Angelo mai, ultimo atto di una desertificazione culturale

La chiusura del bar dell’Angelo Mai, e la conseguente sospensione delle attività da parte del collettivo che lo gestisce, è l’ultimo atto di un processo che ha cambiato profondamente la geografia culturale di Roma. E che la rende oggi, di fatto, una città desertificata. I centri culturali scaturiti dall’esperienza dei centri sociali hanno avuto alterne fortune, ma di fatto sono stati l’unica polarità per la sperimentazione, i nuovi linguaggi, le nuove generazioni e – cosa non secondaria – dei punti di incontro e discussione. E garantendo un certa, per quanto precaria, continuità. Tutto quello che le istituzioni culturali di questa città – ricca di eventi, ma solo da “consumare” – riescono a fornire poco e male.

Non è un caso. Le istituzioni culturali in Italia, per come sono pensate, devono principalmente garantire una vetrina dell’eccellenza. Non sono mai luoghi “vissuti”. C’è una difficoltà burocratica notevole nel far “sostare” le persone nei luoghi della cultura, semplicemente per incontrarsi e parlare, figuriamoci nel dare spazi agli artisti per creare. Per una pluralità di motivi: una generale diffidenza verso il pubblico, che nella mentalità delle istituzioni italiane è sempre un potenziale vandalo più che un curioso flâneur; personale che fa questo lavoro in modo stanco, senza cura nell’accoglienza, e con la fretta di fuggire alla fine dell’orario di lavoro; un’idea di cultura che sta sempre più spostandosi verso l’asse “evento-consumo”, il cui certificato di qualità sta nei numeri che muove più che nelle possibilità che apre.

Per chi, come me, si occupa di teatro, nell’ultimo decennio la geografia essenziale della scena romana è stata garantita da quattro luoghi in particolare: Rialto Santambrogio (con cui ho collaborato attivamente), Kollatino Underground, Angelo Mai, Teatro Furio Camillo. Questi luoghi sono stati il corrispettivo delle “cantine romane” che ospitarono Carmelo Bene e Roberto Benigni negli anni Settanta, da cui uscirono registi internazionali come Giorgio Barberio Corsetti. Questi luoghi hanno raccolto (e contribuito a sviluppare) una stagione teatrale della capitale decisamente effervescente, impressionante per numero di artisti e varietà dei linguaggi impiegati. Il motivo? Erano in grado di garantire quel dinamismo, informalità e libertà di sperimentazione che le istituzioni non possono garantire, né possono farlo gli esercizi privati che hanno necessità di mercato da soddisfare per poter esistere.

Di questi quattro spazi, tre sono centri sociali, più o meno regolarizzati in base alla delibera 26 (la delibera della giunta Rutelli che ha permesso l’assegnazione gli spazi agli occupanti). Questi luoghi oggi praticamente non ci sono più: il Rialto è stato chiuso coattamente, il Kollatino ha ridotto volontariamente le proprie attività per non chiudere, l’Angelo Mai un mix delle due cose.

Anche nel resto d’Europa si sono sviluppate esperienze simili, nate in modo spontaneo e successivamente regolarizzate dalle amministrazioni. È il caso del Bethanien di Berlino, del Rote Fabrik di Zurigo, del Rivoli 59 di Parigi. In tutti questi casi, però, nel cercare di dare forma giuridica a questi luoghi, si è rispettata la loro vocazione e ragion d’essere: l’apertura a un pubblico vasto e la possibilità di ospitare/offrire cultura a prezzi bassi. Il che significa garantire regimi speciali di fiscalità.

A Roma invece non siamo in grado di disporre una politica culturale del genere (che altrove è stata portata avanti anche da amministrazioni di destra). La delibera che regolarizza gli spazi li obbliga a divenire associazioni culturali, una forma giuridica “chiusa” che contraddice la natura di questi luoghi, aperti a un pubblico vasto. Il vulnus di questa operazione ha due facce: non si possono tesserare i vasti pubblici che accedono in questi luoghi; la somministrazione di alcolici – che è alla base delle economie di questi luoghi – non è praticabile legalmente.

Se i nostri amministratori volessero realmente regolamentare questi luoghi, anziché farli morire, dovrebbero andare a scuola dai loro omologhi europei. Inventare formule giuridiche adatte alla natura di questi luoghi, anziché obbligarli a formule esistenti che danno come uniche possibilità quelle di trasformarsi in una sorta di “circolo del bridge” o, all’opposto, virare del tutto verso logiche commerciali. Ovviamente non è affatto detto che questa volontà ci sia.

Il fatto che questi spazi reperiscano risorse secondo logiche “da locale” (sbigliettamento e bar, per intenderci) è di fatto una potenzialità per l’intera comunità, perché parliamo di luoghi che riescono in questo modo ad offrire programmazioni e produzioni culturali di qualità senza pesare sui contribuenti. Ma è proprio questa totale “indipendenza”, a quanto pare, ad essere invisa all’amministrazione comunale: si preferisce aprire l’ennesima casa della cultura (museale e morta) a spese dei contribuenti, piuttosto che lasciar vivere un’impresa culturale che si sostiene da sola. Oppure si preferisce spendere 12 milioni di euro – sempre dei contribuenti – per garantire un’esperienza dichiaratamente fascista come Casa Pound.

Nella vulgata, tuttavia, non è il risparmio dei soldi pubblici che passa, ma il mancato pagamento delle tasse da parte dei centri sociali. Anche a sinistra, il denaro resta un eterno tabù. Come se non fosse normale che chi dedica anche 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, a un progetto culturale, debba in qualche modo garantirsi i soldi per pagarsi l’affitto e le bollette, come qualunque altro lavoratore. La sintesi di questo ragionamento da anime belle, che vede l’impegno politico come esclusivamente volontario (certo, qualche miliardario può anche permettersi una logica simile), è il seguente: se si comportano come locali, devono fare scontrini e pagare la Siae. Ma il risultato di una logica binaria come questa è che avremmo dei nuovi locali, che devono sottostare a regole commerciali, come tanti già ce ne sono a Roma. A chi servirebbe? Cosa cambierebbe nella vita culturale cittadina? Nulla.

Uscire dalla logica binaria, magari prendendo spunto dall’estero, potrebbe invece garantire alla nostra città degli spazi che non sono “istituzionali” e direttamente finanziati dal pubblico, ma nemmeno interamente commerciali. Una zona cuscinetto tra le due logiche che garantisca la sperimentazione e i tempi non economici della produzione culturale. Possibilmente regolamentando il tutto, ma in maniera seria. Come? Attraverso una politica di cui l’Italia ha bisogno a tutti i livelli dei suoi settori produttivi medio-piccoli: processi di defiscalizzazione. Non si può seriamente pensare di poter avere luoghi di sperimentazione con i balzelli imposti dalla Siae, tanto per fare un esempio. E se da un lato è giusto chiedere di registrare i flussi di denaro che si riversano in spazi come questi, è altrettanto giusto chiedere che tali soldi possano essere reinvestiti totalmente nel progetto, secondo un principio di bilancia commerciale a saldo zero: se entrano 100 euro, e altri 100 euro vengono investiti in produzione culturale, allora nulla è dovuto. A fronte di un guadagno, da parte della comunità, dell’esistenza di uno spazio culturale senza esborso di fondi pubblici.

Riusciranno le amministrazioni che verranno a breve a disporre logiche di questo tipo? Il presente non fa ben sperare, e nel frattempo Roma si sta trasformando a velocità impressionante in un avvilente deserto culturale.

[da Paese Sera e Minima&Moralia]

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1 commento su “Angelo mai, ultimo atto di una desertificazione culturale”

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