La Casa dei Teatri. Un’occasione perduta

Finalmente la delibera che istituisce il circuito della Casa dei Teatri e della Drammaturgia contemporanea è stata resa pubblica, ma non per questo si tratta di un buona notizia. Il nuovo circuito, che dovrebbe assorbire ben tre milioni di euro di risorse pubbliche, ha un’identità fumosa e sembra disegnato per spartirsi cariche e giornate di spettacolo, anziché per dare vita a un progetto concreto per la città di Roma. E si tratta di un’occasione perduta, perché con un patrimonio di sei teatri e tre milioni di euro di budget la Casa dei Teatri poteva essere una concreta risorsa culturale per la capitale.
Cosa non convince della delibera? Molte cose. Vediamone alcune.

Il decentramento culturale. Il circuito verrà gestito in condominio tra un super-direttore di nomina comunale e le associazioni del territorio vincitrici di un bando (escluso il Teatro del Lido). Si coniuga, cioè, un accentramento politico, con l’istituzione di una figura che di fatto andrà a gestire un nuovo potente polo culturale, con un decentramento fittizio e dal sapore populista. Quella che si prefigura è una gestione di sapore parrocchiale, strapaesana, e il fatto che il bando si verifica a pochi mesi dalle elezioni comunali getta una pesante ipoteca sul fatto che sarà la qualità il criterio di scelta dei progetti. Un decentramento concreto, invece, può realizzarsi solo attraverso proposte culturali serie, attraverso la permanenza dell’eccellenza artistica in un territorio senza proposta culturale.

La continuità. La gestione “condominiale” e il bando territoriale sembrano disegnati per garantire la possibilità di accontentare i tanti artisti questuanti che si rivolgono a Municipi e Comune, più che a dare una fisionomia artistica forte al cartellone di ogni singolo teatro. Si prefigura la possibilità che i sei spazi del circuito diventino degli “alberghi a ore” dove inzeppare proposte. E il pubblico, in tutto questo, chi lo tiene in considerazione? Se si tenesse in seria considerazione il pubblico, anziché la questua che porta voti tanto ai Municipi che al Comune, si lavorerebbe sull’identità della proposta artistica e sulla continuità, che è l’unica in grado di formare nuovo pubblico e di fidelizzare quello che c’è. Non c’è decentramento serio senza continuità. Certo, questo vuol dire accontentare meno gente; ma l’unico dovere che ha una politica culturale seria è di scegliere: scegliere l’eccellenza e dargli spazio, affinché riesca nel tempo a incidere sul territorio. (Sarà poi premura della direzione artistica, se è una direzione artistica seria, quella di aprire il più possibile agli artisti, anziché perpetuare la tradizione tutta italica dei direttori artistici che usano le risorse pubbliche quasi esclusivamente per produrre i propri spettacoli).

Il comitato di indirizzo. Questo organo, che dovrebbe garantire la qualità della programmazione, è quasi interamente di nomina politica. Ne faranno parte l’assessore alla cultura e il direttore del dipartimento, oltre ai presidenti dei municipi coinvolti. Tra i soggetti non politici previsti c’è un membro espresso da Rai Educational (ma è difficile pensare che la Rai esprima una nomina che non abbia carattere politico) e uno espresso dal Teatro di Roma. Ci sarà poi un membro dell’Agis (che è un’associazione di categoria che rappresenta, in larga parte, il teatro commerciale) e un membro del neonato Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea, che fino ad ora ha espresso paradossalmente una concezione vetusta e corporativa della drammaturgia (e per altro va notato che Villa Torlonia, lo spazio che da mesi si “rumoreggia” verrà affidato al CND, stando alle tabelle sarà quello maggiormente finanziato).

I lavoratori e i tecnici dei teatri. Poiché la gestione sarà affidata contemporaneamente a Zetema, non è chiaro che fine faranno i lavoratori già impiegati nei teatri: non saranno certo assunti da Zetema stessa, né sembra possibile, come era stato ventilato in un primo momento, che verranno assorbiti dal Teatro di Roma che pure si trova in una fase di difficoltà a causa delle contrazione dei finanziamenti. Che futuro avranno queste persone?

Da ultimo, una considerazione sull’efficacia di un circuito disegnato in questa maniera, e sulle prospettive per il futuro. Tanto nell’ideazione che nella gestione della Casa dei Teatri, non è stato interpellato alcun professionista del settore teatrale contemporaneo, di cui pure Roma è piena; professionisti che sono in connessione con i circuiti artistici più vivi del nostro paese e riconosciuti a livello internazionale. Probabilmente non è un caso: Roma è oggi una periferia paradossale del teatro e del mondo della cultura, in grado di ospitare l’eccellenza di tutto il pianeta in sfavillanti vetrine culturali, ma che ha assai poca cura dei talenti che nascono sul proprio territorio. Con la Casa dei Teatri, che impiegherà ingenti risorse in tempi di austerity, presumibilmente la Capitale sprofonderà ancora di più in questo paradosso.

[da Paese Sera]

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