Perdutamente sulla via delle Indie

Perdutamente 2012Nel bene come nel male l’Italia resta il paese dello straordinario, mai dell’ordinario. Non è il quotidiano, la normale amministrazione, l’ambito in cui si esprimono le idee illuminanti: queste, quasi sempre, scaturiscono in risposta a qualcosa. Un esempio lo fornisce la Factory che da Ottobre sta occupando il Teatro India. Il progetto si intitola «Perdutamente», coinvolge 18 compagnie romane e dal 3 al 21 dicembre si lascerà attraversare anche dal pubblico (mentre finora è stata esclusivo terreno per artisti, nella forma di laboratori, dibattitti, discussioni, progettazioni). Gabriele Lavia, che ha voluto questa Factory e ha invitato le compagnie a ragionare e lavorare attorno al tema della “perdita”, lo ha dichiarato da subito e con onestà: l’idea nasce in modo occasionale. I lavori di ristrutturazione, che interesseranno il teatro nel 2013, non sono partiti a settembre come si supponeva. Restava il problema di che fare del teatro a programmazione avviata. Risposta: perché non aprirlo agli artisti?

E così ecco materializzarsi per le sale, il foyer e i corridoi di India una residenza artistica senza commissione, plurale, pensata dagli stessi artisti. Un cantiere nel cantiere, com’è stato definito. Tanto è vero che all’oggi, mentre questo articolo è in stesura, non sappiamo con certezza che cosa avverrà a dicembre, quando si apriranno le porte al pubblico. Ci sarà un progetto di performance in notturna che invaderà lo spazio interno ed esterno, intitolato Varanasi. Un altro che chiederà un impegno diretto del pubblico romano, intitolato Art You Lost. E poi spettacoli e molto altro ancora. In diversi casi gli artisti, anziché lavorare da soli, si contamineranno tra loro per produrre nuove forme di occupazione artistica, tutte site specific e difficilmente ripetibili altrove, perché pensate espressamente per India. Ma non sta qui – o almeno non solo qui – il punto.

Forse neppure chi l’ha pensato era riuscito a percepire fino in fondo cosa fosse in grado di scatenare, nella vasta galassia artistica romana, il gesto di aprire le porte di India. È quanto due generazioni di artisti, che sono tra le più significative degli ultimi anni a livello nazionale, vanno chiedendo da quando India è nata, e forse persino da prima. Avere un luogo per la creazione. Un luogo che significa anche un’altra dimensione del tempo. Perché il tempo dello spettacolo è quello più connesso alle dinamiche del consumo, sia pure culturale: si viene a teatro, si guarda uno spettacolo, si torna a casa. Esiste invece un altro tempo, di cui spesso ci scordiamo, che precede lo spettacolo e che comprende tutti quegli elementi che fanno sì che il teatro sia arte e non intrattenimento. «Perdutamente», per gli artisti che stanno abitando India da due mesi, è un atto di dilatazione di quel tempo.

Ovviamente la Factory non è certo in grado di fornire una risposta definitiva a questa urgenza. «Perdutamente» ha un tempo limitato – tre mesi – e India, dopo la ristrutturazione, tornerà ad ospitare cartelloni teatrali, con sale più ampie di quelle attuali e dunque meno adatte all’accoglienza di quell’informe e feconda proliferazione di idee che è in questo preciso istante. Nonostante questo l’esperienza della Factory sta dando, per un breve tempo, concretezza a un’utopia, sostanza a una metafora. Che è quella di un luogo in grado di accogliere il tempo dilatato della creazione, di forzare le dinamiche della vetrina e il tempo dell’evento – che sono i due diktat che il sistema della cultura (quello degli assessorati come quello commerciale) oggi impone all’arte. Accogliere gli artisti ma anche la cittadinanza, magari offrendo sale dove collegarsi a internet, leggere, bere un caffè, studiare – come avviene in molti centri culturali sparsi per l’Europa. Una modalità di vivere l’arte di cui Roma sente disperatamente l’esigenza, ma che non è stata mai in grado di concretizzare: basti pensare all’occasione persa della Pelanda, che nasceva per ospitare la creatività interdisciplinare degli artisti contemporanei ed è invece oggi una scatola vuota che ci si limita a riempire di quando in quando – ancora una volta – con degli eventi.

Perché parlare di “urgenza”? Perché Roma nell’ultimo decennio esprime o intercetta un volume di creatività che non ha precedenti per vastità e varietà, ma che non dispone di una casa, un luogo in grado di accoglierne le dinamiche senza snaturare le modalità espressive. Che sono tante. Basta guardare a «Perdutamente», che ha il merito di disegnare un panorama preciso (per quanto parziale), che è poi una fetta importante di scena contemporanea, irriducibile però a una sola idea di teatro. Non una sola India, ma tante Indie coesisteranno nella programmazione di dicembre. Cosa ci troveremo? Le drammaturgie di Lucia Calamaro; l’antinarrazione di Daniele Timpano e Andrea Cosentino; le visioni e le sperimentazioni sonore di Muta Imago, Santasangre, Opera; il teatro intimo delle Apparizioni; la clownerie corrosiva di Tony Clifton Circus; il teatro popolare di Veronica Cruciani; le regie di diversissime temperature di Artefatti, Casa d’argilla, Psicopompo; il teatro d’attore di Andrea Baracco, Monica Piseddu, Biancofango e quello virtuoso di Latini; la temperie post-drammatica del duo Deflorian/Tagliarini e di Federica Santoro; la performance in bilico tra danza e teatro di MK ed Elvira Frosini. Tutti elementi che saranno presenti e allo stesso tempo assenti, diluiti nelle collaborazioni e potenziati dagli incontri, squadernati per disegnare un tempo diverso. Per prendersi il lusso di perdersi, lungo questa ipotetica via delle Indie.

[dai Quaderni del Teatro di Roma n°10 – dicembre 2012]

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cover QTR 10

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