Il romanesco d’autore

Ci sono gruppi, come gli Ardecore, che hanno messo il loro gusto per la ricerca musicale a servizio di un recupero dei canti tradizionali romani. Critici teatrali come Simone Nebbia, che vanta una vasta produzione di stornelli, coniati per l’occasione, che affianca a quelli più tradizionali quando si esibisce in qualità di cantautore nelle nuove cantine romane: pub, locali, centri sociali. E cantautori affermati come Simone Cristicchi, che si è prestato al teatro per far arrivare al grande pubblico “Li romani in Russia”, il poema di Elia Marcelli che in pochi conoscevano.
Il romanesco, nell’arte, ha subito sorti alterne e non sempre gloriose. Dopo Pasolini, e salvo alcune rare eccezioni, il dialetto della Capitale sembrava destinato solo a suscitare l’effetto comico nelle performance da cabaret o a dare una spennellata di popolaresco alle parlate delle fiction televisive. Invece, nel corso degli ultimi anni, dal teatro alla musica si è assistito al ritorno di un’arte di qualità che guarda al dialetto, sia come recupero della tradizione sia in modo più contemporaneo, cercando una “lingua sporca” più simile a quella parlata oggi.
Gli esempi, oltre a quelli già citati, si sprecano. Da chi cerca Roma e la sua lingua nel suo rapporto contaminato con la contemporaneità, come Mannarino che dipinge in musica i suoi mondi tra borgate, ritmi balcanici ed emarginazione, ai racconti caustici e surreali di Ascanio Celestini, al teatro canzone del Ponentino Trio. C’è poi Pierpaolo Palladino, autore e attore che da anni lavora al recupero di un romanesco “colto”: tra i suoi lavori più significativi c’è “La Battaglia di Roma”, racconto in versi della battaglia di Porta San Paolo del 1943, e la trasposizione dei racconti di Gogol “El naso” e “Er Cappotto”, le cui vicende sono riambientate nella Roma papalina e umbertina, che lo scrittore russo – primo traduttore del Belli all’estero – conobbe e amò.
Valerio Malorni, invece, viene dal mondo della ricerca teatrale, ha lavorato con Corsetti e si autoproduce monologhi surreali e picareschi. Con estrema naturalezza ha inserito nel suo repertorio quella sorta di viaggio fantastico che è “La scoperta dell’America” di Pascarella, recitato per intero e in versi. Insomma, una bella e vitale risposta contro la deriva degli “inesorabili” (come chiamano al Centro studi belliani i poeti, triviali e della domenica, che infestano il dialetto romano).

[da Paese Sera – giugno 2012]

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