DDB 26 – Giorno 3: Deflorian-Tagliarini con Monica Piseddu e “Estremistan – cartolina 1”

testata DDB India 26

5. Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (Daria Deflorian, Antonio Tagliarini, Monica Piseddu)

Quattro anziane signore greche che, in modo composto e dignitoso, si tolgono la vita. Si sono viste dimezzare la pensione, la mutua non paga più le loro medicine e loro decidono di farla finita e, in questo modo, di lasciare quel poco destinato a loro a chi ne ha bisogno. È da questa immagine che parte «Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni», il nuovo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in collaborazione qui con Monica Piseddu. Anzi, che “non parte”, perché la mezz’ora di studio presentata a perdutamente inizia proprio con l’ammissione di un fallimento: l’impossibilità di mettere in scena questa storia, che pure se si tratta di fiction (è tratta dall’incipit di un romanzo giallo di Petros Markaris) tratteggia in modo incredibilmente preciso il nodo di disperazione che si avvita nelle biografie dei cittadini più poveri dell’Europa erosa dalla crisi economica. Un’immagine che, pur inventata, tocca un nodo così vero di angoscia che ci riguarda, e che si è sciolto più volte in questi ultimi anni in atti di autolesionismo e di violenza, e che sta diventando il segno più forte e preciso di questa nostra epoca in crisi. Di quel “vero”, sembrano dire Daria, Antonio e Monica – che bene ha preso il registro antispettacolare del duo –, non si può parlare. Non lo si può fare con i mezzi dello spettacolo, drammatizzando e retorizzando quella scena, quell’immagine, per celebrare così la scontata adesione politica del pubblico che, però, resta impotente tanto quanto l’attore sulla scena. Non se ne può parlare per una sorta di pudore, perché trasferire questa storia nel dramma scenico equivarrebbe a vampirizzarla, a dire il già detto senza cambiare una virgola nel mondo reale, e ricevendone in cambio degli applausi.

Ma c’è un ma. Perché in questa apertura della scatola drammatica, in questo squadernamento del ragionamento che compiono Daria e Antonio (denunciandolo e ironizzandoci fin dall’inizio, quando Daria dice “ecco, diciamo che non possiamo parlarne, ma spiegando questa cosa la sto comunque dicendo”), torna la possibilità di raccontare. Magari lasciando i pensieri schizzare da altre parti, come faremmo noi seduti in platea ascoltando o leggendo un’immagine così forte come quella di quattro anziane signore che si tolgono la vita per la crisi economica. Come fa da esempio Monica Piseddu, che racconto l’orrore di sentirsi contenta all’apprendere la notizia dell’attentato a un esponente di Equitalia. Finzione, certo, ma anche rottura della finzione: rottura del patto spettacolare che recupera il ragionamento, e con esso il racconto e persino – in certe punte di grande recitazione, per quanto post-drammatica – persino l’empatia dell’umano che proviamo di fronte al “drammatico”.

ilariascarpa - deflorian tagliarini

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6. Estremistan – cartolina 2 (Patrizia Romeo per Psicopompo Teatro)

La definizione di “Estremistan” è stata coniata da Nassim Nicholas Taleb, matematico libanese, nel libro «Il cigno nero», per indicare il mondo in cui viviamo, scosso da spinte sempre più estreme. Mentre le nostre capacità di elaborazione e ragionamento sono piuttosto da “Mediocristan”. Manuela Cherubini, con la sua compagnia Psicopompo Teatro, ha voluto applicare questo concetto al nostro paese, proponendo una serie di “Cartoline dall’Italia”. La prima, interpretata da Patrizia Romeo, vede una signora vestita con un abito bianco elegante sedersi al tavolo da pranzo, imbandito con una tovaglia bianca, candida anch’essa. Davanti a lei c’è un piatto con una pera. La signora spiega sia verbalmente che praticamente come si deve sbucciare la pera secondo il galateo e come agire a tavola mentre si svolge questa pratica. Il tutto è avvolto in una dimensione surreale, mentre una telecamera proietta su uno schermo il dettaglio delle sue mani che sbucciano e sezionano il frutto. Perché non tutto va secondo le sue stesse indicazioni, mentre la sua faccia contrita, il suo sorriso nervoso, cercano di dissimulare ogni errore, ogni svista. Le dita, mentre le mani proseguono l’opera di “mondatura”, si tingono di rosso: è sangue, ma la signora prosegue imperterrita, solo sempre più cerea in volto. Finché le mani scendono sotto la tovaglia, e quando la donna si alza vediamo l’addome completamente sanguinante, di un sangue rubino che spicca sopra il candore del vestito. Lei esce di scena un po’ barcollando, ma ancora facendo come se nulla fosse (bisogna essere “convenientemente distratti” aveva detto in precedenza, ad esempio quando a un commensale cade una posata in terra). Solo il tonfo fuori scena ci dà notizia della sua definitiva uscita dal bon ton (e forse persino dalla vita stessa).

Queste cartoline immaginate da Psicompompo Teatro sembrano dare sostanza al concetto di “Estremistan” attraverso il meccanismo dell’iperbole (almeno questo avviene con Patrizia Romeo). Tutto è trattenuto e allo stesso tempo eccessivo, ferocemente normale eppure assolutamente fuori dalla norma. Ovvero logico e illogico al tempo stesso, così come la Penisola dell’Estremistan. E l’iperbole, in questo caso, parte da un semplice ed efficace gioco di parole, con cui Patrizia Romeo esordisce introducendo la sua performance di autolesionismo da etichetta: “Siamo alla frutta!”.

ilariascarpa - psicopompo

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