Una Casa dei Teatri e tanti dubbi

Detta così, come l’ha raccontata brevemente il sindaco Alemanno durante la conferenza stampa di presentazione della stagione del Teatro Argentina, sembra la quadratura del cerchio. Ma in negativo. La Casa dei Teatri e della Drammaturgia che nascerà nel 2013 e metterà a sistema, sotto controllo diretto dell’amministrazione capitolina, i tre teatri cosiddetti “di cintura” (Quarticciolo, Torbella Monaca e Lido di Ostia, che della cintura ha fatto parte solo nominalmente), più le Scuderie della Casa dei Teatri, la biblioteca Elsa Morante e Villa Torlonia. Gli spazi saranno assegnati ad associazioni territoriali (cioè del municipio dove sorge la struttura?) tramite bando pubblico, ma le associazioni vincitrici gestiranno solo metà programmazione, 4 giorni su 7. I restanti giorni saranno programmati da un super-direttore, di nomina comunale.

Ovviamente, finché il testo della delibera non sarà disponibile, è difficile dare un’interpretazione corretta del progetto. Ma stando alla sintesi di Alemanno, sembrerebbe che la delibera sia riuscita coniugare il male con il peggio. I rischi, in un progetto come quello di un sistema teatrale comunale decentrato e aperto alla cittadinanza (sul modello parigino, per capirci) erano due: da un lato una gestione centralista, condizionata dalla politica e orientata al nome famoso da spendere come direttore; dall’altro un’apertura alla cittadinanza meramente territoriale, dove il tema della qualità della proposta artistica rischia di esplodere come una bolla di sapone e di lasciare il posto a iniziative che, teatralmente parlando, valgono all’incirca come le sagre di paese. Bene: il superdirettore assieme al bando territoriale sembrerebbe aver centrato questa sintesi non facile.

Perché? Cosa c’è di poco convincente? Tre cose. La prima è il meccanismo del bando: da sempre sbandierato come garanzia democratica, il bando è spesso cucito su misura al soggetto vincitore, e nel caso specifico presenta due punti critici notevoli: a) diciamolo francamente, nelle nostre amministrazioni territoriali le persone in grado di valutare la validità artistica di una proposta culturale si contano sulle dita di una mano, mancano le competenze; b) questo specifico bando, a carattere territoriale, si svolgerà presumibilmente a ridosso della campagna elettorale di primavera per l’elezione del nuovo sindaco (sarà un pensiero peloso, ma i bandi a ridosso delle consultazioni sono ancora meno convincenti come “meccanismo democratico”).

Il secondo punto non convincente è la nomina espressa dal comune di un superdirettore, che diventerebbe naturalmente il gestore di un potere notevole (parliamo di sei sale finanziate da denaro pubblico sull’intero territorio cittadino). Nella storia recente dei teatri di cintura abbiamo visto che tanto la sinistra (con nomine come quella di Placido) quanto la destra (con l’eterna proposta di Pino Insegno) puntano su nomi riconoscibili a livello televisivo. Niente di più sbagliato: un teatro, soprattutto se opera in periferia o a stretto contatto con la vita di un territorio, ha bisogno di un direttore che lo abiti giornalmente, che sia a contatto coi cittadini e con gli artisti. C’è davvero ancora qualcuno convito che artisti iper-impegnati possano svolgere un ruolo simile?

Questo ruolo, si potrebbe rispondere, lo svolgeranno le associazioni territoriali vincitrici. Già, e questa è la terza criticità del progetto. In assenza di un progetto artistico valido, qualunque gestione territoriale è pura utopia. O demagogia. Nel caso peggiore, semplice cooptazione o spartizione politica delle risorse pubbliche. Non è detto che un’associazione, semplicemente perché espressione del territorio, sia davvero in grado di cambiarne le dinamiche in meglio. Miloud, il clown che ha fatto un lavoro storico con i ragazzi di Bucarest, è un cittadino francese. Armando Punzo, animatore della Compagnia della Fortezza nel carcere di Volterra, non è né un ex-detenuto né un toscano. Quello che conta, come sempre, è la qualità della proposta artistica e la capacità di chi la propone di abitare il territorio, di fare un percorso con esso e con i suoi abitanti, senza far cadere geniali proposte dall’alto (o dal basso).

Ovviamente questo ragionamento potrebbe essere smentito – e ce lo auguriamo – dalla lettura della delibera e dall’analisi al dettaglio del progetto della Giunta Alemanno. Speriamo di sì, perché Roma merita di meglio.

[da Paese Sera]

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