Soprattutto l’anguria. Civica mette in scena Pirozzi

Eravamo abituati alle regie in sottrazione, eppure precise e illuminanti, di Massimiliano Civica. Un approccio che, andando a eviscerare i contenuti profondi delle parole è riuscito, nel caso di classici shakespeariani come “Il mercante di Venezia”, a ripulire il testo dalle polveri del tempo (e della recitazione classica) e metterlo sotto una nuova luce. La domanda che però nasceva di seguito è: come funzionerebbe tutto questo con un testo contemporaneo? La risposta ce la fornisce Soprattutto l’anguria, una drammaturgia di Armando Pirozzi messa in scena da Civica al Teatro Argentina, per il Romaeuropa festival. Ed è una risposta di grande livello artistico.

La scena è scarna, solo due attori e un accenno di interno. La storia è quella di due fratelli, uno logorroico (Luca Zacchini) e l’altro completamente muto (Diego Sepe). Il primo dei due informa il secondo dell’inverosimile sorte del padre, dato prima per morto ma forse non definitivamente, “ibernato” in un normale frigorifero da cucina dopo essere fuggito in India e aver raggiunto una trance tanto profonda che è impossibile uscirne. Un dramma famigliare che appare grottesco e surreale, e che invece scivola pian piano verso un’atmosfera reale e fortemente emotiva. Questo slittamento getta una luce ben diversa su quello che potrebbe sembrare un puro divertissement letterario. E ci rivela un meccanismo sotteso a ogni relazione umana, così come a ogni drammaturgia: la costruzione della verità. È il contratto con il vero che sta dietro questo rapporto tra un fratello logorroico e l’altro che non parla mai (ma proprio mai). Come è morto, davvero, questo padre? Di chi è la colpa? E anche accertandolo, siamo certi che la colpa risieda solo in una singola circostanza, in un singolo gesto? Non ha piuttosto a che vedere con la biografia?

Il testo di Pirozzi è uno strano oggetto. Si avvale di un’affilatezza per nulla italiana, pur essendo tutt’altro che asciutto. Eppure pesca termini desueti, cerca l’effetto comico proprio delle nostre commedie, pur avendo il passo di certe drammaturgie nordeuropee ne ribalta la freddezza in un elemento caldo e contraddittorio. Lambisce di continuo l’effetto comico, perfino farsesco e triviale, per poi cercare di raggelarci. E inoltre si tratta di uno strano testo a due: tecnicamente è un monologo (parla sempre e solo Zacchini), ma – forse condizionati dalla regia di Civica – sembra impossibile immaginarlo senza l’altro attore in scena (Sepe, lanciato in una difficilissima azione di bilanciamento mimico della logorrea del fratello). Perché, come giustamente rileva Civica, questo testo racconta tutt’altro che una solipsistica confessione: è piuttosto una lotta sotterranea con l’altro, il conflitto continuo e la continua contrattazione – anche delle versioni dei fatti – che è dietro ogni relazione umana.

Civica ha un talento raro nel scegliere gli attori e accordarli ai registri delle parole. Ed è così che la storia improbabile e spiazzante fuoriuscita dalla penna di Pirozzi si materializza in una prova d’attore superlativa di Luca Zacchini. Questo attore, che avevamo avuto modo di vedere con la sua compagnia,Gli Omini, in contesti performativi e clowneschi, esprime una maturità artistica che impressiona. Bravo è anche Sepe nel cercare – e in molti casi nel trovare – i registri per stargli accanto.

[da MyWord.it]

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