DDB 09 – Dall’astratto al concreto e ritorno

Finora le prove dell’ensamble guidato da Manuela Cherubini è quello che mi è sembrato più “archetipico” tra i lavori in cui imbattuto nel peregrinaggio per le sale di India. Complice, sicuramente, la sala C, tutta in parquet, con lo scheletro di legno del tetto da cui sbucano le travi, che sembra l’archetipo della sala prove. E complice anche il tono deciso, al limite dell’affettato, che Manuela utilizza per indirizzare la discussione sulle improvvisazioni. Le improvvisazioni sono alla base di questa fase del lavoro, anche se c’è chi ha portato in sala prove dei testi già strutturati, o dei semplici “appoggi”. È impossibile capire cosa ne verrà fuori da un semplice sbirciare. Gli attori però sono tutti sinceramente concentrati, senza seriosità. Intervengono o ascoltano, hanno occhi molto attenti. C’è anche chi ha appena finito da lavorare e si distrare, ma viene prontamente ripreso.

Della discussione colpisce soprattutto il lessico. L’improvvisazione è un territorio ancora fumoso della creazione; per compensare questa caratteristica Manuela e i suoi attori (Fabrizio Parenti, Serenella Tarsitano, Laura Riccioli, Luisa Merloni, Raimondo Brandi, Pamela Sabatini, per citarne alcuni) sembrano cercare un ancoraggio alla precisione descrittiva. C’è una pulizia espressiva, una ricerca maniacale del concreto, del dato oggettivo, un lessico refrattario all’arzigogolo, alla compiacenza verbale (che spesso nasconde fumosità d’intenti). Il contrasto con la materia ancora informe del lavoro è lampante.

Scendendo di sotto, in sala A, è invece in corso un dibattito di segno opposto – ma questo non vuole affatto dire che fosse in corso qualcosa di meno interessante, anzi. Si cerca di procedere dal concreto all’astratto. A farlo sono i ragazzi delle elementari, invitati ad assistere ad una replica di Moby Dick di Rockwell Kent, portato in scena da Teatro delle Apparizioni. Accanto a loro i ragazzi, più grandi, del laboratorio di Biancofango (Francesca Macrì e Andrea Trapani erano parte del dibattito, animato da Fabrizio Pallara e Dario Garofalo). Quello che ne esce è davvero interessante. Perché il linguaggio dei ragazzi schizza come una pallina impazzita tra la semplicità più schietta – che per un adulto può sembrare scontata – e l’associazione imprevista. C’era un forte desiderio di dare ordine al mondo, di prendere i simboli, le immagini e ancorarle a un senso immediato, concreto, pratico, addomesticabile, ma sempre di portata generale. E c’era anche un andare a casaccio nell’interpretazione che buttato così, con l’immediatezza dei ragazzini, era davvero prezioso, ricco di spunti.

L’esempio più comico e illuminante è stato il tentativo di comprendere il perché di un gesto, quando Dario, nel mezzo del racconto, affonda un braccio nel secchio pieno d’acqua accanto a lui, spruzzandone da tutte le parti. Parte la carrellata dei simboli: perché vuole raffigurare il naufragio, la tempesta, la rabbia, la paura; finché un bambino dice candidamente: “per fare scena”.

Quello che mi è venuto da pensare, dopo questa doppia incursione, è che spesso siamo abituati a pensare all’infanzia come a un periodo senza filtri al quale segue l’età adulta carica di sovrastrutture. In parte è vero, ma è vero anche il contrario. Anche i ragazzi ricorrevano a una serie di cliché con cui esprimersi, figli dell’educazione scolastica ma anche della necessità di imitare concetti e immagini per potersi immergere nel mondo. Più che relegare l’infanzia in una cartolina edenica, è interessante coglierla nel suo altalenare tra l’astratto e il concreto, tra una concezione rassicurante del mondo e la voglia di esplorare ciò che è sconosciuto e insicuro. Che è poi la stessa dinamica dell’età adulta (e degli attori adulti di Manuela Cherubini, ad esempio). Solo, rovesciata nel segno.

–––» musica consigliata per la lettura: Childhood’s End – Pink Floyd

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