Il treno della drammaturgia

Da un po’ di tempo in qua nel teatro contemporaneo si parla con insistenza di “drammaturgia”. Dopo anni in cui il ruolo dell’autore, in teatro, è stato relegato “in fondo a destra, accanto all’uscita”, come diceva sarcasticamente Copeau, oggi invece la presenza del drammaturgo viene richiesta a gran voce. Un po’ per stare in linea con quanto avviene nel resto del mondo, un po’ per la rinnovata consapevolezza che una struttura drammaturgica è l’asse portante di qualunque spettacolo, sia esso o meno di parola. Di colpo “drammaturgia” è diventata la parola magica in grado di accendere interessi e persino di aprire porte. Ma siamo certi di intenderci davvero quando parliamo di “drammaturgia”?

L’Italia ha una carenza di attenzione verso la drammaturgia che non è casuale. Durante il secolo scorso, nel nostro paese si è condensata una forte e ricca tradizione di teatro di regia prima e di teatro di ricerca poi. In quei contesti il fulcro della creazione era il regista demiurgo o il collettivo artistico. Oggi la parabola del teatro di regia sembra giunta alla fine, mentre la ricerca attraversa una fase di profondo ripensamento di se stessa e dei propri linguaggi, nel tentativo di uscire dall’impasse di un linguaggio diventato “esoterico” e a volte sostanzialmente elitario. Tra le formule più convincenti, per battere nuove vie, c’è quella invocata più volte da un regista come Massimiliano Civica: un teatro popolare d’arte, in grado cioè di parlare a pubblici popolari ma rimanendo oggetto d’arte.

In questo panorama così frastagliato, l’interpretazione della parola “drammaturgia”, invocata da più parti come l’antidoto a tutti i mali del teatro odierno, è in realtà piuttosto incerta. Sicuramente non condivisa. Per qualcuno si tratta di puro e semplice ritorno al testo scritto; gli operatori teatrali, invece, tendono a parlare di drammaturgia in modo più ampio, come sinonimo di “struttura di senso” e “montaggio narrativo”, a prescindere se si tratti di uno spettacolo di gesto, parola o visione. Nel mezzo, un range potenzialmente infinito di sfumature.

GASPERINI E LA RINCORSA DELLA DRAMMATURGIA – Persino la politica ha fatto propria questa istanza del mondo artistico, accorgendosi del potenziale insito nelle parole “nuova” e “drammaturgia”. Il Teatro Valle Occupato ha lanciato l’idea di un centro per la drammaturgia? E la Giunta Alemanno risponde con l’istituzione di una Casa dei Teatri e della Drammaturgia contemporanea, che mette in rete i vecchi teatri di cintura e altri spazi, con uno schema di gestione piuttosto fumoso di cui non si sa ancora nulla di certo, perché la delibera che l’ha istituita non è stata ancora resa pubblica. La politica, si sa, ha il vizio di credere che una cosa basti evocarla per farla esistere. Istituisce le case del teatro, del cinema, della letteratura, odierni “templi” della cultura contemporanea, e crede così di aver assolto al suo compito di dare vita a una seria politica culturale. Ma non basta evocare una divinità per farla sussistere in mezzo a noi. Non basta erigere una chiesa e benedirla con l’acqua santa, affidandola all’officio di qualche dignitario più o meno alto e più o meno degno. Dio, se c’è, si manifesta laddove si trovano le persone di buona volontà, che credono davvero in Lui.

L’AGIS E IL CENTRO NAZIONALE DI DRAMMATURGIA – Ma se la politica evoca per non fare, di modo da “spartire” le risorse al di là delle competenze, gli artisti non posso permettersi di percorrere la stessa strada. Pena, la morte dell’arte. Bisogna intendersi su ciò che è essenziale e ciò che non lo è, su ciò che va difeso e incentivato con i soldi pubblici e cosa no, altrimenti la sacralità dell’arte cessa di avere corso. Nel caso di Roma, il Teatro Valle Occupato, pur avendo lanciato il nodo caldo della drammaturgia, non ha ancora fornito una soluzione concreta. Con onestà che è costata qualche critica di ingenuità, il percorso “costituente” del Valle non ha fornito proposte preconfezionate a un problema che è di larga scala e presenta molteplici implicazioni. Sul versante istituzionale, invece, la questione è ancora fumosa, come si diceva. Ma di certo il processo di ideazione della Casa dei Teatri, per quel che se ne sa, non è entusiasmante. Basta guardare agli “esperti” di cui si è avvalso il Comune di Roma. Da una parte l’Agis, che è un’associazione di settore il cui apporto all’innovazione, in campo teatrale, è pari a quello della Siae in campo musicale, e cioè nulla. Dall’altra il neonato Centro Nazionale di Drammaturgia, che al di là di annoverare tra i suoi soci alcuni drammaturghi di talento (come Sarti, Demattè, Palladino, Archibugi), non sembra però, almeno per ora, essere davvero rappresentativo di alcunché, visto che il suo zoccolo duro raccoglie più che altro il coagulo di una generazione non più giovane che ha già detto ciò che aveva da dire artisticamente e il cui peso, nell’ambito del teatro contemporaneo, è oggi piuttosto scarso.

LA QUALITA’ “INVISIBILE” – La realtà italiana del teatro contemporaneo professionale è ricca e variegata, ma per lo più invisibile alle realtà istituzioni. Nel nostro paese, ad esempio, non manca gente che scrive copioni teatrali: anzi, premi e premietti di drammaturgia scoppiano di proposte di qualità medio-bassa. Se ne deduce che non serve semplicemente “dare spazio” alla scrittura teatrale, ma lavorare affinché essa si rafforzi e incontri le effettive esigenze del teatro, delle assi del palcoscenico (attori, registi, etc), altrimenti resterà sempre lettera morta. All’opposto, il mondo esploso della ricerca ha fatto da detonatore per una ricca schiera di drammaturghi di compagnia e di autori-attori che sono oggi il principale patrimonio drammaturgico del nostro teatro (Scimone, Calamaro, Timpano, Castellani, Santeramo, solo per citarne alcuni). Ma anche la proposta dei “drammaturghi puri” sta diventando sempre più consistente e valida, senza barriere di generazione, stile e modalità di lavoro (basta pensare alle parabole di Letizia Russo, Magdalena Barile, Antonio Tarantino). Insomma, di “uomini di buona volontà” che operano da soli o in gruppo già da anni sull’intero territorio nazionale ce ne sono, e producono teatro non solo valido, ma di qualità. È qui, dalla costatazione delle caratteristiche del nostro panorama artistico, che occorrerebbe partire per un’azione che sia concretamente a sostegno della drammaturgia. Che è davvero un nodo caldo del teatro di oggi, che non è ancora in grado, o lo è solo parzialmente, di tracciare un panorama di memorabilia che andranno a costituire l’ossatura di una futura tradizione condivisa a livello nazionale. Questo è il ruolo sostanziale della drammaturgia, che è una delle poche cose che il teatro può consegnare al futuro, alla memoria condivisa, essendo altrimenti un’arte che si verifica esclusivamente hic et nunc, qui ed ora. All’inverso, se declinata in astratto, la drammaturgia rischia di diventare l’ennesimo treno su cui salire in massa.

[da Paese Sera]

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