Il «Bis» di Ambra Senatore e Antonio Tagliarini, tra leggerezza e invenzione

Leggero, ironico e coinvolgente. Con questi tre aggettivi si può registrare la temperatura del nuovo lavoro coreografico di Ambra Senatore e Antonio Tagliarini, «Bis», andato in scena al festival Short Theatre di Roma. I due artisti tornano a lavorare su un percorso già battuto, quello dello spettacolo «L’ottavo giorno» del 2008, dove la coppia Senatore/Tagliarini allestiva un Eden posticcio, perfetto e noioso. Elementi che ritroviamo in «Bis», che è una sorta di nuovo debutto che ridisegna i materiali di quel percorso allestendoli in una veste nuova, e con una diversa consapevolezza.  Ed è proprio questo quello che colpisce: al di là del materiale che compone lo spettacolo, che in futuro potrà acquisire in certe sfumature una maggiore finezza, è evidente che i due danzatori hanno sviluppato un vero e proprio lessico, una padronanza compositiva e un affiatamento notevoli. Il che è di per sé già un fatto, perché rende il segno del loro spettacolo immediato e gradevole – una piacevole eccezione nel contesto odierno della scena contemporanea di casa nostra, che nell’ultimo periodo sembra annaspare nelle nebbie della crisi odierna con scarsa lucidità creativa. Tanto che il lavoro di Senatore/Tagliarini (e con il loro, quello di tutto un settore della danza contemporanea di cui fa certamente parte anche Roberto Castello, ad esempio) fornisce l’occasione per una riflessione più ampia.

Cosa accade in «Bis»? Una serie di gag che ruotano attorno al gusto della ripetizione, del gioco, del non-sense. E poi slittano verso altro, verso immagini più astratte, che accennano coreografie più complesse. Per poi approdare al finale di un tableau-vivant di un Eden posticcio fatto di finti ficus e finte pubenda da attaccare sopra le mutande color carne. Torna, a chiudere il cerchio aperto all’inizio, il tema della finzione e del rovesciamento del senso delle immagini costruite dai due danzatori. Si ride, ci si emoziona, si segue un percorso di gesti, azioni e segni (il vestito rosso di Ambra, le piante finte, l’audio di copertura che chiede scusa agli spettatori per l’interruzione dello spettacolo) che forzano le comuni associazioni di idee ribaltandole.

Uno spettacolo come «Bis» è sostanzialmente un film muto dei nostri tempi. Di certi corti di Chaplin e Keaton possiede la grazia, il brio, l’assenza di monumentalità e seriosità che, lungi dal finire nel territorio del banale, inciampa felicemente in quello della poesia. Ma a differenza dei film muti, qui non c’è una storia da seguire: siamo nei territori della composizione coreografica, dell’allusione dei segni e delle suggestioni cinestetiche. Anche qui, tuttavia, senza alcuna monumentalità. La danza è oggi in grado di fare quello che riesce sempre meno alla performance più radicale: reinventare una lingua. È una lingua meticcia, fatta di lemmi assemblati con le macerie di un intero secolo di avanguardie e sperimentazioni. Non sono parole nuove, dunque. Ma nemmeno un accostamento fumoso e arbitrario di frammenti, a cui si prega in ginocchio il pubblico di dare un possibile significato. Si tratta piuttosto di un’articolazione chiara e puntuale, che è quello di cui si sente maggiore bisogno sui palcoscenici odierni e che colloca i lavori di Ambra Senatore e Antonio Tagliarini fuori dall’opposizione eterna tra “arte pura” e spettacolo. Ci sono entrambi gli elementi, così come spesso accade nell’arte scenica che è in grado di raggiungere il pubblico senza abbassare sé stessa, e che per questo consideriamo universale.

[da MyWord.it]

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