DDB 03 – Nella bottega dell’alchimista

In questa prima fase di abitazione da parte delle compagnie, aggirarsi per il Teatro India ha un che di affascinante. Ci si può imbattere in ogni momenti in qualcosa che sta accadendo o, perfino, in qualcosa che non sta accadendo. C’è gente che semplicemente sta. Pensa, legge, forse riposa. Come – mi piace immaginare – potrebbe essere in qualunque momento del giorno questo teatro. Ma c’è anche tanta gente che fa. Che manipola, si esercita, recita, scrive. Ogni angolo del teatro può contenere un corpo o un pensiero.

Nel retro della sala A, ad esempio, c’è una sorta di laboratorio. Vincenzo Schino e Marta Bichisao (ovvero Opera) sono alle prese con le scene del loro lavoro. Sembra di entrare nel laboratorio di un artigiano, l’aria è satura di un qualche solvente che Vincenzo sta utilizzando per lavorare il metallo. Sta costruendo una mano, che poi scoprirò appartenere a una specie di scheletro. Meglio, un bozzetto di uomo in 3D che serve per provare un meccanismo dello spettacolo (non vi svelerò quale). Vincenzo è seduto ad un tavolo, in fondo alla sala vuota, mentre Marta sta camminando per la sala con un asta sulla testa e l’ipod alle orecchie. Tutto sembra surreale e normale allo stesso tempo.

Sull’ipotetico proscenio della sala c’è la struttura che serve al loro lavoro. È già stata al centro di una performance che ho avuto modo di vedere a Itinerario Stabile, a Cesena, anche se qui sarà utilizzata per tutt’altro. Si tratta di un ottaedro composto da vecchie porte, con la vernice scrostata e di dimensioni diverse. Allo stesso tempo sembra qualcosa di antichissimo e alieno. Ogni porta ha uno spioncino che permette di guardare nello spioncino, con un effetto fish eye. Questa scatola magica delimita la scena di Opera. O la delimiterà, quando la bottega dell’alchimista si aprirà al pubblico.

Provo a chiedere a Vincenzo e Marta di raccontarmi che tipo di incontri hanno fatto qui a Perdutamente. È una domanda che faccio a tutti, prima o poi. Mi rispondono che è ancora presto. Che hanno preferito isolarsi nel lavoro. Ma che poi in fondo è impossibile isolarsi, perché India non lo consente. Perché Perdutamente non lo consente. Da dietro giungono le voci di un laboratorio, da fuori quelle di chi sta discutendo qualche progetto. E alla fine, dice Marta, tutto questo finisce per attirare l’attenzione. Ti incuriosisce. Ci lasciamo ripromettendoci di parlare di incontri tra un po’, quando l’abitazione di India sarà in una fase più avanzata. Domani invece partono, saranno a Firenze. Torneranno tra qualche giorno. Anche questa continua, incessante ridefinizione delle facce, del paesaggio umano, è una costante di questa factory. Una costante – può sembrare contraddittorio – in continua mutazione.

–––» musica consigliata per la lettura: A Night at the Opera (Bohemian Rapsody) – the Queen

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