DDB 15 – Sottrarre, perdere e poi fare

La perdita alle volte è sottrazione. Sicuramente lo è quando c’è di mezzo un furto, come quello che è avvenuto nella notte tra il 22 e il 23 novembre al Teatro India. Amplificazioni, impianti, proiettori e altri dispositivi tecnici sia del teatro che delle compagnie sono stati sottratti da ignoti. Stamattina alla Factory di India il morale era visibilmente basso, le facce scure, la tensione palpabile. Non tanto e non solo per il danno in sé (che sarà presumibilmente coperto dall’assicurazione e non dovrebbe ostacolare l’apertura del 3 dicembre), quanto perché si avvertiva come un senso di profanazione in un luogo che è stato abitato da decine, a volte centinaia di persone nell’arco di diverse settimane. Non un luogo vuoto, distante, istituzionale, ma una casa. E il senso di smarrimento e di perdita, quando qualcuno ti entra in casa, è sempre un sentimento ingombrante con cui fare i conti.

Dovendo affrontare un evento simile dal punto vista viene da soffermarsi sui dubbi e le responsabilità: la guardiania, l’accortezza di rendere il posto meno vulnerabile (visto che un furto analogo era avvenuto pochi mesi orsono) e altre cose ancora che aleggiavano tra i discorsi di chi oggi ha iniziato la giornata con questa notizia. Ma essendo questo il diario di bordo di un’esperienza artistica, di una comunità di persone che praticano il mestiere del teatro in maniera ostinata e contraria (e questo è davvero l’elemento più accomunante che c’è tra le biografie di tutti), mi sembra doveroso raccontare un altro aspetto della giornata. Come, ad esempio, il lavoro febbrile sul calendario di Perdutamente, che verrà reso pubblico il prossimo lunedì. E come il lavoro sia continuato, la concentrazione mantenuta, il ritmo semmai accelerato. Perché la data del 3 dicembre, l’apertura, si avvicina. E nonostante il contraccolpo emotivo del furto, le espressioni tirate non erano quelle di ha mollato, ma quelle di chi “tiene botta” (sì, è vero, cito autocitandomi, dal quarto episodio della quadrilogia di Lucia Calamaro, «L’origine del mondo»).

E il modo migliore di “tenere botta” è continuare a fare. A costruire, a immaginare. Come ha fatto in modo ironico Michele Di Stefano, che per superare il lutto di Varanasi – l’evento notturno del 15 dicembre, abortito per cause logistiche – ha cominciato a immaginare Benares. A immaginarlo in modo assurdo, come sarebbe impossibile farlo e senza senso, se non quello di recuperare il sorriso e guadare così l’impasse del “che fare, adesso”?

La riporto per intero, l’e-mail di Michele. Me l’ha girata lui stesso oggi, per raccontarmi una temperatura che non accenna a scendere, nonostante tutto. È che la testimonianza migliore di cosa vuol dire continuare ad avere la testa accesa, ostinata, sul fare (nonostante tutto).

“Pallara seduto 6 ore sul palco in sala A come Nijinsky quando andò fuori di testa

lo sposalizio rom/eschimese di Lucia e Antonio officiato da Andrea Baracco nel foyer

Latini che non viene e manda come regalo di nozze due ballerine Oba Oba

Daniele che fa un’ora e un quarto di brindisi

cambio della guardia in esterni (mk)

Opera offre Singapore Sling nell’ottagono

Veronica rinchiude i suoi allievi in sala C e butta via la chiave

TCC fa lo striptease su skype

Psicopompo vengono fucilati in cortile da Cosentino

Lisa legge Rilke a Molly in una dacia costruita da Muta Imago

Daria canta ogni ora una canzone di Chet Baker al piano

Santasange sonorizza la Stazione Ostiense

Artefatti legge l’Ulisse al contrario sulle scale antincendio

Federica e Monica inseguono le Oba Oba con le forbici

Bancofango convince Angius ad essere adolescenziale

Elvira offre consulenza matrimoniale a Lucia e Antonio

Biagio Luca Sara Alice e Maddalena si ubriacano nell’ottagono

Simona chiede l’agibilità a Molly nella dacia

e Corona ulula dal tetto al tramonto.

scusate, sono lontano e mi mancate”.

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–––» musica consigliata per la lettura: La Zappa, il Tridente, il Rastrello, la Forca, l’Aratro, il Falcetto, il Trivello, la Vanga – Rino Gaetano

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