DDB 34 – Giorno 11: Nollywood, io non sono così (puntate 6-11)

testata DDB India 34

19 – Nollywood (ritratti 6-11)

Altri sei ritratti del progetto Nollywood, dell’Accademia degli Artefatti. Difficile, in questo caso, fare il cronista, perché tutto quello che circuita attorno a Perdutamente sembra prima o poi dover cadere nell’orbita gravitazionale di questo progetto modulare immaginato da Fabrizio Arcuri con Matteo Angius e la collaborazione drammaturgica di Magdalena Barile. Anche chi scrive è stato catturato e “buttato” – mi si passi il termine – nel roboante buco nero della scena di Nollywood, in apertura della puntata dedicata ad Andrea Baracco. Userò per tanto quella che in antropologia viene chiamata “osservazione partecipante”, pur mantenendo la terza persona. E quindi posso scrivere che sì, Graziano Graziani si è lanciato in una conferenza sulle micronazioni,  minuscole entità che vogliono mantenere un’intransigente indipendenza dal mondo esterno, a cui ha dedicato un libro («Stati d’eccezione») e di cui è uno dei massimi esperti. Che c’entra con Andrea Baracco? C’entra perché l’ultima micronazione conosciuta – almeno sul palco di Nollywood – è Baraccolandia, dove le banconote vengono emesse rigorosamente in tagli da 12.000 baracchi. Un modo per giocare sulla scelta del regista di restare nel proprio territorio artistico pur lavorando dentro il contenitore di Perdutamente (e dimostrando, va detto, una grande curiosità e generosità verso i colleghi). Il fatto è che per Andrea la contaminazione va intesa in senso etimologico: è un virus. Può affascinare, ma di certo spaventa. Così gli Artefatti allestiscono una scena da disaster movie, con scienziati in tuta anticontaminazione, fumi di agenti tossici e alla fine anche una partita a calcio tra zombi (inglobando così anche il laboratorio di Elvira Frosini e Daniele Timpano sui “non morti”).

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Il settimo ritratto è dedicato a Biancofango e si intitola “From Andrea to Francesca and back again”. Gioco di citazioni che rimanda a uno spettacolo di Deflorian-Tagliarini (“Froma A to D and back again”) che rimanda a sua volta al titolo di un libro, la filosofia di Any Worhol. E forse il pop c’entra in questo ritratto, o almeno il mondo dorato dei suoi protagonisti. Perché, dopo aver sostenuto un esilarante test di domande che serviva a capire quanto Andrea e Francesca, che lavorano insieme da tempo, si conoscano davvero, i ritratti dei due artisti prendono strade diverse, similmente alle diverse attitudini che hanno nel loro lavoro – l’uno attore, sulla scena, l’altra regista, ne resta fuori – e forse nella vita. Francesca viene portata nel sottoscala, sotto agli spalti della platea, per restare fuori dalla scena. Andrea invece, che aveva espresso il desiderio di essere una rockstar almeno per un giorno, si ritrova catapultato in un’atmosfera onirica: entra in scena un letto e una decina di ragazze ce lo buttano sopra, si lanciano anche loro, lo toccano, lo spogliano. Accanto appare H.E.R. – artista già nota anche sulle scene teatrali e molto apprezzata – che con solo voce e violino intona “Voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen” da Vasco Rossi, e poi si lancia in un bellissimo concerto tra luci e fumo. Andrea, dal letto, rimasto solo, guarda divertito.

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È un po’ una fabbrica di sogni, questo Nollywood, dove per gioco e guasconeria le metafore che i “ritrattati” hanno usato nelle loro interviste rischiano di diventare letteralmente realtà. Nel caso di Veronica Cruciani (titolo del ritratto: “Una disperata vitalità”) sono le sue parole d’ordine a diventare realtà letterale. A partire da quella che è la sua passione non-teatrale, la valvola di sfogo dal mondo intellettuale: la canoa. Veronica prende lezioni al laghetto dell’Eur, e sul palco le fanno trovare un canotto – beh, siamo sempre a teatro, occorre giocare d’immaginazione – e un vero campione di canottaggio che le spiega come uscire correttamente dall’imbarcazione senza ribaltarsi. Ma poi il mare diventa “teatro politico”, come sono sempre gli sfondi dei lavori di Veronica Cruciani: un monologo di Laura Sampedro con in braccio la figlia Zoe, di sei mesi, dentro una piscina gonfiabile blu, rievoca le infinte traversate dei migranti africani verso l’Europa – e di colpo, la scena sconclusionata e pop di Nollywood cambia concretamente temperatura, affonda nel drammatico. E ne riesce per concretizzare un altro dei mondi di riferimento di Veronica: la scrittura di Elsa Morante. Se il mondo sarà “salvato dai ragazzini”, come asseriva la scrittrice nel titolo della sua più famosa raccolta di poesie, sono allora i ragazzini a dover entrare in scena per chiudere questo ritratto: un gruppo di ragazzi e soprattutto ragazze, tra bambini e adolescenti, studenti di una scuola di danza, irrompono sul palco e danno vita un trascinate finale musicale sotto lo sguardo divertito di Veronica.

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Ancora i sogni, che però possono trasformarsi in incubi. “E.T.u portami via” – il ritratto dedicato a Nicola Danesi de Luca dei Tony Clifton Circus – parte con un atmosfera felliniana, che evoca il fascino per il circo che Nicola prova fin da bambino e lo ha portato a fare il clown. Ad accoglierlo scoppi e mortaretti, rumore di circo, finché entra un vero gruppo di majorette in gonna bianca e sfavillante giacca verde a dare vita a una marcia festosa. Nicola si dice convinto, nell’intervista, che più “oniricità” e sogno, nella vita, migliorerebbero le cose. E, da sognatore, porta all’estremo questo suo ragionamento: vorrebbe incontrare un extraterreste. Detto, fatto. Arriva sul palco una donna vestita d’argento con una voce incomprensibile (ma c’è la traduzione in cuffia). Il dialogo si sposta subito su come è organizzata la loro società: tutto funziona meglio, hanno trovato soluzioni a cui noi non abbiamo pensato, e la democrazia? Il commento di Nicola – perché noi non sentiamo la traduzione – lascia filtrare che tutto questo progresso forse è avvenuto a discapito di qualocsa…). Ma l’utopia si rovescia ben presto in distopia: una flotta di alieni si raduna alle porte di Roma e comincia il suo attacco alla Terra. Anche i migliori sistemi sociali devono sfruttare qualcun altro per il proprio benessere, e in questo caso le vittime designate siamo noi. È tutta colpa di Nicola, che col suo desiderio ha portato gli alieni da  noi (anche se è solo una simulazione). Come rimediare? Con una riffa: gli spettatori hanno un numero e vengono chiamati a “dare una punizione” a Nicola, che ha fatto distruggere il pianeta coi suoi sogni. Beh, anche questa è una simulazione, e l’involontario protagonista dello spettacolo resta incolume a guardarsi un concerto futuribile fatto da tre alieni con tute luminose che svettano dall’alto di un trabattelo.

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Il decimo ritratto è un ritratto doppio. Da un lato Daria Deflorian, assente giustificata, a cui viene dedicato un documentario dal titolo “Una vita a interpretare”. In fondo Daria ha appena vinto il Premio Ubu come miglior attrice, che è il massimo riconoscimento del teatro in Italia, e allora è giusto trattarla come si conviene a una star inavvicinabile: Monica Piseddu si lancia in una serie di interviste, visibilmente emozionata, sotto casa di Daria Deflorian, dove chiede ai passanti e agli esercenti della zona che cosa provano quando incontrano una star come Daria per la strada: e se qualcuno, giustamente, non capisce di cosa si sta parlando, qualcun altro fa finta di capire e risponde che sì, la vede spesso, è un’attrice famosa… Daria, anche se a distanza, è presente telefonicamente prima e dopo la proiezione del documentario che celebra la sua carriera. “Antonio è presente” è invece dedicato ad Antonio Tagliarini. Il titolo si ispira apertamente al lavoro di Marina Abramovic (pluricitata in questa carrellata di lavori della Factory di India). Per la prima volta né Fabrizio Arcuri né Matteo Angius sono in scena: tutto si svolge in silenzio e sono le didascalie sullo schermo a dire ad Antonio cosa fare e non fare. Lui comincia a leggerle ad alta voce prima di agire, anche perché nella sala è calato un silenzio imbarazzato (e dal pubblico qualcuno comincia a sghignazzare).

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Per la compagnia Psicopompo Teatro è Luisa Merloni ad affrontare il “ritratto artefatto”. “Il fantasma della simpatia” – titolo del lavoro – si apre con un’evocazione dell’attrice Luisa Merloni che putroppo non c’è (e invece è presente e ignorata sulla scena). Si discute sulla sua tecnica interpretativa, tutta basata sulla “simpatia”, nell’accezione ordinaria ma anche etimologica di “patire con”, “sentire con”. Come fa a gestire tutta questa simpatia?, si domanda Matteo Angius. E tutti, a turno, cercando di spiegare questa sua attitudine che porta Luisa Merloni indossare così bene “i panni degli altri”: altra immagine che diventa letterale, perché Luisa viene sommersa dagli indumenti degli attori. È ancora la “letteralità” a farla da padrona, così quando nell’intervista Luisa evoca il personaggio di Ivy ne “La Stupidità” di Rafael Spregelburd, che stando su una sedia a rotelle le ha permesso di sperimentare una recitazione difficile e diversa, ecco un carrozzina comparire in scena. E quando parte il frammento audio in cui Luisa afferma di avere il desiderio di sposarsi, ecco entrare un ragazzo in carrozzina anche lui – davvero impossibilitato a camminare – con un mazzo di rose in mano, che comincia a recitare le battute di Romeo (siamo sempre a teatro, in fondo…). Luisa, novella Giuletta in carrozzina, dice anche lei le sue battute. Poi, rievocando il video in cui Rafael Spregelburd e la regista Manuela Cherubini ballano il tango, parte una musica e tre coppie di ballerini professionisti scendono dalla platea per salire sul palco e iniziare a ballare, nel più strampalato e romantico finale possibile, in cui collassano di colpo tutti i segni evocati nello spettacolo. Metafore e sogni di Luisa, non ancora propriamente reali, trasformate in realtà grazie alla consistenza evocativa del teatro.

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