L’arte di decostruire. Menoventi, Opera e Andrea Cosentino

“Sonno” di Opera

Durante la prima settimana di Teatri di Vetro – festival romano alla VI edizione, che si svolge in maggio tra il Teatro Palladium e i suggestivi lotti della Garbatella – si sono succeduti tre spettacoli molto diversi tra loro, accomunati però da una tensione comune: la decostruzione. Attenzione, però, non si tratta del gusto per il frammento e per la disintegrazione della forma che ha attraversato molta scena degli anni Novanta. In questi tre lavori – in linea con quanto accade in una fetta significativa della scena degli anni Zero – l’obiettivo è un altro. Smontare la scatola, rompere il giocatolo, far vedere allo spettatore (anzi, vedere assieme allo spettatore) cosa c’è all’interno del meccanismo della comunicazione (in questo caso) teatrale, e delle retoriche del racconto.
I Menoventi si muovono in quel vasto ambito che è il post-drammatico, ragionando con «Perdere la faccia» sul tema della menzogna [vedi recensione]. Ma lo fanno da un’angolatura particolare, che è l’intersezione tra il cinema e il teatro. Realizzato con la complicità di un regista fuori schema come Daniele Ciprì, di cui si presenta l’opera nata dalla collaborazione con la compagnia faentina, «Perdere la faccia» vira in breve verso un congegno a effetto (che preferiamo non svelare, per non togliere il gusto a chi andrà a vedere lo spettacolo). Al centro del congegno c’è la riproduzione, elemento ovvio nel cinema e meno ovvio nel teatro, dove diventa reiterazione ossessiva di una scena che, dapprima ha un sapore comico, ma ben presto devia nel grottesco e perfino nell’allucinatorio, verso atmosfere dalle tinte lynchane. Ma la presenza di un’attrice fuori dal meccanismo (Rita Felicetti), che si rivolge direttamente al pubblico commentando il progressivo sfaldamento dell’artefatto teatrale, dà un nuovo significato al “fake” che apre lo spettacolo. La menzogna, che sembrava un puro divertissement per trascinare il pubblico in un gioco ironico, diventa prepotentemente il tema dell’intero spettacolo. È in questo passaggio che la menzogna, da simulazione e inganno, può convertirsi in un patto comunicativo con lo spettatore, dove la finzione – proprio perché esplicita e condivisa – si trasforma in meccanismo di conoscenza. Di cosa? Del carattere mediato, artefatto, che è dietro ogni costruzione artistica, ogni narrazione, ogni pretesa verità.

«Sonno», come anticipa il titolo, è un affresco onirico dal forte taglio pittorico, in linea con la ricerca che Vincenzo Schino porta avanti da anni con la sua formazione, Opera. L’obiettivo di Schino è gettare un ponte tra la visionarietà di Goya e il sonno maledetto di Macbeth, costruendo una serie di immagini dalla tinta cupa e potente. Quadri visivi, tableau vivant di grande impatto, dove si alternano immagini archetipiche come il re, la sua ombra, il pendolo, la bambola, il trono. Tutti elementi estremamente leggibili ma al contempo non completamente decifrabili con gli strumenti della logica, come sempre accade nel regno di Morfeo. A marcare l’intento figurativo dello spettacolo, dove non si articola alcuna parola decifrabile, sono i fondali, che si illuminano repentinamente rendendo di colpo corpi e oggetti le ombre di loro stessi. Ma accanto ai quadri – tra cui spicca la scenda del re che estrae dal lavandino un’infinita matassa di capelli e viene preso dai conati di vomito – c’è anche la loro bidimensionalità. Se nel lavoro precedente, «Limite», era la scatola nera della scena a cadere in mezzi, in «Sonno» è l’immagine stessa a venire decostruita: i quadri mostrano i loro dettagli, gli oggetti come il trono, costruiti in scena, vengono poi distrutti. E poi la luce, che accesa di colpo in sala distrugge l’effetto della visione, fa irrompere la realtà nel sogno, rende il pubblico palese a se stesso.
Non c’è però un’ossessione simbolista nel lavoro di Schino, ma la ricerca di una combinazione armonica degli elementi che compongono le sue visioni (tutti, gli elementi, in linea con un curatissimo gusto neogotico che attraversa l’intera produzione del regista barese). Il risultato – ed quello che rende convincente l’operazione – è qualcosa di più della loro somma algebrica. Se c’è una grazia, in questo lavoro, è proprio la sua capacità di ravvivare il teatro di visione – spesso costretto all’angolo di un ossessione scientista, fredda, da manuale di fisica o (fa lo stesso) di filosofia – attraverso il dramma. «Sonno» è un lavoro potentemente drammatico, anzi, è una ridrammatizzazione della visione teatrale.

Ad Andrea Cosentino e al suo teatro a cavallo tra ricerca e cabaret sono state affibbiate una serie di definizioni che ruotano attorno al concetto di “anti-narrazione”. Ma forse è più corretta l’idea di meta-narrazione, proposta da Simone Soriani. Cosentino, con la sua vera comica personalissima e surreale, ha dato vita a una serie di monologhi dove il racconto si avvita su se stesso, dove i finali sono sempre molteplici (“sono il più grande scrittore di finali del teatro”, ha avuto modo di commentare ironicamente, sicuramente il più prolifico), e dove l’autore si permette di interrompere il racconto per spiegare direttamente al pubblico perché sta parlando di quella cosa, come gli è venuta in mente e tutto quello che avrebbe voluto fare ma non è riuscito a farlo. Questa ricerca ha partorito «Telemomò», un format che migra di spettacolo in spettacolo, composto dal contorno scorniciato di un televisore, da dove l’attore si affaccia interpretando tutti i personaggi. Sotto la lente comica di Cosentino c’è il montaggio “audiovisivo”, che riproposto in modo posticcio (il primo piano è la sua faccia, la figura intera sono i pupazzi di Barbie e Ken, quella in lontananza dei piccoli playmobil), svela il suo carattere mediato. Il montaggio viene smontato, decostruito.
In «Esercizi di rianimazione» questo processo viene rivolto al teatro. I tentativi di “rianimazione” di Cosentino sono una sua personale versione del teatro di figura. Una serie di oggetti, posti ai piedi del performer, vengono afferrati e mossi perché sembrino vivi, antropomorfi, mentre al microfono Cosentino presta loro la voce, in una girandola surreale dove l’oggetto è solo un abbozzo personaggio e la storia solo un abbozzo di storia. Eppure si ride, perché anche se in modo fulmineo Cosentino accenna ai meccanismi classici del racconto (l’amore, la morte, l’arte) e li interrompe di colpo. Ma, pure se smontati, restano riconoscibili ed è proprio la loro brusca interruzione a creare un effetto esilarante. Ma forse il momento più esilarante e pungente sta nell’antefatto dello spettacolo, una performance che Cosentino propone anche da sola col titolo di «Pane ai circensi» [vedi recensione], dove un Artaud accattone chiede l’elemosina al pubblico, ponendo una serie di domande che rovesciano in continuazione il senso della metafora più esplicita (l’arte accattona e sempre più miserabile che fa la questua delle sovvenzioni pubbliche). Mi dai dei soldi? Ti faccio pena? Mi dai dei soldi perché ti faccio pena? – e ancora, impietosamente – Non vedi le mie mutilazioni? Ti fanno pena? E se ti dicessi che mi sono mutilato da solo per avere dei soldi? Ti farei meno pena? Non dovrei fartene di più? – finché il ribaltamento delle posizioni, la decostruzione delle retoriche, si rivolge persino contro chi le afferma (il personaggio o l’artista?) – Chi sono io? Chi sta dicendo “io” quando io dico “io”? Mi dai dei soldi perché il messaggio è complesso?

Appuntamenti:

– I Menoventi sono al Festival delle Colline Torinesi l’8 e il 9 giugno con «L’uomo della sabbia»; «Perdere la faccia» sarà al festival Wan! di Faenza il 4 luglio e al festival Castel dei Mondi di Andria il 2 settembe, in qualità di vincitore del Premio Histryo.

«Sonno» di Opera sarà all’Opera Festival di Bassano (28 agosto).

«Pane ai circensi» girerà per i festival come performance abusiva, fuori dai cartelloni. Le date sono imprecisate, ma alcune piazze sono certe: Kilowatt festival (San Sepolcro), Santarcangelo dei Teatri, Dro de sera.

[da MyWord.it]

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