Le armi di pezza del teatro. «Seppure voleste colpire» di Roberto Latini

Libertà di dilatare il tempo e lo spazio del teatro oltre il teatro. O meglio, oltre lo spettacolo: spezzando la sua articolazione chiusa, la sua grammatica coerente, per recuperare la dimensione teatrale all’incontro. Incontro dell’inatteso, incontro tra gli artisti, incontro col pubblico. C’è tutto questo in «Seppure voleste colpire», programma di battaglie per la resistenza teatrale ideato da Roberto Latini, in scena al Teatro Argot fino al 14 ottobre. Latini lo definisce un “sit-in artistico, e quindi politico e culturale”. La definizione è calzante a ciò che avviene in scena: un gruppo di artisti invitati (musicisti teatranti e registi) si alternano in brevi presentazioni di qualcosa, sia esso già un oggetto scenico o una semplice conversazione, nello spazio candido delimitato da un linoleum bianco, dove il sipario è in fondo – a voler simboleggiare che anche noi del pubblico, disposti a semicerchio, siamo “al di qua” della scena.

È quindi un dispositivo includente, questo immaginato da Latini, ma non nel senso classico e un po’ invasivo delle retoriche di abbattimento della quarta parete. Qui ognuno sta al suo posto, gli attori e il pubblico, necessariamente vicini ma a causa dello spazio ristretto della sala. L’inclusione è piuttosto il tentativo di creare un ambiente intimo, dove mostrare senza paura dei piccoli frammenti di discorso artistico, lampi di pensiero coreografico, riflessioni estemporanee sul teatro, l’arte, la sua essenza. Degli artisti invitati alcuni sono presenti tutte le sere, altri una sera soltanto. Tutti artisti diversi, che adoprano linguaggi diversi del teatro, accomunati solo dalla divisa di scena: una pancia finta, un’armatura di pezza per affrontare questa “battaglia” di resistenza combattuta con le armi incruente del teatro. Nella serata inaugurale abbiamo assistito, tra le altre cose, alla coreografia sincopata e affascinate di Simona Bertozzi (la sua voce amplificata e tradotta in musica dai microfoni di Gianluca Misiti); al racconto di Marcello Sambati su un paio scarpe che possiede, appartenute a di Leo De Berardinis; alle apparizioni fantasmatiche di Alessandra Cristiani; alla piccola non-lezione su Eduardo di Massimiliano Civica, che ha letto frammenti di appunti su De Filippo presi ai tempi dell’accademia (strappando perfino l’applauso).

Una serata di teatro, insomma. Di incontro e condivisione. Ma c’è anche dell’altro: nel piccolo spazio dell’Argot si è respirata per una sera quella libertà di visione, quella curiosità libera da preconcetti, che si respirava qualche anno fa nei luoghi più sperimentali, dove l’ossessione per la forma chiusa era bandita per principio. Associazioni culturali, spazi occupati, piccoli teatri controcorrente: a Roma non era raro, tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila, imbattersi in serate flusso fatte da artisti magari sconosciuti, composte da elementi scomposti, a volte palesemente brutti o incompiuti, che però suscitavano nel pubblico la curiosità dell’interlocuzione e non la ritrosia per l’oggetto non finito. Oggi invece la forma è tutto, lo spettacolo che “funziona” è la prima cartina di tornasole per promuovere o meno il lavoro di un artista. È forse anche contro questa scorciatoia del pensiero che si rivolge la “battaglia” di Latini e compagni. Recuperando un po’ di quell’aria, ideologica e a volte persino cialtrona, che però ci ricorda che il fascino della forma è anche un po’ una resa verso ciò che è già addomesticato.

Non c’è invece proprio nulla di addomesticato nel sit-in artistico di Latini, che si affida nel titolo alle parole di Shakespeare come a quelle di un nume tutelare. “Seppure voleste colpire, le vostre spade sono oramai troppo pesanti per le vostre forze – dice Ariel nella Tempesta – Non potete sollevarle!”. Come a dire che forse questa battaglia per la resistenza teatrale è combattuta con armi spuntate, quelle del teatro appunto, armi di pezza e inoffensive.  Eppure – questa la sensazione all’uscita del sit-in – in grado di penetrare a fondo, pur senza offendere la carne.

[da MyWord.it]

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