculazione filosofica con piccole idiosincrasie del quotidiano. Così può capitare di parlare del caos e del senso della vita mentre si infila il naso nel frigorifero di casa, alla ricerca di qualcosa da mangiar per placare un languorino; o discutere della morte mentre si bada al gorgoglio del caffè che fuoriesce dalla moka. Perché la sua è una lingua che prosegue a cerchi concentrici, dove le onde dell’attenzione si sovrappongono – il banale, l’irritazione ingiustificata, la riflessione più elevata. Tutto si mescola, con un’inevitabile effetto comico, che è poi un altro del teatro dell’autrice romana, in bilico tra una ironia e iperrealtà. Un’iperrealtà tutta interiore, mentale, che fa piazza pulita dei simbolismi per andare a fondo alle proprie piccole e grandi nevrosi, pulsioni, idiosincrasie.

L’unico modo di cogliere il tratto personalissimo della lingua di Lucia Calamaro, tuttavia, resta quello di vederla a teatro («L’origine del mondo» sarà a Milano a febbraio, dal 13 al 28, al Teatro Franco Parenti). Perché è intimamente connessa alla recitazione, su cui la regista cuce con sapienza le sue parole. Una recitazione informale e non monumentale, che è uno dei filoni più interessanti del teatro odierno, ma che resta comunque fortemente interpretativa, senza scivolare cioè nei territori viscosi della performance. E questa scelta ben si adatta a una scrittura che procede esplodendo e riabbassandosi senza sosta, ma senza mai interrompere il flusso del ragionamento, come una corrente elettrica continua che cambia soltanto d’intensità. Le voci interiori dei personaggi si sovrappongo a quelle esteriori semplicemente cambiando intonazione, creando una “stanza sonora” dove la coscienza, l’inconscio e il pensiero involontario sono contemporaneamente udibili, spesso slittando di piano l’uno verso l’altro fino a sovrapporsi, compenetrarsi, per poi riprendere il proprio binario.

[da Orwell – inserto di Pubblico]

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Orwell - testata

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