La società immobile. Jakob von Gunten secondo Lisa Ferlazzo Natoli

“Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico”. Con queste parole Jakob von Gunten, il personaggio dell’omonimo libro di Robert Walser, sintetizza una sensazione diffusa di straniamento che coglie tanto il protagonista che il lettore del romanzo. E l’enigma è anche il paradigma del sogno, la crittografia senza i lumi della logica operata dall’inconscio sui materiali scomposti e ritoccati della nostra esperienza diurna. Sarà per questo che Lisa Ferlazzo Natoli, non nuova a trasposizioni in scena delle atmosfere della letteratura, ha scelto di immergere da subito lo spettatore in un ambiente onirico, creando una lente deformata fatta di suoni dal forte eco, di tagli di luce che violentano il buio costante, di oggetti semoventi e inquietanti, di porte che si aprono dove non dovrebbero. Come il pesce che ci guarda dalla sua boccia, sospesa simbolicamente sul proscenio, e ci osserva attraverso un’ottica concava, così noi che guardiamo dobbiamo presumere di essere immersi a nostra volta in una diversa densità dell’esperienza emotiva, osservando la scena (o il mondo) con ottiche deformanti.

Von Gunten è l’ultimo allievo di un istituto dove si impara a servire, da cui – secondo le stesse parole del protagonista – non si può uscire se non per essere nullità. Ma da subito questo istituto presenta notevoli anomalie: una sola insegnate (la sorella del direttore) che ripete sempre la stessa lezione, un direttore schiavista e praticamente nessun allievo se non lo stesso Jakob e Kraus, l’allievo-servo perfetto che prova allo stesso tempo simpatia e repulsione per il carattere di Jakob, “l’artista” come viene da questi definito, cioè colui che si permette di non sottostare alle regole, che si innamora della libertà (pulsione che può portare solo dolore, ricorda l’insegnante).

Le scene disegnate da Lisa Ferlazzo Natoli sono di una precisione elegante e rigorosa, e danno luogo a una grafia teatrale poco battuta dalle scene italiane, complice anche la bravura degli attori (Andrea Bosca, Alberto Astorri, Emiliano Masala e una splendida Monica Piseddu). Un segno che non disdegna di coniugare una ricerca “artigianale”, fatta di rapporti materiali con gli oggetti (l’armadio che diventa porta e lavagna, un manichino sartoriale che resta in disparte come un presagio nascosto) con uno sguardo alla tradizione del teatro di regia del Novecento, senza però cedere a nostalgie calligrafiche.

Ma perché lavorare oggi su un testo come Jakob von Gunten? Al di là del tentativo, indubbiamente meritorio, di far conoscere questo autore svizzero poco battuto in Italia, l’allestimento de La Casa d’Argilla sembra sottendere altro. Robert Walser fu un autore particolare e la vicenda di von Gunten è in parte autobiografica, se è vero che lo scrittore studiò a sua volta in una scuola per camerieri e si fece rinchiudere di sua spontanea volontà in un ospedale psichiatrico. Il senso di claustrofobia che tracima dalle pagine del suo romanzo, dunque, è certamente qualcosa di universale e di fortemente connotato allo spirito dell’uomo. Ma la figura di Jakob, giovane “ingenuo” che si dibatte tra le maglie dell’ordine per l’ordine – che si rivela una pura scatola vuota – e un’astratta idea di libertà a cui nessuno, lui per primo, riesce a dare il giusto contorno, assomiglia molto a quella di un’intera generazione perduta. Quella odierna del non inserimento nel mondo (produttivo o meno), quella “esodata” non solo nella finestra tra lavoro e pensione – uno dei temi forti del dibattito pubblico di questi giorni – ma nel lasso di tempo ben più vasto che va tra un’offerta formativa svuotata, quasi priva di senso, e un’occupazione che non arriverà mai. Perché se c’è un tema attuale nelle atmosfere primo-novecentesche di Walser, è nel senso di un destino ineluttabile perché il tempo in cui si vive non ammette più mobilità sociale (cos’altro può significare una scuola dove si impara solo a servire e da cui si esce per essere “nullità”)?

Ovviamente nello spettacolo non c’è una sovrapposizione così pedissequa e automatica, ma c’è la traccia di un sintomo: quello che una volta era il disagio dell’escluso volontario dal mondo è oggi percezione diffusa della realtà.

“Jakob von Gunten” è al Teatro India di Roma, dal 12 al 17 giugno

[da MyWord e Paese Sera]

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