Perdutamente. Diciotto compagnie disperse nel Teatro India

Un cantiere nel cantiere. Così è stato definito da Gabriele Lavia il progetto «Perdutamente», che riunisce diciotto compagnie romane all’interno del Teatro India di Roma, da ottobre a Natale. Una “factory” che produrrà seminari, laboratori, incontri – ma anche “atti, distrazioni, incidenti”, come recita il sottotitolo – e una parte spettacolare aperta al pubblico tutta concentrata nel mese di dicembre. Non si tratta dunque di nuove produzioni da creare e presentare – nonostante la commissione ci sia, ed è attorno al tema della “perdita” – ma di una residenza aperta, il cui obiettivo principale è quello di far abitare lo spazio di India (il più bel teatro romano dedicato al contemporaneo) da quelle compagnie del territorio che sono diretta espressione di questo segmento artistico – ricerca, nuove generazioni e nuovi linguaggi – che il più delle volte non solo non arrivano nei cartelloni degli stabili, ma non arrivano nemmeno ad avere un’interlocuzione coi direttori artistici.

Quindi non si tratta di un progetto di poco conto, nonostante la fragilità artistica di quello che uscirà da questo cantiere sia un’eventualità concreta, denunciata con onestà dagli stessi protagonisti di «Perdutamente». Ma, appunto, il quid sta altrove. Il punto centrale sta nel tornare a pensare il teatro come un luogo che possa essere “abitato” da pubblico e artisti, e non solo aperto e chiuso all’occorrenza dei singoli spettacoli. Un luogo in cui si possa “perdersi” – come hanno ironizzato gli artisti. Un tentativo piuttosto ambizioso, considerando la stanchezza con cui le nostre istituzioni culturali portano avanti le loro programmazioni, che possono essere di volta in volta di qualità o scadenti, ma sono generalmente sempre piuttosto statiche per quanto riguarda il coinvolgimento del pubblico e l’invenzione di modalità nuove con cui vivere e fruire l’arte.

Fatta questa premessa occorre fare due considerazioni. La prima riguarda Lavia, a cui va riconosciuta l’onestà di dichiarare la totale occasionalità, quasi una casualità, che ha portato all’ideazione di «Perdutamente». L’India chiuderà presto per lavori di ristrutturazione piuttosto ingenti, che ridisegneranno sia l’interno che l’esterno del teatro. I lavori, che dovevano partire a luglio, sono stati rinviati a gennaio 2013. Che fare con questa scatola vuota? Essendo troppo tardi per programmarla, si pensa allora di fare un progetto che sia in grado di rischiare (in Italia, ma non solo nei teatri, è sempre la seconda opzione). La seconda riguarda la compagine degli artisti che, nome più nome meno, disegnano davvero la scena del contemporaneo attiva a Roma da almeno dieci anni (qualcuno anche da più tempo). Quella scena già riconosciuta a livello nazionale e internazionale ma che proprio a casa sua, nel territorio della Capitale, fatica a trovare un dialogo continuativo con le istituzioni culturali.

Le compagnie coinvolte sono Lucia Calamaro, Daniele Timpano ed Elvira Frosini, Andrea Cosentino, Artefatti, Muta Imago, Santasangre, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Veronica Cruciani, Lisa Natoli, Opera, Roberto Latini, MK, Tony Clifton Circus, Teatro delle Apparizioni, Biancofango, Fattore K con Federica Santoro, Psicopompo Teatro, Andrea Baracco. Una fotografia che affresca un panorama artistico di caratura nazionale e che rappresenta l’eccellenza del territorio romano (mancano solo alcuni nomi come Massimiliano Civica, impegnato al Romaeuropa festival, Marco Andreoli, in programma all’Eliseo; artisti che appartengono all’ambito della danza, come Alessandra Cristiani, Caterina Inesi, Habillè d’eau; e un paio di “big” che sarebbero stati qui fuori ambito, come Ascanio Celestini e Antonio Rezza).

L’occasionalità è stato proprio il tema su cui hanno insistito i rappresentati delle compagnie che hanno parlato durante la conferenza di presentazione – dove era presente anche l’assessore alla cultura Gasperini, della giunta Alemanno. Come a sottolineare la consapevolezza con cui hanno accettato questa commissione. E chiedendo, al contrario, una “messa a sistema” di questo settore. «È interessante che ci sia stata una chiamata e non un’autoconvocazione – ha detto Daria Deflorian – perché è andata a coincidere con un territorio preesistente che vive e opera nel cono d’ombra delle istituzioni culturali pur essendo espressione di questa città». Questo cantiere di India, allora, potrebbe essere più che un risultato, l’attivazione di un discorso di svecchiamento delle istituzioni teatrali, che finalmente potrebbero aprirsi al contemporaneo non in maniera episodica, ma organica e pensata. Ma per fare questo, fa notare Veronica Cruciani, occorre la continuità: «Non possiamo non ricordare che noi abbiamo costruito il nostro percorso grazie agli spazi occupati e sociali, come il Rialto Santambrogio, l’Angelo Mai, il Kollatino Underground. Lì siamo riusciti ad avere una continuità altrimenti negata». Il richiamo a questa esperienza molto “romana”, che ha visto le punte artistiche dell’ultimo decennio crescere fuori dall’istituzionalità, agganciandosi agli spazi non convenzionali, è un “dovere civico, oltre che artistico e politico” per Lisa Natoli, che invoca a gran voce una messa a sistema. Una messa a sistema che non è semplicemente aprire le programmazioni dei teatri pubblici, quanto pensare a un ruolo organico del settore contemporaneo in questa città, che sia di sostegno agli spettacoli ma anche di utilizzo in chiave politico-sociale (come avviene in altre città d’Europa). Per ottenere questo, secondo Nicola Danesi, occorre anche salvaguardare quegli spazi non convenzionali come i centri culturali occupati o assegnati, luoghi dove è possibile sperimentare fuori dalle logiche del mercato da un lato e dell’istituzione dall’altro. «Il Rialto soprattutto, ma anche l’Angelo Mai che oggi è sotto attacco proprio da parte di questa amministrazione, non erano spazi occupati ma ‘teatri abusivi’. Hanno svolto negli anni il ruolo che dovrebbe essere dei centri di sperimentazione e degli stabili di innovazione”.

L’assessore Gasperini è sembrato non voler raccogliere questa forte assunzione di posizione e responsabilità delle compagnie di India, che hanno utilizzato la conferenza stampa come un momento per mettere sotto gli occhi di tutti le gravi carenze di cui soffre il settore del teatro a Roma. Ha preferito replicare che lui, personalmente, non ha mai attaccato nessuno di questi spazi. Ma il non-applauso che ha fatto seguito alle sue parole dimostra che il pubblico della Capitale ha un giudizio differente su quelle che sono le mancanze di una politica culturale cittadina, che lungi dall’essere personali o di stile, sono politiche e ci riguardano tutti, volenti o nolenti.

[da Paese Sera e MyWord.it]

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