La Cina di Mo Yan

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

L’affermazione di Ai Weiwei rimanda in modo esplicito a un tema che sta diventando sempre più consistente: l’uso politico dell’assegnazione del Nobel. Tra i commentatori culturali questo presunto “intorbidamento” del premio è giudicato negativamente, poiché avrebbe l’effetto di celebrare autori “non da Nobel” per il semplice fatto di rappresentare un contesto politico-sociale complesso (la Turchia di Pamuk, la Cina di Mo Yan). Il controaltare di questo etnocentrismo buonista dell’Accademia di Svezia sarebbe uno snobismo applicato agli autori del Vecchio Continente, scelti tra quelli meno noti (Le Cléziò, Muller). Invece Ai Weiwei, da bravo artista, sembra promuovere l’uso politico del Nobel, introiettando una logica tipica del giornalismo sensazionalista che poco dovrebbe avere a che spartire con il giudizio letterario. Anche se, va detto a sua difesa, l’idea del ruolo politicamente attivo dell’arte è una vecchia questione mai risolta. E che contiene al suo interno diverse contraddizioni. Un esempio in questo senso, anche se il contesto è assai differente, me la fornì qualche tempo fa un artista iraniano durante una conversazione a Teheran. Secondo lui molti suoi connazionali “artisticamente mediocri” riescono ad affermarsi all’estero proponendo nelle loro opere un’idea dell’Iran così come gli occidentali si aspettano che sia. Ovvero, per il fatto di assumere esplicitamente una determinata posizione politica.

Non sono un esperto di Cina né di letteratura cinese e non so quindi misurare il grado di compromissione di Mo Yan con il regime comunista che amministra il più grande paese capitalista del mondo (una compromissione certo reale, visto che per molti anni ha lavorato come addetto culturale per le Forze Armate). Ho però letto con piacere qualche tempo fa il suo ultimo romanzo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao – uscito per Einaudi nel 2009 e originariamente pubblicato nel 2006 – di cui si può ben dire che abbia tutte le caratteristiche del grande affresco di un paese altrettanto grande come la Cina. Ximen Nao, protagonista e uno dei due “io narrante”, è un proprietario terriero che viene arrestato dalle truppe maoiste nel 1950. Incarna perfettamente tutti i tratti del nemico del popolo: è un latifondista, ha molte mogli, è avido e appartiene in tutto e per tutto alla vecchia Cina che l’esercito rivoluzionario è intenzionato a spazzare via. E difatti viene giustiziato, la sua terra espropriata, mentre le sue mogli e concubine si rifanno un’esistenza monogama – come vuole il nuovo corso della Storia. Ma il suo spirito continua ad essere presente nel piccolo villaggio di Ximentun, a nordest di Gaomi. O meglio, le sue reincarnazioni. Ximen Nao, infatti, riesce a convincere il Re degli inferi a farlo reincarnare nei luoghi dove ha vissuto, nella speranza di riprendersi ciò che la rivoluzione gli ha tolto, evitando di bere la pozione che gli avrebbe annullato la memoria. Ma non si reincarnerà in un uomo, bensì in un asino. E poi in toro, maiale, cane e scimmia, prima di poter tornare, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2000, finalmente uomo.

In questo modo Ximen Nao diviene testimone dei grandi mutamenti che attraversano la Cina: la riforma agraria, le cooperative agricole, il Grande balzo in avanti e la carestia, la rivoluzione culturale e infine il passaggio all’economia socialista di mercato. Dalla prospettiva di quel piccolo villaggio agricolo – da cui viene anche lo scrittore Mo Yan, che Ximen Nao cita e sbeffeggia in continuazione – la visuale sulle trasformazioni dell’economia cinese è perfetta, e l’epopea di un paesino rurale si trasforma di colpo in un affresco della Cina comunista, dagli entusiasmi della rivoluzione fino al benessere economico attuale, che trasforma gli zelanti militanti della rivoluzione culturale in perfetti business men in giacca, cravatta e suv. Le piccole vicende umane diventano quindi una lente d’ingrandimento sulla storia cinese e sulle sue contraddizioni, e la solerzia con cui gli abitanti del villaggio abbracciano i nuovi dettami del governo, ora collettivisti ora capitalisti, sono tratteggiati con pungente ironia da Mo Yan. L’unico contrappunto è fornito dal caparbio Lan Lian, ex dipendente di Ximen, l’unico contadino a resistere alla collettivizzazione e a restare autonomo, a costo di venire ostracizzato e umiliato; salvo poi essere riabilitato in vecchiaia, e persino additato come caso esemplare di iniziativa privata. In realtà Lan Lian è un contadino che non vuole cambiare le sue abitudini e la sua vita, a costo di essere odiato da moglie e figli. Sarà Ximen Nao a stargli accanto, ad esempio nella sua reincarnazione in toro, lavorando con lui il piccolo appezzamento di terra.

La vicenda del villaggio di Ximen diventa insomma una metafora sul potere. Mo Yan la tratteggia con buone dosi di ironia, in un’epopea di grande respiro come poche se ne incontrano nella letteratura odierna, intrisa di un realismo magico tutto declinato secondo le credenze della tradizione asiatica: reincarnazioni, spiriti degli inferi e animali che si comportano come uomini sono la ricetta di questa narrazione epica, che però regala anche momenti di autentica comicità. Come nei capitoli della reincarnazione in maiale, quando il presidente Mao lancia la campagna “allevate i suini in abbondanza”, che consente a Ximen di non essere scannato e di vivere in un harem maialesco; o come nel caso della disavventura di Ximen Jinlong – figlio naturale di Ximen e adottivo di Lan Lian – direttore del comitato rivoluzionario del villaggio durante la Rivoluzione Culturale, che cade in disgrazia per aver inavvertitamente fatto cadere la pesante immagine commemorativa del Presidente Mao, ricevuta come premio e appesa alla divisa, tra le feci puzzolenti della latrina comune.

Ma non c’è solo lo sguardo stralunato degli animali sulle incomprensibili traversie degli uomini, le atmosfere da realismo magico e una vena comica notevole nel romanzo di Mo Yan. C’è anche un attento discorso sulla memoria. Le reincarnazioni dovrebbero pulire l’animo di Ximen dall’attaccamento alle cose materiali, liberarlo dal fardello del passato, mentre lui vuole ricordare a tutti i costi e riottenere ciò che gli è stato tolto. Tuttavia lo scorrere del tempo lenisce effettivamente i suoi furori e gli regala una prospettiva diversa con cui guardare al villaggio di Ximen. Eppure questa prospettiva nasce proprio dalla sua condizione di testimone di 50 anni di storia e non dall’amnesia. Amnesia che invece colpisce quasi tutti gli abitanti del villaggio, pronti ad aderire acriticamente ad ogni nuova campagna del governo, fino a dimenticare la terra e l’agricoltura – mentre di pari passo la Cina si trasforma da società rurale a società metropolitana – e a sostituirla col più recente mito del turismo, in nome della nuova economia socialista di mercato. Attaccamento e distacco, memoria e amnesia: c’è questa dialettica della Storia, che è anche intrinseca all’animo del singolo, dietro l’epopea de Le sei reincarnazioni di Ximen Nao.

[da Minima&Moralia.it]

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