DDB 13 – Il montaggio dell’Io

Andrea Cosentino, in uno spettacolo intitolato «Angelica», che è stato uno snodo della sua carriera perché vedeva la prima apparizione di un format chiamato “Telemomò” che lo ha accompagnato per molto tempo, si affidava alle parole di Pier Paolo Pasolini per affrontare il tema del montaggio cinematografico. La realtà come decostruzione e ricostruzione dei frammenti narrativi, come “montaggio” appunto, era al centro di quello spettacolo. Pasolini, nel saggio citato, diceva che la morte opera sull’uomo quello che il montaggio opera nel cinema: una selezione di pezzi significanti assemblati secondo un ordine di senso. Nessuno può, infatti, vivere (o osservare) la vita di un altro per intero, minuto per minuto: ci vorrebbe l’intera vita per farlo. E non avrebbe neppure senso. Quello che noi ricordiamo di una persona, sono gli snodi della sua biografia che hanno importanza per noi.

Oggi, mentre ero occupato a postare la puntata del diario precedente a questa, mi è tornata in mente questa riflessione. Per un motivo ben preciso. Mentre ero intento a copiare, postare e linkare i contenuti della giornata precedente, ho realizzato a quanto tempo investiamo ogni giorno ad amplificare i nostri “contenuti” su internet e gli altri media. Ad “esistere” nella mediasfera. Uno dei detonatori di questa riflessione è stata una breve ricerca nell’archivio on line di E-Theatre, il sito di teatro in video ideato da Simone Carella. La quantità di video archiviati è impressionante e non accenna a diminuire. Si può ben dire che ci vorrebbe una vita a guardare tutto, ammesso che ci sia l’interesse per farlo. Per noi coevi all’archivio di E-Theatre la mole è già immensa, ma almeno sappiamo dare un significato, una collocazione, a quei documenti video che non abbiamo il tempo di vedere. E chi verrà dopo di noi? Peggio ancora, viene da pensare, perché non saprà nemmeno decifrare l’importanza o l’irrilevanza di un certo documento.

Insomma, quello che archiviamo è troppo vasto per essere fruito dai noi, che siamo contemporanei, e sarà ancora più vasto e meno significante per i posteri. Eppure continuiamo ad archiviare, a produrre memoria di noi stessi. Di più; abbiamo diviso in due momenti ben distinti la nostra esistenza: la parte in cui siamo “on stage”, producendo contenuti; e la parte in cui archiviamo e diffondiamo questi materiali, amplificandolo nei media. È come se si fosse creata una sovrapposizione tra il montaggio e la vita evocati in antitesi da Pasolini: siamo così consapevoli della nostra esistenza mediale che abbiamo acquisito una naturalezza e una dimestichezza impressionanti nello stare “di fronte alla telecamera” (per così dire); ma tutto il resto del tempo lo passiamo a promuovere e diffondere il nostro “io mediale”. A fare cioè l’editing, il montaggio, il distributore e l’ufficio stampa di noi stessi.

* * *

Cosa c’entra tutto questo ragionamento con Perdutamente? C’entra, perché proprio all’interno della Factory, e per la terza volta nell’arco della giornata, questo dispositivo dell’auto-racconto ha fatto capolino. Per l’esattezza è tornato fuori nell’ambito del laboratorio dell’Accademia degli Artefatti, dove si sta preparando il progetto che la compagnia proporrà al pubblico a dicembre. Sedici brevi interventi, ognuno dedicato a una compagnia della Factory di India. Dei “ritratti di autoritratti” li ha definiti Fabrizio Arcuri, perché i sedici protagonisti – che non si possono definire propriamente “involontari”, ma piuttosto “volontari solo a metà” – hanno sostenuto una conversazione con la compagnia per raccontarsi.

Non vuol dire però che ci sia una contiguità “ideologica”, per così dire, tra il dispositivo che gli Artefatti stanno ancora studiando – ancora attorno a un tavolo, e assieme ai ragazzi che hanno partecipato al laboratorio – e la “critica” dell’incipit di questo pezzo. Anzi, piuttosto sembrerebbe trattarsi di un rovesciamento, almeno sulla carta, pur a partire da un’assunzione della “forma”, che è da sempre uno dei nodi focali della riflessione politica del teatro di Arcuri.

C’è una grossa dose di azzardo nel dispositivo immaginato dagli Artefatti, che tenta la carta di un racconto/non racconto dei protagonisti di Perdutamente. Un dispositivo che, in sostanza, assume la forma dell’auto-rappresentazione per trasformarla da una pratica consolatoria e identitaria (di cui il mondo dell’arte è particolarmente afflitto) a una pratica di ripensamento di questo processo di costruzione e “promozione” del sé. È presto per dire cosa accadrà, ma di sicuro per i protagonisti di Perdutamente varrà senza retorica una delle eterne etichette del commento critico agli spettacoli teatrali: “è qualcosa che ci riguarda profondamente”.

–––» musica consigliata per la lettura: Chanson Egocentrique – Alice e Franco Battiato

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